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Storia della scuola
di Giovanna Sotgiu
Il palazzo scolastico negli anni '20
Le prime notizie relative al tentativo di stabilire una classe elementare nell'isola risalgono al 1779; il bailo Bartolomeo Fravega relazionava al viceré sulla necessità di far riunire le famiglie ancora abitanti a Caprera a quelle di La Maddalena, attribuendo loro "idee e termini selvatici che giungendo qua se ne spoglieranno, come se né quasi spogliato questi della Maddalena" Egli così giustifica la necessità della riunione: "Sarà anche una carità far riunire quelle sette famiglie qui assieme all'altre per apprendere un giorno la dottrina cristiana acciò possano sapere che vi è un Dio che premia i buoni e castiga i cattivi, perché se resteranno collà saranno sempre privi di quei lumi che sono necessari a un cristiano per essere guidato al cielo. Giorni sonsi capitò qui un certo uomo e cominciò a far la scuola e la dottrina cristiana ai ragazzi, con pensiero di avere un numero di ragazzi che fusse sufficiente a darci almeno sei scudi al mese per poter vivere, ma non riuscì fattibile incontrar qui più di tre scudi e mezzo, e con questo salario non poteva vivere unico motivo d'aver cessato la scuola e la dottrina".
Qualche anno più tardi il comandante delle isole, Raynardi, affermava che nessuno degli abitanti sapeva scrivere e, per spiegare la ragione di tanta ignoranza, egli diceva che bisognava considerare l'origine di questo popolo, "il primo suo essere, e privi sempre di maestri". Raynardi mostrava animosità nei confronti dei maddalenini che, in qualche occasione lo avevano trattato, a sentir lui, senza rispetto e quindi il suo parere negativo era eccessivo; non era affatto vero che nessuno sapesse scrivere: basta pensare ai numerosi sottufficiali che militavano nella marina sarda e che, non si sa come, avevano imparato non solo a firmare, ma anche a redigere relazioni da mandare ai superiori, magari scorrette e sconclusionate come quelle di Raynardi.
La propensione per la scuola era obbiettivamente frenata dalla mancanza di mezzi: non erano numerose le famiglie che potevano permettersi di pagare per il precettore, per l'affitto del locale, per i libri. Malgrado ciò, a partire dal 1800 troviamo saltuariamente documentata qualche traccia di tentativi di avviare una classe elementare, sempre da parte di ecclesiastici, gli unici che potevano a buon diritto unire gli indispensabili insegnamenti cristiani a quelli dell'istruzione. Nel 1806 uno di questi fuggevoli segni appare in una lettera del comandante Agostino Millelire che, relazionando sulla presenza di alcuni corsi fuggiti dalla loro terra a causa delle "requisizioni", cioè della coscrizione obbligatoria alla quale li sottoponeva Napoleone, citava anche un prete, don Filippo Piretti che "trovasi qua facendo scuola ai ragazzi sino dalli 15 dello scorso gennaio".
