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Idee e opinioni
Indice delle notizie
Il coraggio di vedere: risveglio di massa o preoccupazioni occupazionali
Incursione all’arsenale: Tra storia e rottami
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Da “Il corriere delle Bocche” - novembre 2005 Il coraggio di vedere: risveglio di massa o preoccupazioni occupazionali Di Maria Assunta Aru Questo servizio è stato realizzato prima che si conoscessero i termini dell’accordo di Waschington tra i ministri Martino e Ramsfield sul programma di smantella mento della base usa di La Maddalena. Proprio per questo motivo, tuttavia la “mappatura” di alcuni stati d’animo, tra i cittadini di La Maddalena, risulta indubbiamente più indicativa della realtà magmatica che cova sotto la cenere. Nessuno tuttavia – tanto meno la redazione – si è mai illusa che uno stravolgimento delle coscienze isolane potesse essersi realizzato negli ultimi tempi. Un movimento di opinioni contrarie alla base USA indubbiamente è in atto, ma la sua maturazione delle coscienze, in maniera totale, e lungi da poter essere verificata sul campo. “Non sono americano, sono maddalenino. Voglio che l’isola rtorni ai maddalenini. Io non faccio la guerra agli americani ma al nucleare”. “Non sono filo americano, non condivido certe posizioni politiche dell’America, ma sento la necessità di difendere il lavoro prima che un’ideologia”. Posizioni diverse quelle di M. Franca Maiore e Marco Terrazzoni, ma tutte frutto di un’attenta analisi della situazione e di una riflessione che sempre più persone nell’Isola, fanno in maniera consapevole e matura. I toni sono pacati, non da protesta ostentata; in qualche momento la voce sale a sottolineare un punto nodale del discorso, un concetto, ma in tutti gli intervistati è evidente la volontà di affrontare il problema in maniera decisa e tranquilla ma tranquilla. Ed è questa, in effetti la novità: il coraggio di voler vedere e voler risolvere un problema che ci riguarda. Che cosa è cambiato nella mentalità del maddalenino? La prima impressione è quella di un risveglio di massa: Un risveglio amaro in una condizione che si è evoluta sfavorevolmente e ha tolto le tranquille certezze in cui sempre è vissuta l’isola, protetta dal presenza di “mamma marina” a volte un po’ ingombrante ma in fondo rassicurante come tutte madri che si rispettino. “Per forza l’atteggiamento dei maddalenini è cambiato” afferma Luciano Turso, proprietario di un bar peraltro frequentato dagli americani”. La situazione è al collasso. Questo è il momento più critico dal ’72. Ora i maddalenini vogliono finalmente agire. “In pochi giorni abbiamo raccolto 2.500 firme per un documento che vuole l’allontanamento degli americani in maniera definitiva e programmata, che l’isola da un punto di approdo non diventi una base, che vengano tutelati i livelli occupazionali di chi lavora nelle strutture americane, che l’Arsenale diventi un nuovo polo di sviluppo economico” “Ora che l’economia isolana ha subito vari danni con la progressiva riduzione della presenza della Marina Italiana e teme altri inevitabili contraccolpi, di comincia a capire che l’unica salvezza per La Maddalena può essere il turismo e gli americani ne costituiscono il limite.” Vede in questi termini la situazione Giovanni Corda, farmacista, maddalenino adottivo da molti anni. “Ma se andranno via gli americani – continua – La Maddalena cadrà in una crisi economica ancora più grave”. “Anche nel ’76, dopo il primo incidente del sommergibile americano a sud della Sardegna o stessa raccolsi un migliaio di firme”, racconta M. Franca Maiore, ex insegnante, ma non eravamo ancora pronti. Ci furono altri incidenti, ignorati dalle varie amministrazioni e anche dalla popolazione, sempre più indifferente alla nuova situazione in cui si stava adagiando. Ma ora qualcosa è cambiato anche a livello politico e Soru, con la sua decisa presa di posizione, ha dato una salutare scossa a tutti. Appoggiati dalla Regione ma anche dalla Provincia e dal Comune, finalmente, ci si ritrova a discutere, ad esprimere opinioni; si ritrova la forza di agire. La gente prende coscienza dell’ingombrante presenza americana”. Anche Luciano Turso esprime lo stesso concetto con grande determinazione. “Finiranno per prendere tutto loro. Ci lasceranno un po’ di spazio vitale?. Agiscono progressivamente ma raggiungono i loro scopi. Quando sono venuti facevano i benefattori… adesso sono prepotenti e rivelano la loro natura. Chiedono il prezzo di ogni cosa, trattano, sono diffidenti. La Maddalena era una cittadina elegante, ricca, prima del loro arrivo, grazie alla presenza della Marina Italiana” - continua con tono accorato – Poi è successa una cosa strana, è aumentata la presenza americana, è diminuita quella della Marina italiana. Un caso?”
