
CAGLIARI. Ora è solo una questione di giorni. Ieri, infatti, i
magistrati della seconda sezione del Tar hanno ascoltato le ragioni degli
avvocati del Comitato “Firma sa Bomba”, che contesta la decisione del
Comitato regionale sul referendum il quale, un anno fa, aveva dichiarato
inammissibile la consultazione popolare sulla base della Us Navy alla
Maddalena. Il quesito referendario bocciato era questo: «Siete contrari alla
presenza in Sardegna di basi militari straniere, comunque istituite, atte a
offrire punti d’approdo e di rifornimento anche a navi e sommergibili
nucleari o con armamento nucleare?». Santo Stefano non era dunque citata
esplicitamente, ma il riferimento era molto chiaro: è infatti l’unica base
militare straniera in Sardegna e, per di più, ospita sommergibili a
propulsione nuleare e con armamento atomico.
Il Comitato “Firma sa Bomba” aveva raccolto più di 14 mila firme, in
seguito alle violente polemiche sviluppatesi dopo l’incidente del
sottomarino atomico Hartford. Un incidente che gli americani avevano tenuto
nascosto e del quale si era venuti a sapere solo dopo le rivelazioni di un
giornale americano. La paura di un inquinamento radioattivo nelle acque
dell’arcipelago maddalenino riaccese antiche polemiche mai sopite sulla
presenza della marina militare statunitense in Sardegna. Di più: la
ricostruzione ufficiale sull’incidente dell’Hartford non è apparsa molto
convincente e il silenzio della marina Usa ha alimentato il clima di
sospetto.
Si inquadra in questo contesto l’iniziativa del referendum consultivo del
comitato spontaneo “Firma sa Bomba” che, sulla base della legge regionale
numero 20 del 1957, ha chiesto che i sardi si possano pronunciare sulla
presenza della base di Santo Stefano. Referendum consultivo, dunque. E cioé
solo la manifestazione di un parere non vincolante sul piano politico, anche
se di altissima valenza politica. Nel luglio dello scorso anno, l’ufficio
regionale del referendum aveva dichiarato inammissibile a richiesta del
comitato, basandosi su una sentenza della Corte costituzionale. E, più
esattamente, la numero 256 del 1989. In quella sentenza la Consulta sancì
che «l’interesse regionale... non può spingersi fino al punto di incidere
nella sfera di attribuzioni riservate allo Stato, laddove queste ultime
siano volte a perseguire interessi che, nella loro essenza unitaria,
riguardino l’intera collettività nazionale e che pertanto siano
indissolubilmente e indivisibilmente affidati alla cura dello Stato, in
osservanza al principio costituzionale della unità e indivisibilità della
Repubblica».
Per il collegio di avvocati che sostiene le ragioni dei promotori del
referendum (Carlo e Giovanni Dore, Tiziana Meloni e Luigi Cogodi), invece,
la consultazione è legittima e appaiono molto fragili le argomentazioni
dell’ufficio regionale. Una delle argomentazioni illustrate nell’udienza di
discussione dai quattro avvocati del Comitato è che la presenza di basi
militari straniere in Sardegna ha come effetto quello di «limitare
l’esercizio, da parte della Regione, di competenze costituzionalmente
riconosciute alla stessa Regione, segnatamente in materia di urbanistica e
di ambiente». I magistrati del Tar si pronunceranno nei prossimi giorni.
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