Qualche anno più tardi, nel 1810, un altro sacerdote, Tomaso Croce, aveva cercato un alloggio adatto per ospitare una classe ma non essendo riuscito a trovarlo, era ripartito per Sassari in cerca di migliore fortuna. Non abbiamo notizie né del luogo dove si tenevano queste saltuarie e quasi occasionali lezioni, né a quali famiglie appartenessero i ragazzi interessati. Dobbiamo arrivare fino al 1813 per sapere di più grazie ad un atto notarile, "Instrumento di insegnamento di giovani" affidati a don Luca Ferrandicco di Tempio per 6 anni. I capifamiglia contraenti appartenevano tutti a quel ceto che potremmo definire borghese, formato soprattutto da funzionari dello stato, da graduati imbarcati sulle regie navi e da padroni marittimi. Fra i primi sono Agostino Millelire, comandante delle isole Intermedie, Onorato Lauro suddelegato patrimoniale, Giò Giacomo Gambarella, consigliere comunale ed esattore delle tasse negli anni successivi; fra i secondi Tommaso Zonza la Fedeltà, Cesare Zonza comandante "provisionale" del porto di La Maddalena. Ilgruppo più numeroso è rappresentato dai padroni marittimi possidenti in media di 200 scudi; Filippo Favale, Gio Batta Millelire, Domenico Millelire di Battista, Giovanni Ornano, i fratelli Francesco e Salvatore Coliolo, Salvatore Fienga, Domenico Coliolo e Luigi Polverini. A questi si aggiungevano la vedova Mariangela Ornano e Giacomo San Damiano, l'unico del quale non conosciamo nulla. Quasi tutti i contraenti sottoscrissero con la loro firma il contratto ad eccezione di Giovanni Ornano, Tomaso Zonza e Mariangela Ornano che apposero il segno di croce. Ferrandicco giurando fedeltà al patto "manu in pectore sacerdotali more.... compromette di fedele assistenza e continuata disciplina il profitto dei giovani studenti" con insegnamento individuale secondo il grado di preparazione e l'età dei 20 allievi (logicamente tutti maschi!). Le lezioni dovevano essere impartite mattina e sera per tutti i giorni della settimana tranne il giovedì, e i giorni festivi. La paga era di 130 scudi, un reale, due soldi e 4 denari, da corrispondere in due rate annue; a ciò si aggiungeva un pane che ogni contraente doveva passare settimanalmente, un alloggio "decente" sia per la classe che per l'abitazione del maestro. Il compenso pattuito era decisamente buono se lo si paragona a quello stabilito in seguito, nel 1824, per la scuola pubblica, che poteva oscillare fra un minimo di 40 e un massimo di 80 scudi.
Luca Ferrandicco rimase a La Maddalena fino al 1829, anno della sua morte e con tutta probabilità continuò nel suo lavoro di precettore fino alla emanazione delle norme sulla educazione volute da Carlo Felice nel 1823 e riguardanti tutte le fasce dell'educazione, dall'università alle scuole normali. Il regolamento attuativo del 25 giugno 1824, per la prima volta si interessava ufficialmente della istruzione elementare facendone pesare l'organizzazione sui comuni e sul clero. Le finalità erano ridotte all'essenziale: "Vi sarà in tutti i villaggi del regno un maestro di scuola il quale insegni a leggere, ascrivere, l'abbaco, la dottrina cristiana ed il catechismo agrario". I comuni erano obbligati al mantenimento della istituzione, cioè alla paga del precettore, sia al reperimento di locali idonei per l'insegnamento, sia alla dotazione degli arredi indispensabili (lavagna, gesso, crocifisso, libri, carta, penne). Fra gli oggetti da acquistare avrebbero dovuto figurare anche piccoli doni da dare agli alunni meritevoli per incentivare lo studio, ma questo risultò essere un sovrappiù impossibile. Il reperimento dei fondi , infatti, era difficoltoso per tutti i comuni, e ancor più per quello di La Maddalena, privo o quasi di rendite agricole o derivate dalla presenza di consistenti proprietà private. Il regolamento suggeriva di dedicare a questo scopo l'eventuale "disponibilità di qualche territorio" proveniente dall'applicazione dell'Editto delle chiudende il cui ricavato sarebbe stato finalizzato "alla dotazione delle scuole normali".
