
Piccolo molo antico
di
Massimo Acanfora
Il mostro era vinto ma ghignava ancora:
Antonello ne scardina le fauci acuminate con un coltello, lo scuoia e
rivolta come un guanto, scaraventa le sue spoglie a grossi uccelli urlanti.
Non è un romanzo di Stephen King ma una scena consueta al porticciolo di La
Maddalena, Sardegna al ritorno delle barche da pesca. Ora la pregiata rana
pescatrice è pronta per il mercato. Antonello D'Agostino e suo padre,
Maddalenini dal secolo scorso ma d'origine puteolana appartengono a una
famiglia di pescatori da una decina di generazioni. A Maddalena ci sono
25-30 barche alla fonda a Cala Gavetta, stipate come un gregge marino: se il
ponente o il maestrale lo consentono salpano nel pomeriggio a posare le reti
o le lenze prima che il sole cali e riprendono il mare al mattino verso le
4, per ritirare le reti piene ed essere in porto per le 8. Antonello,
"smagliato" il pesce più prezioso, sprona l'Ape car verso il mercato, dove
su un piccolo rettangolo di marmo espone scorfani e triglie come gioielli
unici. Poi torna alla barca per il lavoro sporco, la pulizia delle reti.
"Qui solo pietre si prendono" scherza, mentre ne sbriciola una porosa sotto
lo stivale. La premiata ditta individuale D'Agostino, di cui il babbo Luigi
è l'unico dipendente, porta a riva ogni giorno dai 20 ai 30 chilogrammi di
pesce, a seconda della stagione, della tecnica utilizzata e della fortuna.
Un bottino che può fruttare dalle 300 alle 700 mila lire, tante o poche, se
si vuole, tenuto conto delle spese per la barca e le reti del numero di
bocche da sfamare e soprattutto dell'alea cui si naviga incontro. La
domanda, d'estate, quando la popolazione passa da 12 a 40 mila unità, è
pressoché infinita, ma d'inverno langue e i prezzi si abbassano. I pescatori
sono poi lavoratori metereopatici: in media si resta con gli ormeggi a terra
per 3-4 mesi all'anno. Alle burrasche si va ad aggiungere un periodo di
fermo obbligatorio imposto dalla Regione per permettere la riproduzione
delle specie ittiche. Con il tempo avverso Antonello si dedica ai polpi. La
gelosia per i segreti di famiglia è totale: "Qui il giornale non arriva?
Allora t'insegno il modo di prendere 30-40 chilogrammi al giorno di polpi:
lenza, un pezzo di legno con piombo, due ami innescati di pesce e due
sacchetti di plastica legati sopra per attirare. Irresistibile". In questa
stagione Antonello usa il tremaglio, una rete alta circa un metro, composta
da maglie più larghe all'esterno e una trama più fitta al centro, così che
il pesce "s'insacca". In basso i piombi poggiano al fondale e i galleggianti
la tengono sollevata per la sua altezza. "Ho 43 reti, unite fra loro a
gruppi, per una lunghezza complessiva di 2 chilometri e mezzo". Parole come
pesci volanti. "Nel tremaglio finiscono dentici, pagelli, ricciole,
scorfani, se si è fortunati astici e aragoste, e poi razze e se sono 'mbriaghete
pure le orate. Quelle al mercato sono tutte di allevamento". "Insieme ai
pesci poi c'è la monnezza...". Quella che Antonello sta districando con
abissale pazienza dal tremaglio: conchiglie, oloturie (stronzi di mare, per
riferirvi la forma) e grosse torpedini che bisogna stivalare a morte per
evitare la scossa. E dagli stivali Antonello si toglie qualche sassolino:
"Hanno creato il parco marino dell'arcipelago e l'hanno diviso in zone
vietate e permesse ma non a misura di pescatore. Si son fatti belli con
l'ecologia, ma al lavoro chi ci pensa?". Non a caso Antonello parla da
avvocato della categoria: infatti si sta laureando in giurisprudenza a
Sassari. "A suo tempo mi sono dato da fare per organizzare i pescatori di
qui; ma non è stato possibile, come non è possibile creare una cooperativa.
Ognuno tende a fare per sé, come i pesci "scacciati" dai delfini: così si
finisce nelle reti". Il cartello "Vendesi" sulla barca è più l'augurio di
tempi migliori che una scelta definitiva. "Mi stanno per arrivare i permessi
per fare pesca-turismo e portarmi un po' di milanesi in barca...". Sempre
Ponente permettendo.
Una barca di problemi
I dati di Federcopesca Quasi 80 mila
addetti, una produzione di 610 mila tonnellate annue, per un fatturato di
3400 miliardi (e 700 miliardi quello dell'acquacoltura); un consumo
pro-capite di 23 chilogrammi di pesce all'anno per il 62 per cento di nostra
produzione e per il 38 importato. Sono i dati nazionali di Federcopesca
-Federazione coooperative di pesca- contestati da Greenpeace. "Non ci sono
statistiche attendibili -sostiene Alessandro Giannì dell'associazione
ambientalista- perché l'ufficio deputato non ha mai funzionato". E quanto
all'ambiente il Mare Nostrum ha i suoi problemi. "Le norme le pone l'Unione
Europea e dovrebbero essere recepite dagli Stati membri, ma i pescatori
italiani mettono la testa sott'acqua". E' il caso delle norme sulla pesca a
strascico e soprattutto delle spadare, le reti "derivanti" che ammagliano
specie protette, contro cui si batte Greenpeace. "L'Ue le metterà al bando
nel 2002 e ha offerto incentivi per dismetterle: 500 milioni a barca: hanno
rifiutato pescatori che dichiarano un fatturato di 120 milioni l'anno! E
allo stesso modo hanno contestato le 'quote-tonno' assegnate all'Italia
dall'Ue sulla base del pescato dichiarato, sostenendo che se ne prendono
molti di più". I pescatori lamentano che le norme restrittive si applichino
ai Paesi dell'Ue ma non ai Paesi terzi che affacciano sul Mediterraneo;
capita pure che grossisti con pochi scrupoli mettano sul mercato pesce
congelato che arriva da Argentina, Uruguay, Ghana, a prezzi ovviamente assai
inferiori. E che il compratore ignaro spesso prende per fresco.