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Da “Il corriere delle Bocche” - novembre 2005
Ansia di mutamento
Di Pio Palazzolo
A La Maddalena non si è parlato mai della presenza militare, ed in particolare di quella Usa, come di questi tempi se ne può parlare così perché è caduto un tabù. I tempi cambiano e molti concittadini sono andati via, accorgendosi che una presenza di questo tipo è ingombrante e ha frenato e frena, indiscutibilmente lo sviluppo: non solo perché occupa vari spazi, ma perché ha incrementato quello che era già un atteggiamento mentale ventisettista. E’ un modo d’essere di noi isolani che ci ha reso indipendenti da un’economia di sussistenza che paralizza la possibilità di scelta del cambiamento. Questa incapacità non ci fa vedere oltre e ci tiene legati in equilibrio instabile ad un’economiia delle sempre più scarse commesse militari e l’ansia di mutamento che, persistendo queste condizioni non ci fa decollare poiché il territorio è occupato da una Base Usa, che è andata espandendosi e vorrebbe espandersi sempre di più, e da una Marina italiana che smobilita ma mantiene posizioni strategiche. Premesso ciò, Progetto Sardegna è da tempo impegnato per, con il circolo Maddalenino, che sin dalla sua nascita ha una linea preferenziale con il presidente Soru, a trovare la chiave di volta del cambiamento del sistema economico di questo paese, come: vorremmo essere padroni di gestire il nostro territorio e dettarne uno sviluppo nel rispetto dell’ambiente; sosteniamo che il volano della ripresa parta dalla riconversione ad uso civile dell’Arsenale militare e del certo e progressivo disimpegno della Us Navy. In questo senso non siamo più soli! La conferma è nella posizione forte assunta dal presidente Soru che, in un ultimo colloquio ha confermato a me personalmente, che la Giunta regionale è su questa linea e si farà carico della ricollocazione ad usi civili dei lavoratori italiani della Base Usa, sgombrando così il campo ad un uso ricattatorio dei posti di lavoro dati dalla Us. Navy stessa. Sulla stessa linea l’Unione e Prodi stesso, al quale abbiamo chiesto di inserire la dismissione della base tra i punti del programma elettorale. Ci stiamo adoperando affinché i piani paesistici della regione debbano avere, e avranno, un occhio di riguardo per la nostra specificità. Altri progetti: dalla portualità che dovrà includere anche la possibilità di ormeggio per navi da crociera, al miglioramento della ricettività alberghiera, dai servizi, dai servizi , che non potranno che essere di qualità, al decoro urbano, sino a pensare, per una migliore vivibilità del paese, ad un accesso limitato delle autovetture; della tutela del paesaggio al sogno di un polo di specializzazione universitaria. Insomma, proponiamo un ripensamento complessivo della nostra economia e del nostro modo d’essere che però per realizzarsi deve poggiare nelle nostre capacità di progettare e soprattutto di credere che un futuro diverso e migliore e possibile.
