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Riflessioni sull'Isolanità a cura di Augusto Zedda
La maturità e la capacità creativa di ogni individuo si manifestano e danno frutto quando nel suo percorso di vita egli si imbatte nel limite. La storia delle grandi scoperte e delle opere immortali appare lastricata dalle misure del limite. Emblema addirittura mitico di questo pilastro è "l'Isola", a cui il mare crea confini ineludibili, mai valutabili senza una strenua capacità di adattamento, di forgiatura dei mezzi, di resistenza nell'attesa, nella solitudine e nelle intemperie. Il mare circonda il perimetro di una piccola talvolta piccolissima terra; il mare non è una sola forza, ma tante forze insieme. La certa solitudine, la sete fatta d'acqua, la fame e il nutrimento. La fragilità e precarietà ecologica, altro limite connaturato nell'isola, fa si che essa sia l'emblema della fragilità e precarietà della vita stessa per l'uomo, per ogni animale, per ogni pianta,. Si è quindi indotti all'ipotesi che l'insularità sia quasi una categoria della coscienza umana, una tappa d'obbligo per certi passaggi fondamentali delle coscienze. Quindi fu certamente il gioco degli equilibri tra disfacimento e vitalità a plasmare i modi e i ruoli che, nei periodi di civiltà l'uomo isolano diede a se stesso e alla propria comunità; dei mestieri della pesca, dell'agricoltura, della caccia, alla marineria, alla pirateria, alla corsareria. Altro limite insuperabile delle isole, specie delle minori, e l'esiguità dello spazio di terra rispetto all'illimitata vastità di mare e di cielo. Nelle lunghe permanenze, quando le traversie meteorologiche impediscono di partire e di arrivare (Maddalena fino a non molti anni fa rimaneva spesso isolata). Si scopre allora la lontananza; non quella misurabile in miglia, ma una lontananza fatta di impossibilità, di separazione forzata dal resto del mondo, di nuda impotenza. Un senso di povertà spirituale e la conseguenza della prova del limite-solitudine. Attraverso il limite-Isola avvengono le selezioni e modificazioni sia dell'uomo che delle altre specie e regni naturali. Ma mentre i rappresentanti dei regni vegetale e animale si sono salvati per tempi di milioni di anni, non altrettanto si può dire delle comunità umane che nel breve volgere di un massimo di 5.000 anni di frequentazione delle isole appaiono nel processo storico più e più volte estinte e spazzate via dalla durissima misura della selezione e ogni volta sostituite da altre provenienti dall'esterno. Nella maggior parte dei casi tali scomparse di intere comunità furono dovute a pure e semplici estinzioni dei gruppi allorché il loro territorio si trasformò da terraferma in isola. Non rimane alcuna traccia della cultura che deriva dalla fusione. Non si verifica cioè alcuna trasmissione culturale da una popolazione all'altra, ciascuna rappresentando un'esperienza unica e irripetibile di resistenza ai fattori di limite. Ogni singola comunità isolana esaurisce la propria ragion d'essere in un solo ruolo di civiltà. Il ruolo è la condizione che rende possibile la presenza umana nelle isole, in mancanza del quale la comunità viene sopraffatta dalla forza della natura fino all'estinzione.Si è quindi indotti a pensare che l'insularità sia quasi una categoria della coscienza umana, una tappa d'obbligo per certi passaggi fondamentali per la conoscenza. Se in passato ciò avveniva quasi sempre in modo violento, oggi è possibile cogliere i sintomi del processo di estinzione delle comunità isolane attraverso fenomeni più sottili indotti dal martellamento estraneo delle comunicazioni si massa e dalle continue offerte esterne di modelli di vita che nulla hanno a che vedere con l'Idolum di un dover essere. E così si verifica la diuturna emorragia sociale dei giovani che se ne vanno a causa di diplomi sbagliati; la corruzione e la negazione dei costumi tradizionali; il ricorrente shock estivo della convivenza interessata con il mondo evasivo, disimpegnato ed estraneo dei turisti cui fa seguito il ripiombare nel silenzio, nella solitudine, e nelle intemperie. E allora sono tanti i casi di isolani che durante i 10 mesi dell'anno cadono in uno stato di chiusura e introversione patologica, e che frequentemente si conclude con malattie mentali di vario genere. Quando si spezza il dialogo culturale con i limiti indotti dalla naturalità e finisce la costruzione fantastica del proprio Idolum la comunità isolana si spegne, scompare letteralmente dalla grande scena del mare. L'isola allora resta deserta di storia, minuscolo territorio in disfacimento, modesto pacchetto turistico destinato al consumo. Non ci si vergogna di aver ridotto le Isole Minori a penose boe balneari e soprattutto di aver prodotto con ogni mezzo la morte delle loro attività storiche della pesca, della marineria e dell'agricoltura. Ne si è avuto scrupolo di sorta a mantenervi le basi militari e i luoghi di confino come e per le stesse finalità che ispirarono i regimi borbonico e fascista. Senza neppure un ripensamento. anzi, con tenace protervia, si è concessa da quasi un trentennio la base appoggio dei