Pescare duro: una giornata di pesca 1
La "S. Luigi" si avvia brontolando come
malrisvegliata. Il lenzuolo della notte si solleva su La Maddalena, le
tazzine tintinnano nel bar Sport, Antonello scioglie le cime e punta al
largo. La barca sembra una chicchera azzurra. A prua il casottino di
pilotaggio, sulla tolda le reti rosse ammucchiate. A poppa il padre di
Antonello è in piedi, fiero come la statua di un insorto. Oggi è il suo
onomastico (e quello del peschereccio), giorno speciale e orario altrettale.
Antonello timona e quando l'arcipelago ci si spalanca e il sole emerge
dietro Caprera, si rivolge al babbo: "Dove andiamo?". L'augusto genitore
scruta, tace e infine indica un punto all'orizzonte con un cenno del mento.
Prua a Nord, un occhio al timone e uno allo scandaglio. "Se butti qui -(40
metri)- non prendi nulla". Lo scandaglio non è la corda con il peso coperto
di grasso dei tempi andati, ma una sorta di videogame appeso in cabina.
Antonello vuole stupire: guarda la costa e dice "Qui il fondo dovrebbe
alzarsi". Istantaneamente il profilo sullo scandaglio si inerpica; siamo
alla profondità giusta, dai 20 ai 30 metri. Ma non basta: sul monitor, come
in un vecchio "fish invaders" compaiono dei pesci stilizzati. "Questi sono
pesci grossi, forse dentici, e quello -indica una macchia scura- è un branco
di triglie". Luigi afferra un galleggiante collegato alle reti, lo getta in
mare: comincia il ballo. Antonello inizia a descrivere curve, prima più
larghe poi a raggio minore. Suo padre svolge in mare le reti con gesti tra
il giocoliere e il torero; sbroglia matasse gordiane, smoccola, insulta
professionalmente il figlio, e getta, getta, getta. Antonello mi dice sotto
voce "Sta facendo il lavoro di due persone!". Fine del primo tremaglio, il
secondo galleggiante è a mare. Il gioco si ripete altre tre volte, poi si
cambia "posta", con la mano al binocolo per vedere se qualcuno ci ha
preceduti ("Chi primo arriva meglio alloggia"). Il sole si fa cocente, Luigi
districa l'ultimo tremaglio e poi rileva Antonello al timone. Sulla via del
ritorno incontriamo il "malu pesciu", l'innominabile, il delfino. Sono in
quattro e giocano, mentre le reti si stanno riempendo di "fish invaders"; o
almeno si spera.
Pescare duro: una giornata di pesca 2
Il verricello è una frusta di metallo, due
imbuti rovesciati che si incontrano. "E' la ruota della fortuna" -dice
Antonello. "Noi guardiamo che cosa esce da lì". La "S. Luigi" beccheggia
-direbbe Salgari- paurosamente. Mare carogna oggi. Il ponente lo solleva
come un fantasma d'ombra e poi soffia via la cresta dell'onda. Il primo sole
coglie Antonello con la cerata gialla. "Oggi bisogna salpare le reti col
vento in poppa, con il tempo bello è meglio di prua". Compaiono i
galleggianti. Antonello e suo padre gridano per sentirsi da un capo
all'altro della barca. Antonello monta il timone di emergenza a poppa,
munito di una lunga barra. A centro barca dovrà contemporaneamente tenere la
giusta direzione e separare le reti che suo padre gli passa, le vuote, le
piene, quelle con la "monnezza". 30 metri, spunta il rosso della rete, si
strappa al mare la sua preda. Luigi recupera, Antonello spartisce, facendo
appello al suo "piede marino". Io mi aggrappo al bordo. "Mì, la cernia". Il
pesce compare sopra il verricello, Luigi tira insieme il filo dei piombi e
quello dei galleggianti. La cernia, con gli occhi fuori per l'embolia,
inaugura il mucchio del mercato. Seguono metri di pietre e alghe, poi dei
grossi caponi, scorfani stupiti, una rabbiosa murena. "Ferma, ferma", una
grancèola (grosso granchio) si è ammagliata solo per le zampe e rischia di
staccarsi. Antonello zompa a prua, la smaglia con cura e delicatezza "a
questa e agli astici bisogna stare attenti. Se ti prendono un dito te lo
troncano". Il sole sopra la bruma. Scorrono dentici rassegnati, un'aragosta
arresa a zampe larghe. "Attento alla razza babbo". Un disco di oltre un
metro di diametro, lunga spina sulla coda e bocca squaliforme. Finisce nella
monnezza. Si salpa ancora, poi poppa al vento facendo a gara con le onde e
con gli orari del mercato comunale. Antonello ammucchia il pesce buono,
bastona sulla schiena la murena, "sennò ti striscia per tutta la barca".
Guardo la razza che respira e muore e ha partorito, per salvali, 7-8 piccole
creature. Da questa razza c'è da imparare.
Questo
testo è stato tratto dal Sito
"Terre di mezzo" |