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GIOVEDÌ, 29 LUGLIO 2010
Toni Servillo alla Maddalena parla di mala
politica e del ruolo di denuncia che sembra essere riservato solo al cinema
«Questo è un Paese che non reagisce Pare
narcotizzato»

LA MADDALENA. Ad incontrarlo di persona, la figura slanciata ed eretta,
comprendi cos’è la bravura di un attore. Toni Servillo ha alle spalle vent’anni
di teatro, ma è stato consacrato dal cinema contemporaneo con due
interpretazioni memorabili, nei film «Gomorra» e «Il Divo». Ed è proprio in
quest’ultimo, dove ha interpretato Giulio Andreotti che ha dato la miglior prova
di recitazione. Perché è riuscito, senza cadere nella macchietta da Bagaglino, a
raccontare fisicamente l’uomo che per cinquant’anni ha condizionato la scena
politica italiana.
Quale miglior insegnante quindi per i diciotto fortunati ragazzi che, grazie
all’iniziativa dell’Associazione Quasar di La Maddalena, stanno frequentando il
primo laboratorio Master Class sulle tecniche dell’attore, in concomitanza con
il festival «La valigia dell’attore».
Un’esperienza inedita anche per Toni Servillo che così la descrive: «Ho
accettato volentieri l’invito di Giovanna Gravina Volontè, anche in memoria del
padre che qui è sepolto. Credo che nessun attore della mia generazione, ma anche
di quelle successive, possa evitare di far riferimento a Gian Maria Volonté come
esempio di rigore ed impegno. Lavorare con dei giovani mi sembra una cosa molto
bella per onorarlo».
- Per Toni Servillo, Eduardo e Volontè, sono modelli.
«Uniti dal rigore delle scelte, nella disciplina di amministrare il proprio
mestiere straordinario che trova pochi eguali nel teatro come nel cinema. Questi
due grandi personaggi non erano guidati dall’ambizione, dalla carriera,
dall’amore, bensì dall’ossessione. Che significa quanto nel mestiere abbiano
significato le rinunce per tenere fede al lavoro della recitazione ed orientarlo
alla propria immagine pubblica».
- Inevitabile una domanda sul divo Andreotti. Quali differenze tra alcuni
politici della Prima e quelli della Seconda Republica, soprattutto alla luce
delle ultime rivelazioni del pentito Spatuzza?
«L’intenzione di Sorrentino era di indagare nel privato di uno degli uomini
più misteriosi della scena politica italiana. Questo ovviamente ha creato anche
elementi di fascinazione. Sicuramente quel film racconta di una politica che,
nel bene e nel male, era più vicina alle domande del Paese. Forse perché doveva
rispondere subito ad una popolazione che usciva dalla guerra. Oggi la politica,
in maniera quasi imbarazzante è totalmente autoreferenziale. Ascolta solo se
stessa. Quello che è ancora più imbarazzante è che dall’altra parte c’è un Paese
totalmente narcotizzato da questo tipo di atteggiamento. Ciò non accadeva negli
anni in cui al potere c’erano quegli uomini. Ma non per loro merito».
«Tutto il sistema di relazione tra il Paese e la politica era profondamente
diverso. Forse a quell’epoca si sono create le basi perché poi accadesse ciò che
oggi ci sconcerta. Questa è una delle domande che si pone quel film: dove
affonda le radici lo scollamento totale della classe politica che si auto
complimenta, urla, si lamenta in modo completamente sganciato dalla domanda che
viene dal Paese».
- Toni Servillo vive in Campania, dove è nato cinquant’anni fa. Ha scelto di
restare in questa Regione senza cedere alle lusinghe di un eventuale
trasferimento a Roma. Perché?
«Ci sono motivi privati a cui non ho mai fatto cenno. Sicuramente ho
deciso di restare in Campania, a Napoli, per due ragioni. Napoli è una città
verso cui mi sento debitore di una cultura, di un modo di vivere che, per chi fa
teatro, è un nutrimento costante e fondamentale. Credo che insieme a Milano sia
l’unica vera grande metropoli. Decidere di restare per me significa lanciare un
segnale: che non tutto è completamente perduto».
- L’ultimo film è ancora in corso di lavorazione, s’intitola «Il
gioiellino».
«E’ una vicenda ispirata al crak Parmalat. Cerca di raccontare certe pagine
complicate del nostro Paese. Forse il cinema, più della letteratura, può portare
all’attenzione certi meccanismi dei passaggi della nostra storia recente. Questo
Paese pur nelle difficoltà economiche che esistono, non deve rinunciare alla
cultura, una sua risorsa fondamentale. La Francia ci supera di gran lunga, non
solo in quello che investe, ma anche in quello che guadagna promuovendo
soprattutto un turismo di natura culturale. Se continuiamo a sottovalutare
questa occasione siamo perdenti. Mi preoccupa il cinema, ma molto anche la
tendenza alla privatizzazione della scuola, dell’acqua: è su tutto questo che
non si capisce perché c’è tanta narcosi e tanto silenzio».
BARBARA CALANCA
Il Solinas visto da Maiore

LA MADDALENA. Per tutto il festival «La valigia dell’attore», alla
Fortezza dei Colmi si potrà visitare la mostra «Il Premio Solinas visto da
Maiore», con le foto di Tatiano Maiore. E’ una straordinaria cronaca per
immagini della storia del premio. Nella fotografia di Tatiano Maiore qui in
alto, Gian Maria Volonté con Gillo Pontecorvo.
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