Ciò che nel regolamento colpisce maggiormente è il ruolo assegnato al clero. La richiesta di collaborazione era indirizzata ai vescovi perché vegliassero sul buon andamento delle scuole e sulla moralità dei precettori, mentre al funzionario governativo (l'intendente provinciale), sembrano attribuiti puri compiti amministrativi. "Le scuole sono poste sotto l'ispezione dei parroci e sotto la sorveglianza degli intendenti provinciali come delegati dei rispettivi Magistrati sovra gli studi" Anche la nomina del precettore era fatta dall'intendente, ma su proposta del parroco e del sindaco del comune, privilegiando "uno dei viceparroci del luogo" e, solo ove questo non fosse possibile, "dove i bisogni della chiesa non permettano tal distrazione, qualche altra persona secolare del villaggio"; nel caso però che anche tale esperimento andasse a vuoto, il regolamento obbligava i sacerdoti ad assumere l'incarico ("Ove l'intendente disperi di divenire un abile maestro, sono tenuti ad incaricarsi di detta scuola i parroci e i viceparroci"). Ancora più marcata si rivela la determinazione del governo nei confronti dei frati per i quali addirittura "si ingiunge[va]" di attivare, all'interno del convento, le classi elementari. Tenendo, come al solito, al risparmio, il regolamento stabiliva che ai parroci o ai frati che assumessero l'incarico di precettori nello stesso paese in cui risiedevano, si sarebbe corrisposta solo la metà del salario previsto.
Il comune di La Maddalena è stato, in certi periodi, fra quelli più riottosi all'apertura delle scuole per reali problemi di bilancio difficilmente sanabili. Per il primo anno di applicazione del regolamento, il 1824, riuscì ad ottenere dal governo viceregio il permesso di introdurre una tassa ad uso comunale su grano e vino importati; ma con questi proventi non riusciva a sopperire a tutte le spese e quindi provò ancora a richiedere, inutilmente, il permesso di istituire piccole gabelle. In effetti il comune avrebbe dovuto provcurarsi i fondi attraverso esazioni dirette sui cittadini abbienti, non con dazi sulle importazioni che, a parere della Giunta Patrimoniale, sarebbero ricaduti sui consumatori più poveri.
Diversi sacerdoti si alternarono come precettori alla Maddalena, raramente portando a termine pacificamente il loro periodo di contratto: l'unica eccezione è rappresentata dal sacerdote Mamia Addis (precettore dal 1832 al 1841) che, essendo viceparroco, poteva accumulare le rendite dei due incarichi per vivere dignitosamente. Ma prima di lui le polemiche furono a volte accanite. Nel 1828, in occasione di una assenza del precettore padre Psidali, il Consiglio aveva contattato il frate Eugenio Cascioni, dei Minori Osservanti di Tempio; in un primo momento, ci fu l'opposizione del padre superiore che vedeva nella disponibilità dei frati ad accettare l'incarico da precettore, il desiderio di sfuggire alle regole conventuali "gli indisciplinati e quei tutti che malamente soffrono il rigore della professata regola vanno in traccia di appoggi che li facciano vivere lontano dal chiostro"; ma l'opposizione più violenta venne proprio dal designato precettore che, saputo che il consiglio comunitativo voleva che adempisse anche alle funzioni di vicepparroco, chiese prima un supplemento di 25 scudi, accusando poi presso l'intendente provinciale il parroco di La Maddalena, Biancareddu, di connivenza col consiglio per proteggere un suo parente, fra Bonaventura Maxoni. Dalla corrispondenza intercorsa in questo proposito veniamo a sapere che questo personaggio non pareva all'intendente meritevole di benché minimo interessamento, visti i precedenti dei quali il funzionario era a conoscenza: gli risultava infatti che nella portineria del convento di Sorso del quale Maxoni era guardiano, si era trovata una grande quantità di tabacco di contrabbando. Così, concludeva l'intendente, a La Maddalena "invece di diminuire gli sfrosi si aumenterebbero dal padre Maxoni". In tale situazione di polemica la scuola restava chiusa con "beneficio" economico (non certo culturale) del comune, finché l'intendente non intervenne con forza decidendo la riapertura delle lezioni e dando l'incarico di precettore ad un giovane suddiacono maddalenino, Silvestro Zicavo. La visita ufficiale, attuata dopo qualche giorno, lo soddisfaceva della scelta: c'erano 90 alunni che apparivano ben preparati; 8 o 9 erano addirittura meritevoli di premi (poveri per la verità), consistenti in fazzoletti e libretti. Grande e entusiastica era stata la partecipazione popolare della gente che gridava "viva il re". Toni ancora più soddisfatti appaiono nella relazione di fine anno dello stesso intendente, che metteva in evidenza il miglioramento degli allievi, la premiazione per alcuni di loro dinanzi ai genitori felici in un aula in cui troneggiava un quadro ordinato da lui, a spese del comune e realizzato dall'inglese Craig con le parole "Viva l'adorato nostro monarca Carlo Felice, benefico istitutore delle scuole normali" Merito certamente del suddiacono precettore, ma sembrerebbe anche dei genitori degli allievi. Meno entusiastica la relazione di Antonio Biancareddu, vicario capitolare di Tempio, incaricato di verificare lo stato delle cose in tutta la diocesi di Ampurias e Civita. Solo le scuole di Tempio e Nughes erano attrezzate delle suppellettili necessarie, nelle altre (e La Maddalena era fra queste) non c'erano né lavagna né libri e tanto meno premi per i più bravi.