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Da “Il corriere delle Bocche” - novembre 2005 Incursione all’arsenale Tra storia e rottami
Di Alessandra Deluchi
La bandiera della Marina non sventola più. Le vecchie navi capolino dall’acqua e sono 160 gli operai che aspettano lumi sul loro futuro. Questo è oggi diventato l’Arsenale militare della Maddalena. Una struttura ormai simbolo di un ciclo di produzione, di un sistema economico che sono andati lentamente ad esaurirsi. Un destino condiviso anche dal numero dei dipendenti che si sono vistosamente ridotti. In tanti, per timore di essere trasferiti, o perché era poco chiaro il futuro della struttura, hanno scelto la pensione anticipata, lasciando un posto di lavoro che non è stato più riconvertito. Anche molti dei laboratori e delle officine sono state abbandonate, e tanti mestieri non sono stati più esercitati negli immensi capannoni delle ampie arcate, sullo stile degli acquedotti romani. In pochi stanno ancora in piedi. Si sono ridotte anche le maestranze, in tempo numerosissime. Calderai, coimbentatori, velai, motoristi, tornitori, meccanici, , carpentieri, fabbri, saldatori, fresatori, congegnatori, falegnami, intagliatori, idraulici, muratori, palombari, armaioli, artiglieri, fonditori che lì, nel caldo soffocante delle macchine, tra la polvere ed il rumore, hanno speso ore ed ore di lavoro. E sono migliaia e migliaia i nomi e le generazioni che si sono dati il cambio. Come parte attiva di una storia che ebbe inizio nel 1891, quando il tenente generale del genio Giovanni Moneta, incominciò a mettere le prime basi della struttura insieme a 25 civili e ad alcuni condannati ai lavori forzati, e quando gli anglo americani sbarcarono anche a La Maddalena. Era il 1943 e dopo la firma dell’armistizio, anche l’isola fu occupata. L’Arsenale diventò base per gli alleati che si installarono nell’officina meccanica e nella caserma Faravelli. “Soffrivano la fame – racconta Antonio Conti, che ha alle spalle 40 anni di carriera arsenalizia, 25 trascorsi ad insegnare agli allievi – e l’Arsenale non era più come negli anni dela guerra. Con loro barattavamo coltelli dai manici che loro amavano e accendini. In cambio ricevevamo carne, i loro giubbotti indistruttibili e scarpe”. Trascorre la guerra e l’Arsenale riprende a produrre. Poi totalmente il declino. Negli anni ’90 è l’Agenzia Industrie Difesa a prendere in mano la struttura. Che va riqualificata. Iniziano a venire fuori i primo progetti. Si fanno avanti l’Aga Kan, Tom Barrak, e quelli del gruppo italo francese Giéé. L’agenzia vaglia e vaglia. Ma ad un certo punto spunta anche l’interesse della Marina degli Stati Uniti per Faravelli, altre caserme e, come nel ’43, per una parte della struttura. La pretesa sale. Il gruppo consiliare “La Maddalena Insieme” prepara una mozione ad hoc. Si mette su in Consiglio comunale. Tutti i consiglieri sono unanimi nel respingere qualsiasi ingerenza nel futuro del’Arsenale da parte della marina Usa. Ora c’è solo attesa.
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Da “Il corriere delle Bocche” - novembre 2005
La dipendenza culturale e sociologicaMero calcolo economicoe i perversi dei vantaggi della esperienza Usa
Di Sergio Brundu
La ricaduta economica relativa alla presenza della servitù militare americana presso la nostra Isola evidenzia puntualmente lo “status” di soggezione in cui versa la nostra comunità, sottolineando ancor più a livello generale la condizione di perpetuo “ricatto” a cui sono sottoposti i popoli più “deboli” quali quello sardo ed in esso le comunità più fragili. Tale situazione di soggezione o “ricatto” che dir si voglia, si manifesta a mio avviso come parte integrante in un processo di globalizzazione ben più ampio, che vede in questo momento storico le propaggini di una “strategia” proveniente oltre Atlantico. Essa appare inequivocabilmente mirata al consolidamento mondiale della più bieca accoppiata della dottrina capitalistico-liberista con il potere militare, quale