sommergibili nucleari americani nell'Isola di Santo Stefano, creando così le cellule di potenziale pericolo nucleare più grave del Mediterraneo e sconvolgendo l'assetto sociale e abitativo di La Maddalena con l'inurbazione forzata di una popolazione statunitense di migliaia di persone. Anche le politiche ambientali dei divieti non servono a nulla. Servono solo ad incrementare le entrate dei molti che vi operano professionalmente e a soddisfare in via provvisoria l'intransigenza a senso unico dei moltissimi ideologi dell'ambientalismo. Il vero disastro ecologico ha la sua origine e causa prima nella perdita delle identità sociali e storiche delle popolazioni umane; ed è lì che bisogna operare. La politica nazionale, europea e mediterranea, del mare non può ritenersi realizzata in una affannosa corsa a riparare a posteriori i danni già arrecati all'ambiente, fidando su una catena di Parchi e di Riserve marine e terrestri, i quali, con un intrigo di zonazioni, chiudono le popolazioni e i turisti in una rete di interdizioni graduate. Reti che fatalmente intrappolano interessi privati precisi, lasciati fin quì liberi di sconfinare dal lecito all'illecito grazie alle mille falle di un sistema di corruttele e assistenzialismo che ammorba l'aria e l'acqua e le menti e le strutture stesse di questo povero paese. Ci si potrà chiedere perché attribuire all'assenza di cultura e non all'inettitudine di un mondo politico lo scempio del patrimonio della marinità. In effetti non si vuole certo togliere nulla alla grave responsabilità dei politici, ma si vuole partire addirittura dalla causa di tale stato di cose; i politici sono inetti in quanto privi di cultura ed espressi da un elettorato a sua volta incolto. E' tempo che qualcuno compia quello sforzo di "Chiar vedere" e si apra a quella rinnovata verginità della coscienza civile che consentono di formulare le più serie, globali e moralmente fondate proposizioni della vera visione politica. Si vedrà allora con l'avvallo dell'esperienza storica, che occorre ristabilire la gerarchia di alcuni valori etici di base. Il cittadino ha il dovere prima che il diritto , di partecipare alla costruzione della qualità della vita associata; Tale partecipazione si esprime innanzitutto con l'obbiettivazione del dovere di "Presidio di territorio". Implicito nel diritto di residenza. Ciò vale per le piccole isole come per le grandi città. Per gli isolani, e comunque per tutta la gente di mare, il presidio si riferisce sia alla propria terra che alla distesa marina che la circonda: Ogni abuso edilizio, ogni abbandono della campagna, ogni inquinamento del mare, ogni cattura di pesce indiscriminata, ogni copertura o connivenza con le infrazioni delle leggi, sono altrettante diserzioni civili del proprio dovere di presidio. Il colpo di grazia alla cultura marinara fu inferto dalla contemporanea pioggia delle leggi assistenziali, di permissivismi e di finanziamenti colossali dati senza contropartita produttiva, senza seri controlli della loro destinazione, dei tempi di realizzazione delle opere, degli esiti in mare come in terra, il nostro saldo tra diritti e doveri non torna! Nell'incultura dilagante si sono perduti i cardini fondamentali: la disciplina, il senso di servizio, la solidarietà, lo spirito di paese. il dialogo tra membri della stessa categoria lavorativa, il coraggio dell'intrapresa, il decoro dell'onestà del vivere. Oggi una politica del mare che vuole risollevare le sorti della coscienza marinara deve farsi carico in via primaria del nuovo avvio del processo culturale nelle popolazioni. Non è cosa da poco! Un processo culturale mette in moto sfere di riqualificazione per vie educative ed autoeducative, selezioni in base a ottenimenti non materiali, facoltà critiche ed autocritiche, ambiti assolutamente nuovi e creativi di scelte. Questa struttura culturale dell'individuo è oggi assente a tal punto che non soltanto la sentiamo mancante a livello popolare, ma è palese la sua mancanza a livello delle amministrazioni locali. La causa della drammatica instabilità e inaffidabilità amministrativa nella maggior parte delle Isole Minori italiane è nell'impossibilità delle comunità di esprimere rappresentanti culturalmente dotati. Il fatto che anche sulle isole aliti il fiato malsano dei partiti non è la causa, bensì un'aggravante. Anche perché i pochi voti di un'isola non interessano mai ai partiti, come è ben rilevabile dal miserando stato di abbandono politico in cui i microcosmi insulari versano tra un'elezione e l'altra. Semmai sono i candidati isolani incolti che vestono le proprie attività e ambizioni con la giubba di un partito, pagando a caro prezzo la relativa autorizzazione subito dopo le elezioni, e cioè col non potersi più occupare del vero bene dell'isola, ma col dover sottostare a tutta una serie di priorità di interventi non necessariamente pertinenti alle esigenze isolane, che interesano solo al partito, ad iniziare dai lavori pubblici. Augusto Zedda
Questo testo è stato ispirato dal "pensiero" di Gin Racheli, grande amante e conoscitrice della realtà delle piccole isole, recentemente scomparsa. |