Tali differenze di giudizio vanno forse spiegate con la mancata collaborazione nella conduzione delle scuole normali, che il Regio Regolamento prevedeva, fra l'istituzione governativa e quella religiosa. Diversi erano i motivi di attrito che, per quanto si tentasse di nascondere, venivano ogni tanto a galla: il più comune era quello economico cioè il compenso del maestro, che quindi coinvolgeva direttamente il consiglio comunitativo, come sempre in cerca di motivi di risparmio. Ciò irritava il vescovo che periodicamente ricordava ai "signori maddalenini" il privilegio di non pagare le decime per la mensa vescovile; ma anche fra precettore e sacerdoti non sempre esisteva accordo: Qualche volta per motivi inerenti l'impostazione dell'insegnamento, a volte per questioni personali di carriera. E proprio questa ultima situazione creò grande irrequietezza, derivante dal disaccordo fra due ex frati, operanti a La Maddalena nel 1830: l'ex capuccino Sebastiano Balistreri, provicario e l'ex francescano Michele Pischedda, precettore. Alla base c'era il dissidio causato, come diceva il vicario episcopale Giorgio Scano, "da antipatia che gareggia fra i due sfrattati nata dall'ardente prurito al vicariato". Pischedda, arrivato come predicatore quaresimale, aveva avuto modo di osservare gli "animi irrequieti" degli isolani, le "dissezioni" e le ostilità che opponevano individui e gruppi, e certi comportamenti disinvolti di famiglie di fatto prive del sacro vincolo del matrimonio.
Relativa all'anno 1831 troviamo una scheda riassuntiva della situazione delle scuole normali in tutta la provincia di Ozieri, corredata dalle osservazioni dell'intendente Francesco Luigi Simon; 22 paesi avevano scuole funzionanti; 19 precettori erano sacerdoti o frati; solo 3 erano "scriventi" giovani cioè, che avevano terminato la prima fase degli studi, ma non ancora conseguito il titolo. Su 658 abitanti, La Maddalena aveva solo 23 studenti, una media molto bassa se si considera che all'inizio dell'anno gli iscritti sfioravano il centinaio: in effetti la maggior parte dei ragazzi era attratta dal mare e abbandonava le lezioni per imbarcarsi sui legni mercantili o su quelli militari. Interessante il giudizio complessivo ricavabile dalla scheda: per assenze da scuola e dalle funzioni religiose gli alunni maddalenini battevano tutti i primati, uguagliati soltanto da quella di Longosardo, Terranova, Calangianus e Berchidda: risultavano "mediocri" in quanto a "ingegno" e a "indole". Complessivamente erano i peggiori di tutta la provincia. Un quadro abbastanza sconfortante, soprattutto se paragonato alle precedenti relalzioni dell'intendente Valle che dava lusinghieri giudizi sulla preparazione degli alunni.