tentativo di “omologazione” da parte degli Stati Uniti d’America della globale cultura del pianeta, ed in quest’area occidentale d’Europa attraverso un consolidato e subdolo processo di acculturazione che nasce fin dalle ceneri della seconda Guerra Mondiale. La rinuncia da molte parti (politiche e non) ad un analisi critica che travalichi una visione localistica (specie dopo l’abbattimento del muro di Berlino….) e relativa alla questione delle ricadute economiche presso la nostra Isola, nonché dei suoi ulteriori gravami e pericolosi, determina inevitabilmente una paralisi di ragionamento e l’accettazione tout court di uno status di dipendenza culturale e psicologica. Ciò riporta, inevitabilmente tale problematica a mero calcolo economico, in una sorta di inseguimento del cane che si morde la coda, ed amplifica ulteriormente gli obbiettivi del pericoloso processo di omologazione in corso. In quanto ai puri calcoli economici, l’indotto dovuto alla presenza USA, rappresenta de facto presso il nostro Arcipelago solo una frazione di spesa globale quale “ricaduta diretta” all’interno dei confini comunali. Si noti che essa investe settori specifici e parziali dell’economia complessiva di quest’Isola: lavoro dipendente, acquisto di beni e servizi, locazione di immobili per uso abitativo o altre finalità, spese prodotte presso le agenzie di viaggio. Nel contempo, le diseconomie derivanti da questa presenza sono riconducibili ad effetti negativi sul turismo (normativa restrittiva sulla navigazione ed immagine distorta dell’Arcipelago a livello nazionale ed internazionale) effetti negativi relativi a smaltimento di rifiuti solidi urbani, impatto sulla rete di trasporto, viabilità ed inquinamento urbano, effetti su strutture e infrastrutture civili (sistema fognario, condutture di acqua) impatto ambientale (discarica fognaria del villaggio Trinita, inquinamento da idrocarburi) effetti avversi per gli stessi indigeni sul mercato delle locazioni immobiliari (lievitazione dei prezzi di locazione e difficile reperibilità). Nel 1995 il rapporto costo/beneficio era quantificabile in un aggravio sociale sulla nostra comunità pari alla ragguardevole cifra di circa 12 miliardi di lire. Pertanto è mio parere che l’interesse squisitamente economico di parziali e specifici settori di questa comunità non possa costituire argomento sufficiente a sostegno dei presunti vantaggi della presenza militare USA, “imposta” al contrario alla collettività tutta. Che dire infatti anche di quei settori o di quella parte di comunità che per condizioni contingenti, di questa presenza, non gode nessun vantaggio economico, ma che paradossalmente ne subisce il carico esclusivamente in termini negativi? Complessivamente dunque, le rivendicazioni “corporativo – settoriali (politica degli orticelli) pur condotta lecitamente da parte sindacale non consentono giustificazione alcuna al condizionamento di scelte possibili di crescita reale (in contrapposizione all’attuale artificiosità di mercato) scelte appartenenti al contrario della collettività nel suo insieme. Ciononostante, la legittima situazione di coloro i quali traggono lo stato di “sopravvivenza” da questa presenza, individua la necessità di una giusta assunzione di responsabilità, a condizione che ciò non equivalga ad un subdolo tentativo di parte, nel mantenimento dello status quo. Situazione per la quale appare indispensabile una azione compiuta, congiunta e politicamente visibile capace di integrare “ideologia e prassi”. E’ dunque “urgente” che l’interesse di pochi non immobilizzi l’interesse di tutti e che il processo di riprogettazione investa trasversalmente e secondo competenze diverse; l’ente locale, le rappresentanze sindacali, la Provincia, la Regione ed infine la stessa popolazione in una dignitosa presa di coscienza, che la faccia sentire una vota per tutte, parte integrante dell’isola di Sardegna. (Riferimenti tecnici: 11 liglio1996, venticinque anni di presenza americana…. Una valutazione economica dell’impatto.)
