La Nuova Sardegna
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«Incidente nella galleria»
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Un testimone: il 20 ottobre non c’è
stata solo la scossa, è anche saltato un compressore nella base di
Santo Stefano |
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«Nei giorni successivi un viavai di
personale specializzato» |
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Antonello Sechi
LA MADDALENA. «Alle ore 01.30 di mercoledì 22 ottobre
dall’imbarcadero di Punta Chiara parte una grossa zattera americana.
Destinazione: isola di Santo Stefano. È notte fonda. A bordo ci sono
meno di dieci persone, un gruppo di tecnici civili. Arrivano da fuori.
Vanno a fare una verifica all’interno di una delle gallerie che
attraversano l’isola utilizzata dall’Us Navy come base appoggio per i
sommergibili a propulsione nucleare. Vanno a vedere un grosso
compressore che ha il segno di una frettolosa riparazione».
Sono passate 26 ore dal boato e dalla scossa che hanno spaventato i
maddalenini, un boato che inizialmente viene attribuito al bang di un
aereo supersonico e che solo dopo quattro giorni viene dichiarato
ufficialmente l’effetto di un terremoto. C’è chi ha saputo e visto i
movimenti di quella sera e accetta di raccontarlo. Con vincolo
assoluto di anonimato. Timore di rappresaglie. «Quello che ha portato
quelle persone a Santo Stefano - spiega - non era uno dei soliti mezzi
che vengono utilizzati per il trasporto di chi va alla base, militari
americani e dipendenti civili: era una specie di zattera da sbarco».
Il viaggio da Punta Chiara a Santo Stefano dura un quarto d’ora. Lo
sbarco avviene a breve distanza dalla poppa della “Emory Land”, la
nave appoggio per i sommergibili Usa. L’ingresso della galleria è a
meno di cento metri. Secondo quanto si è venuto a sapere, ad
accogliere e scortare la “commissione”, c’è quella che per i
maddalenini sarebbe un’altra novità: un gruppo di militari -
americani, pare - molto armati e vestiti con divise nere, qualcosa che
fa venire in mente truppe speciali o teste di cuoio.
La galleria da visitare è una delle prime costruite. La si può
paragonare a una galleria stradale. Gli operai che ci hanno lavorato
la chiamano “Italia”. È lunga qualche centinaio di metri e fa parte di
un complesso sistema che si estenderebbe per diversi chilometri dentro
l’isola di granito. Dalla galleria partono diramazioni chiamate
riservette. Depositi di armi ufficialmente sotto controllo Nato.
«Il gruppo - prosegue il racconto - viene guidato davanti a un grosso
parallelepipedo metallico, spartano, almeno tre metri di larghezza per
tre di altezza, un elemento dell’impianto di condizionamento: la
galleria è un deposito di armi e la temperatura deve essere mantenuta
costante. Sulla superficie esterna c’è il segno di uno squarcio, di
circa un metro. È stato riparato con qualcosa come metallo liquido».
Compito della “commissione” sarebbe stato quello di stabilire se la
riparazione di fortuna può “tenere” in attesa della sostituzione,
evitando nel frattempo la fuoriscita dei gas dell’impianto di
condizionamento. «La verifica è durata un’oretta, il responso è stato
positivo - spiegano -. La galleria, a quanto pare, era perfettamente
pulita e sgombra, troppo. Unico elemento dissonante rispetto a quella
perfezione, una scalfittura di circa mezzo metro nel cemento armato
della parete di fronte al compressore».
Che cosa è accaduto dentro la galleria di Santo Stefano? C’è stato un
incidente? C’è stata un’esplosione? Quando e quanto potente? C’è un
legame con il grande botto che alle 23.23 di lunedì 20 ottobre ha
fatto schizzare fuori da casa centinaia di maddalenini? Sono domande
ovvie, alle quali va data una risposta. Che a Santo Stefano ci sia
stata l’esplosione di un compressore lo ha denunciato il consigliere
comunale Stefano Filigheddu, dei Ds, due giorni dopo il grande botto.
La versione ufficiale ora dice che si è trattato di un terremoto nel
sud della Corsica (3,1 gradi Richter). Ma ci sono voluti quattro
giorni per stabilirlo, un tempo decisamente lungo. Prima, il sindaco
della Maddalena Rosanna Giudice parla di «bang» supersonico mentre
Marina italiana e Us Navy smentiscono ufficiosamente le ipotesi di
esplosione a Santo Stefano. Martedì mattina, poche ore dopo il botto,
il sindaco lo dice a Radio Arcipelago, tranquillizzando i maddalenini:
«Ho parlato con il prefetto, non è stato uno scoppio né un movimento
tellurico. Ci sono strumenti che controllano in terra e in mare. Un
aereo ha superato la barriera del suono». Il sindaco ripete questa
versione anche mercoledì alla “Nuova”. Venerdì, cambio di rotta:
terremoto. La rilevazione compare anche sul sito Internet
dell’Istituto nazionale di geofisica.
Le versioni contraddittorie non tranquillizzano i maddalenini. Il
sospetto che a Santo Stefano sia accaduto qualcosa è rimasto in piedi.
La mattina successiva al botto, ricordano, la Marina americana ha
piazzato davanti alla base panne antinquinamento mai viste prima.
Versione ufficiale: esercitazione. Alla Maddalena, ricordano anche che
lunedì 20 ottobre era un «giorno di munizionamento», ovvero di
spostamento di armi (con conseguente congedo del personale civile).
Ora si aggiunge l’ulteriore giallo della visita notturna alla base. E
c’è chi giura di aver visto sulla banchina di Santo Stefano, nei
giorni seguenti, «un muletto danneggiato, di quelli utilizzati per lo
spostamento delle armi da squadre di tre persone».
Ieri, intanto, il caso è finito in consiglio comunale. Il sindaco ha
fatto una comunicazione con la versione ufficiale. Non c’è stato
dibattito, ma il gruppo Ds ha posto con durezza tutti i dubbi sulla
vicenda. |
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