La relazione del Consiglio del seguente anno fornisce altre informazioni interessanti: l'impegno scolastico comprendeva tre ore al mattino e due alla sera, tutti i giorni tranne le domeniche, le festività e i giovedì; nei giorni feriali solo i più grandi partecipavano alla messa celebrata dal precettore "senza formalità" mentre la domenica erano presenti tutti gli alunni; le ore del mattino erano impegnate per la lettura, la scrittura e, per i più grandetti, l'aritmetica; il pomeriggio si ripetevano le lezioni del mattino con in più mezz'ora di dottrina cristiana e "catechismo agrario", cioè i rudimenti per avviare i giovani all'agricoltura ("ma poco, pero... per esser li studenti tutti inclinati alla marina"). Durante la quaresima le classi al completo seguivano le prediche e il catechismo tre volte alla settimana. In quell'anno gli alunni iscritti erano 80; 25 avevano terminato il corso "e trovasi imbarcati al Regio servizio della marina". Il consiglio riconosceva anche che da alcuni anni non vi era stata "distribuzione di premi alli scolari essendo la più parte piccoli cioè nelle prime lezioni".
A partire dal 1832 finalmente ci fu nella scuola stabilità, grazie all'incarico affidato al viceparroco Michele Mamia Addis, di Aggius. Tale situazione durò fino al 1841 quando le nuove norme per l'istruzione pubblica e l'intervento del gremio di S. Erasmo, rimisero in discussione pace e tranquillità.
Il gremio raggruppava i padroni marittimi maddalenini, persone abbastanza facoltose, che vivevano del trasporto e del commercio via mare. Molti di loro erano impegnati nell'amministrazione del comune come consiglieri (Marco Maria Alibertini, Tomaso Zonza, Giò Marco Zonza, Pietro Semedei, Simone Ornano, Batta Polverini di Luigi, Matteo Culiolo, Pasquale Volpe, Nicolò Susini) e come sindaci, per cui, naturalmente, gremio e consiglio condividevano le stesse scelte. Ma mentre il consiglio doveva rispondere delle proprie azioni "al superior governo" e quindi non poteva rifiutarsi, ad esempio, di accettare la nomina di un precettore o di pagare le spese necessarie alla scuola, il gremio godeva di tutta la sua libertà di scelta e indipendenza economica.
La lunga storia durata quasi 8otto anni incominciò nel 1840 con una proposta di contratto fatta dal priore della congregazione, Giuseppe Cuneo, in accordo con il consiglio comunale. Il gremio desiderava un cappellano che garantisse la celebrazione, presso l'altare del santo protettore, S. Erasmo, della messa giornaliera all'alba, in modo che i marinai, ma anche altri lavoratori costretti ad orari mattinieri, potessero assistere all'ufficio divino prima di recarsi al lavoro. Poiché il servizio di cappellania dato a un non residente a La Maddalena, sarebbe costato circa 80 scudi sardi, per abbattere i costi, il gremio trovò l'accordo con il consiglio comunale in modo che il cappellano assolvesse anche al compito di viceparroco e di precettore: in questo modo con 80 scudi si sarebbero ottenute le tre cose.
In questo sapiente collage delle possibilità economiche del comune con quelle della congregazione, si prevedeva anche un piccolo compenso per il viceparroco che avrebbe dovuto abbandonare l'insegnamento; ma Mamia Addis, che aveva servito come precettore dal 1831 senza alcun demerito, anzi con notevole apprezzamento da parte della comunità, non era disponibile a lasciare volontariamente quell'incarico e contestava al gremio la facoltà di fargli i conti in tasca. La sua reazione bloccò momentaneamente il progetto poiché a nessuno interessava portare a conseguenze estreme la situazione che perciò rimase immutata fino all'emanazione dell'Edito Regio del 7-9-1841 e delle conseguenti riforme nel campo dell'istruzione.
Un quadro riassuntivo stillato dall'intendente provinciale Vitelli in quell'anno vedeva a La Maddalena 1240 abitanti e 80 studenti con una media di presenze molto alta rispetto agli altri paesi della provincia.
