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L'intervento di Salvatore Sanna sulla Base USA La presenza statunitense nell’arcipelago maddalenino oggi non cambia solo la pelle, ma anche la testa ed il cuore. Si tratta di una presenza mai completamente definita: piuttosto che di una base si deve parlare, infatti, di un “processo” continuo, con frequenti novità di adattamento funzionale ed alcune vere e proprie mutazioni sostanziali, istituzionali, ordinamentali, ed organizzative. La prima mutazione si registrò già nel gennaio del 1973, con l’istituzione del cosiddetto Navy Support Office (N.S.O.), che integrava l’originario Submarine Refit and Training Group, il cui comando era imbarcato sulla prima nave appoggio, con un comando a terra che si andò ad ubicare in un’area a terra presa in locazione da una ditta privata e su cui si innalzò, solitaria e abusiva, la bandiera statunitense. La seconda mutazione si ebbe nell’ottobre del 1984, sostituendo il Submarin Refit con l’istituzione del COMSUBRON 22, cioè a dire il Comando del 22° Squadrone Sommergibili. Con questa novità la U.S. NAVY affermò di avere costituito un organismo: <<che funge da strumento visibile della politica estera degli Stati Uniti>>. Nel successivo 1985 si registrò, invece, una significativa mutazione nella capacità offensiva dello Squadrone che, con l’immissione nel suo mix d’armamento dei Cruise navali (i cosidetti tomahwak), oltre alla mission antisom (la famosa funzione hunter killer) acquisì la capacità di partecipare alla proiezione di potenza contro terra. Tale funzione il 22° Squadron iniziò a svolgerla partecipando, a fine gennaio del 1986, alla task-force mobilitata dal Pentagono contro la Libia. L’unica mutazione in diminuzione la si ebbe, dopo la caduta del muro di Berlino e la progressiva decomposizione dell’URSS, con l’eliminazione della missione antisom ed il mantenimento della funzione offensiva contro terra, che i sommergibili maddalenini praticarono nel corso del Desert Storm del gennaio 1991 e replicarono nella prima fase dell’attuale campagna Enduring Freedom, sempre contro l’Irak, nonostante la contrarietà del Sindaco di La Maddalena. Il processo di mutazione celebra in questi giorni la sua ultima occasione con la sedicente operazione di “Migliorie Infrastrutturali” a S. Stefano. Anche questo progetto è supportato da una pesante campagna di simpatia (visite all’ambiente sottomarino a bordo degli innocui “mostri” nucleari per i politici del territorio), di coinvolgimento (affari immobiliari) e di complicità nelle solite bugie e mezze verità, come nel passato. Anche questa mutazione è sostenuta dalla solita negazione di un ampliamento (raddoppio o meno) della base, del suo personale, dei suoi mezzi e della sua operatività, che intanto nessuno può controllare. Si nega cioè, come è sempre avvenuto nelle precedenti circostanze del “processo”, la stessa lapalissiana mutazione . La novità che caratterizza quest’ultima operazione consiste nel fatto che si tratta di un Progetto di edificazione di una nuova BASE a terra, costituita da fabbricati in muratura per 52.000 metri cubi. Per evitare i rigori della normativa urbanistica, a cui devono sottostare tutti i cittadini a garanzia di un corretto ed ordinato assetto urbanistico e paesaggistico, la Sezione americana della Commissione Mista Costruzioni Italia-USA ha unilateralmente ed illegittimamente autocertificato che le opere progettate attengono all’interesse della Difesa Nazionale. Sempre illegittimamente, quella Sezione, che deve lavorare con modalità di codecisione con la Sezione italiana, ha invece autorizzato con atto unilaterale il proprio Progetto a godere dei benefici della deroga alle procedure urbanistiche ordinarie. A rigore, si tratta di una nuova Base che si stabilisce in un’area attualmente occupata da un’immonda baraccopoli. Questa è stata abusivamente innalzata dagli americani, con la complicità della Marina Militare italiana, per giungere a giustificarne la ristrutturazione migliorativa che nasconda il vero volto dell’operazione. Il volto greve dell’istituzione della nuova BASE che, senz’altro più adeguata e più sicura negli ambienti di lavoro per il personale, ha però la funzione primaria di potenziare la capacità operativa della funzione offensiva e nucleare dell’apparato militare statunitense di La Maddalena/S. Stefano. Si tratta di una nuova BASE, non prevista dal trattato del 1972, che farà sistema con gli altri comandi già esistenti nell’arcipelago, e che è segno premonitore di una colossale risistemazione complessiva dei 17 siti americani nell’arcipelago e a Palau, che gli uffici del N.S.A. chiamano subdolamente “Obiettivi di consolidamento”. Con il solito titolo ambiguo si vuole mettere la foglia di fico alla vergogna di una previsione di cementificazione selvaggia e non remunerativa, ben conosciuta e già valutata con golosità dall’Amministrazione maddalenina, e che parrebbe il prezzo della sua complicità sul nuovo insediamento di S. Stefano, da giustificare con la scusa del benessere della truppa. La previsione avanzata parla di un totale di 33.430 mq di superficie da coprire con cemento armato, per una cubatura minima di 100.000 mc, il tutto inserito in un complesso di 150 ettari. Un’altra brutta storia tutta ancora da raccontare. E’ sempre più impossibile, se non in malafede, negare che il Pentagono stia promuovendo una profonda mutazione della propria presenza nell’arcipelago ed in Sardegna. Nulla a che vedere per enormità alle precedenti mutazioni, questa ha bisogno delle mani libere sul territorio in cui pretende di svilupparsi. Per La Maddalena tempi infelici si prevedono, nella prospettiva di una sua “guantanamizzazione ”, che ha già allontanato la Coppa America dall’Arcipelago e dalla Costa Smeralda e che ha già determinato un atteggiamento subalterno dell’Amministrazione maddalenina alle esigenze americane, nonostante l’insegnamento magistrale della storia e della cronaca della Base americana nell’isola. Il segno di tale convinta subalternità si può esplicitamente rilevare anche dallo scontro isterico ricercato dal Sindaco Giudice con il Presidente della Regione, suo camerata, reo di non avere compartecipato almeno con il silenzio alle sue attese. Il Presidente Masala ha fatto bene a sottrarsi alla meschinità delle pretese maldestramente avanzate nei suoi confronti con la scusa di proteggere l’interesse dei maddalenini. Gli interessi di La Maddalena e della sua comunità non stanno nella negazione della novità sconvolgente che si prospetta, ma nel contrastarla riconoscendone la gravità, per meglio contrattare le condizioni più favorevoli da una posizione di forza, che non è mai l’adesione acritica ai piani del Pentagono o, peggio, la connivenza nelle falsità che vengono propalate in simili circostanze. Masala, però, deve sapersi sottrarre alla tentazione di annacquare la vertenza su questo caso specifico con la proposizione al Consiglio dei Ministri di una vertenza più generale sulla annosa questione militare sarda. La singolarità e gravità della questione maddalenina esige una trattazione specifica, per una comunità che attende risorse concrete di sviluppo socio-economico, alternative all’ipotesi che pretende la chimera dell’americanizzazione nucleare inevitabile. A volerla dire tutta, il Consiglio regionale dovrebbe dare il mandato al Presidente Masala di far notare al Presidente Berlusconi che questa BASE, sia nella versione attuale che in quella prevista, non è compatibile con l’ipotesi di difesa europea di cui lui stesso va parlando a Bruxelles.
Salvatore Sanna
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