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Da “Il corriere delle Bocche” - novembre 2005 Un Mutamento in evoluzione Misuriamoci con il mondo Un recupero di dignità – fuori dai ricatti
Di Maria Grazia Pedroni
E’ come sentire nell’aria la prima brezza di primavera. Dopo un attimo no la senti più ma sai con certezza che la sta annunciando. Ti accorgi che qualcosa sta cambiando ma non riesci esattamente ad individuarne la provenienza. E’ questa la sensazione diffusa , in questo periodo nella mia Isola. La sensazione di un mutamento in evoluzione. Lo si avverte proprio nel cervello e ci si rende conto che non è solo u fatto personale perché lo si percepisce solo nei discorsi con gli altri, quelli che incontro in ufficio, al lavoro nell’ufficio postale. Equivale ad una presa di coscienza collettiva che genera dalla constatazione e convinzione che è il momento di cambiare registro. Sarà l’avvento della nuova Amministrazione comunale, le risposte ferme e convincenti del sindaco sil quotidiano “La Repubblica”, quello della presenza di un’Amministrazione provinciale di cui ci sentiamo far parte, o saranno orse le rivendicazioni del presidente Soru, ma sta di fatto, che finalmente, il maddalenino si sente di non essere più solo ma di appartenere ad una grande realtà riuscendo a liberarsi dallo stato di prostrazione in cui era stato gettato. Una delle terre più belle del mondo, con una potenzialità turistica che consentirebbe, per dirla con qualcuno, “di poter avere i marciapiedi d’oro”, ora è stata oggetto di interessi nazionali tali che, seppure hanno consentito a buona parte della popolazione di sopravvivere con un modesto stipendio mensile, ne hanno però condizionato la mentalità. Con riduzione dei posti di lavoro dell’Arsenale militare, giunti ormai al minimo storico, non si è sviluppata e sovrapposta una capacità progettuale turistica che rendesse merito alle bellezze dell’Isola e a l benessere della popolazione: Mentalità ventisettista condizionata da madre- nazione che, in cambio dei propri interessi legati alla difesa, non ha educato ma reso succubi i propri figli incapaci di iniziative proprie. Basta percorrere le coste della riviera adriatica per vedere di cosa siano stati capaci i suoi abitanti, potendo contare solo sulle proprie forze, in spiagge che rispetto alle nostre non potrebbero neanche definirsi tali. Ma tantè, di necessità virtù. Ed ora che mamma marina sta riducendo la propria consistenza, raccogliendo i primi bagagli, la maggior parte di noi si sente perduta , come se vivesse nella peggiore landa del deserto, senza beni naturali disponibili. Lo dimostra la reazione di quanti si oppongono all’allontanamento della base nucleare americana che oggi c’è e domattina, concretamente potrebbe farci scomparire tutti. Ma, mi domando, se siamo capaci di misurarci col mondo che ci circonda o se veramente ci stiamo prendendo gioco del nostro futuro. Non è vero che non abbiamo risorse alternativa alla base militare italiana o a quella americana. Viviamo in uno degli ambienti più belli del mondo dove vi sono indiscutibili potenzialità. Mostriamoci piuttosto con le nostre capacità! Cominciamo a trasformare le batterie, i forti, le costruzioni esistenti sdemanializzate in strutture alberghiere, o in ricettività, o ancora in circoli ricreativi o culturali, in campus per i ragazzi, offrendo al turista, o al visitatore l’opportunità di un piacevole ed indimenticabile soggiorno. Battiamoci uniti con chi ci amministra rivendicando la nostra terra e i nostri ruoli, con dignità, pretendendo risposte certe del ministro di turno, per la riconversione civile del Cantiere Navale che non solo risulterebbe una risorsa occupazionale ma anche un rilevante indotto turistico. Qualifichiamoci professionalmente, uscendo dall’anonimato e azzardando soluzioni innovative nella Gallura. Le bellezze naturali, che certamente occorre tutelare, ci consentono di dimostrare che seppure senza la Marina militare, senza la Marina americana, senza il parco, noi siamo vivi, siamo una collettività che sa farsi valere dignitosamente. Lo possiamo fare senza piangerci addosso ma dobbiamo iniziare ad aprire i nostri orizzonti a vedute alternative all’assistenzialismo statale che ha condizionato la nostra mente e il nostro paese.. Sarà doveroso anche farsi aiutare, se necessario, senza la solita presunzione latente, da chi vanta grande esperienza in questi settori. Solo se avremmo questo coraggio potremo ricominciare a sognare. Secondo qualcuno “I sogni sono le pietre di paragone del nostro carattere”, io penso che siano semplicemente il nostro trampolino di lancio.
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