A distanza di quasi 20 anni dalla prima fondamentale norma riguardante l'istruzione elementare, il Re Carlo Alberto ne denunciava le condizioni poco soddisfacenti, attribuendone la causa "alla mancanza di metodo e di sufficiente istruzione dei maestri elementari e ad alcuni abusi" non meglio precisati nella conduzione della scuola. Oltre alle misure puramente organizzative proposte dal nuovo regolamento, alcune, fondamentali, erano dirette a migliorare la preparazione dei maestri obbligandoli a seguire un corso di 3 mesi di "metodica" presso le scuole di metodo istituite nei conventi degli scolopi a Sassari, Cagliari ed Oristano. Nel corso essi avrebbero appreso "il metodo da usarsi nel distinguere i caratteri dell'alfabeto italiano, nel compitare, sillabare, leggere e scrivere, nell'aritmetica, nei principi dell'agricoltura e nei precetti d'esprimere decentemente per iscritto le proprie idee". Ancora una volta i parroci, considerati "direttori nati delle scuole elementari", dovevano, "impiegare il loro zelo pel buon andamento di esse visitandole almeno una volta alla settimana" e sottoscrivendo gli statini trimestrali. Alla fine del corso, attraverso un esame, si sarebbe conseguito il titolo di maestro elementare.
L'editto però non risolverà la più grande causa di contrarietà dei comuni: le spese da affrontare malgrado un bilancio spesso esausto e la conseguente adozione di tutti i mezzi per evitare l'apertura della scuola. E' questa un'accusa ricorrente fatta dai funzionari statali (intendente provinciale e Magistrato sovra gli studi) nei confronti dei comuni. Un'altra situazione di conflittualità, alla quale l'Editto dava luogo, riguardava la difficile convivenza dei nuovi precettori abilitati con regolare titolo, che però dovevano essere "controllati", attraverso le visite settimanali e soprattutto attraverso il visto trimestrale apposto sotto gli statini, dal "direttore nato" della scuola: cioè proprio da quel parroco che spesso, come nel caso di La Maddalena, aveva strettamente collaborato con il "vecchio" maestro. Questo dissidio emerse presto coinvolgendo il parroco, il precettore, il consiglio, degli anonimi ricorrenti e poi il vescovo, l'intendente provinciale, l'ispettore generale di metodica, e perfino il vicerè.
Mamia Addis aveva dichiarato la sua indisponibilità a frequentare il corso escludendosi così dall'insegnamento e consentendo ai padroni marittimi di ripresentare, con l'appoggio dell'intendente provinciale, il loro progetto. Così per l'anno 1842 la scuola sisvolse tranquillamente con un prete di Luras, Francesco Giua, nominato supplente del viceparroco rinunciatario.
Nell'anno successivo qualcosa dovette andare storto: i padroni di S. Erasmo lamentavano la debolezza del commercio e quindi delle loro entrate e si dichiararono indisponibili sia a mantenere il cappellano del loro gremio, sia ad aiutare il comune. Comunque dopo il primo trimestre in cui la scuola rimase chiusa, l'incarico di precettore fu affidato al reverendo Giovanni Ricci di Tempio e, come era prevedibile, le polemiche incominciarono. Secondo Ricci il parroco si rifiutava di visitare settimanalmente la scuola e di visitare gli statini (cosa che impediva al Ricci di percepire lo stipendio), creando turbativa negli animi degli alunni: c'era stato addirittura l'episodio increscioso della processione di inizio d'anno, con prevista celebrazione solenne nella chiesa da parte del parroco, alla quale invece quest'ultimo non si era presentato. I funzionari governativi non esitavano a vedere le cause di tutti i dissidi nell'interesse solito del comune a non spendere per la scuola, e nell'antipatia dei parroci e dei viceparroci (già maestri), per i nuovi docenti e metodi "moderni". La stessa situazione si verificava a Terranova dove parroco e consiglio osteggiavano con gli analoghi sistemi il reverendo Francesco Giua. Il duro intervento del Reggente la Segreteria di Stato attraverso l'intendente e il vescovo, mirava a rimettere nella giusta posizione i rapporti, obbligando il parroco a quello che definiva il suo dovere: in realtà esso trovò un sovvertimento grazie alla testimonianza del vescovo a favore di Mamia Addis e, di conseguenza, contro Ricci.
