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La Nuova Sardegna"

VENERDÌ, 11 NOVEMBRE 2005
 
L’altro ieri udienza di discussione al Tar
Referendum sulla base Usa, a giorni la decisione del Tar

 

CAGLIARI. Ora è solo una questione di giorni. Ieri, infatti, i magistrati della seconda sezione del Tar hanno ascoltato le ragioni degli avvocati del Comitato “Firma sa Bomba”, che contesta la decisione del Comitato regionale sul referendum il quale, un anno fa, aveva dichiarato inammissibile la consultazione popolare sulla base della Us Navy alla Maddalena. Il quesito referendario bocciato era questo: «Siete contrari alla presenza in Sardegna di basi militari straniere, comunque istituite, atte a offrire punti d’approdo e di rifornimento anche a navi e sommergibili nucleari o con armamento nucleare?». Santo Stefano non era dunque citata esplicitamente, ma il riferimento era molto chiaro: è infatti l’unica base militare straniera in Sardegna e, per di più, ospita sommergibili a propulsione nuleare e con armamento atomico.
 Il Comitato “Firma sa Bomba” aveva raccolto più di 14 mila firme, in seguito alle violente polemiche sviluppatesi dopo l’incidente del sottomarino atomico Hartford. Un incidente che gli americani avevano tenuto nascosto e del quale si era venuti a sapere solo dopo le rivelazioni di un giornale americano. La paura di un inquinamento radioattivo nelle acque dell’arcipelago maddalenino riaccese antiche polemiche mai sopite sulla presenza della marina militare statunitense in Sardegna. Di più: la ricostruzione ufficiale sull’incidente dell’Hartford non è apparsa molto convincente e il silenzio della marina Usa ha alimentato il clima di sospetto.
 Si inquadra in questo contesto l’iniziativa del referendum consultivo del comitato spontaneo “Firma sa Bomba” che, sulla base della legge regionale numero 20 del 1957, ha chiesto che i sardi si possano pronunciare sulla presenza della base di Santo Stefano. Referendum consultivo, dunque. E cioé solo la manifestazione di un parere non vincolante sul piano politico, anche se di altissima valenza politica. Nel luglio dello scorso anno, l’ufficio regionale del referendum aveva dichiarato inammissibile a richiesta del comitato, basandosi su una sentenza della Corte costituzionale. E, più esattamente, la numero 256 del 1989. In quella sentenza la Consulta sancì che «l’interesse regionale... non può spingersi fino al punto di incidere nella sfera di attribuzioni riservate allo Stato, laddove queste ultime siano volte a perseguire interessi che, nella loro essenza unitaria, riguardino l’intera collettività nazionale e che pertanto siano indissolubilmente e indivisibilmente affidati alla cura dello Stato, in osservanza al principio costituzionale della unità e indivisibilità della Repubblica».
 Per il collegio di avvocati che sostiene le ragioni dei promotori del referendum (Carlo e Giovanni Dore, Tiziana Meloni e Luigi Cogodi), invece, la consultazione è legittima e appaiono molto fragili le argomentazioni dell’ufficio regionale. Una delle argomentazioni illustrate nell’udienza di discussione dai quattro avvocati del Comitato è che la presenza di basi militari straniere in Sardegna ha come effetto quello di «limitare l’esercizio, da parte della Regione, di competenze costituzionalmente riconosciute alla stessa Regione, segnatamente in materia di urbanistica e di ambiente». I magistrati del Tar si pronunceranno nei prossimi giorni.
 

 

 

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