Ricci fu "sospeso", e il Consiglio approfittando della situazione per risparmiare, rifiutò di pagargli l'intero salario dicendosi disponibile solo per il corrispondente di un trimestre. La scuola era di nuovo chiusa e subito il malcontento si concretizzò in una denuncia anonima, alquanto sgrammaticata ma significativa, indirizzata al vicerè da alcuni cittadini maddalenini:
"....Da vari mesi è chiusa questa scuola elementare, senza speranza di avere altro precettore, per la quale i miseri padri di famiglia per mancanza di mezzi non sanno come procurare l'educazione ai teneri figli e son dolenti di vederli vagabondi per le strade. Il Consiglio, padre di quest'isola sarebbe è vero guidato dal animo del bene comune se l'ignoranza non gli dasse luogo a lasciarsi bendare gli occhi da due o tre foresti, il cui fine è la oppressione di questo scoglio misero: soffre la gioventù la mancanza del precettore, soffrono gli indecentemente vestiti la mancanza la mancanza di quello che al nascer del giorno celebrava la santa messa, soffre l'agricoltore che ha bisogno di portarsi a travagliar lontano la terra, e manca al dovere religioso per non perir di fame e soffre il marinaio, perché la messa tardi, ossia alle ore otto nulla li comoda se il tempo favorisce la sua partenza, e tralasciano talora di ascoltare la santa messa. Vense un nuovo precettore per la scuola e il medesimo celebrava la santa messa al far del giorno, tutti ne provavano il vantaggio, meno il parroco e il viceparroco, che badano al suo unico bene non a quello comune, è prciò bersagliato quello da questi dovette voltar le spalle a questo scoglio lasciando il dispiacere comune negli abitanti, e la gioia della vittoria nei due sacerdoti, che pieno il cuore della brama dell'interesse, massime il viceparroco che all'interesse unisce l'invidia e la malignità, nulla importa il bene di molti se va prosperoso il suo..."
Finalmente le trattative per pagare Ricci trovarono un punto di arrivo e il consiglio decise di adottare la proposta del vescovo per dare l'incarico a Francesco Giua che già aveva insegnato come supplente di Mamia Addis nel 1842; ma, come al solito, i padroni marittimi, lamentando gli scarsi guadagni dal commercio, rifiutarono di corrispondere a chiunque non fosse maddalenino, di accettare il lavoro con un salario di 40 scudi, decisamente insufficiente, che il Consiglio Comunale poteva permettersi.
Nell'impossibilità di aumentare il salario per le note carenze di bilancio, nei due mesi successivi il consiglio cercò inutilmente di convincere il precettore diSanta Teresa, don Giovanni Sechi, a trasferirsi a La Maddalenna col salario dei soliti, insufficienti, 40 scudi e infine, avendo, esperito tutte le vie senza trovare soluzione, si rimise alla volontà del vicerè. L'accordo fu finalmente trovato nel nome di Giua che dovette servire a La Maddalena fino al 1848, con totale gradimento del gremio.
L'organizzazione delle classi in questi anni si ricava da una circolare dell'ispettorato generale delle scuole di metodica ed elementari del 1847, firmata da padre Michele Todde. Le ferie maggiori occupavano i mesi di maggio-giugno o settembre-ottobre, "secondo i diversi capi dell'isola"; nel corso dell'anno erano giorni di vacanza le domeniche, le feste di precetto (intero o mezzo), i giovedì. Le feste di Natale incominciavano la vigilia e terminavano il giorno dei Santi Innocenti; quelle di carnevale "Si restringevano agli ultimi giorni, le altre di Pasqua avranno luogo dal mercoledì santo fino al martedì dopo la stessa Pasqua inclusivamente". C'erano le classi di studio possibilmente distinte con le materie stabilite dalle Regie Patenti del 7 settembre 1841 .
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