| Riceviamo e
pubblichiamo: Il Piano d’emergenza per
incidente nucleare, atteso almeno da trentanni, starebbe finalmente
per essere reso pubblico dopo un suo aggiornamento. Un Piano, quindi,
sarebbe già stato elaborato a suo tempo e magari rielaborato altre
volte, ma sempre segregato in un cassetto della Prefettura di Sassari
competente per legge, ma probabilmente inadempiente per la sua mancata
pubblicità o almeno per la sua mancata condivisione istituzionale. Il
sindaco giustamente accredita alla sua iniziativa questo risultato, ma
dovrebbe essere altresì consapevole che è stata aiutata non poco dalla
serie d’incidenti registrati in quest’ultimo anno e che hanno
coinvolto direttamente o indirettamente la base statunitense.
Non sappiamo ancora che tipo di Piano avremo, e non sapremo mai,
neppure per la storia, il tipo di piano che sinora abbiamo avuto (se
l’abbiamo avuto) per la nostra protezione da quello che
l’amministrazione Bush chiama dall’11 settembre “Scenario apocalisse”.
La Maddalena per due volte, tra la fine del 2002 e questa fine 2003,
ha inconsapevolmente fatto le prove generali di questo scenario, ed
entrambe le prove sono andate malissimo. Il sommergibile statunitense
Ssn 723 Oklahoma city ha trovato ricovero a Santo Stefano presso la
sua nave balia dopo una pesante collisione con una nave cisterna per
gas. L’incidente è accaduto il 13 novembre 2002, la notizia è, invece,
pervenuta al sindaco di La Maddalena e alla Sardegna tutta da un
articolo della “Nuova” del 6 dicembre successivo. Il fratello Ssn 768
Hartford ha strisciato (o impattato?) sulla secca dei Monaci (o alle
Bisce?) il 25 ottobre 2003 (o il 17?) e la stessa Sardegna e lo stesso
sindaco maddalenino l’hanno saputo il successivo giorno 10 novembre, a
partire da una nota Ansa dagli USA.
In entrambe le circostanze l’informazione è stata casualmente captata
da fonti informali, giornalistiche, statunitensi e girate in Italia ed
in Sardegna dai media locali e nazionali. Da questa esperienza si
evince che, mantenendosi l’attuale condizione di comunicazione tra
enti militari statunitensi e italiani e amministrazione italiana non
militare, si dovrà attivare nella sede del Gabinetto di crisi un
ottimo Pc con il più rapido collegamento Internet in commercio e
l’abbonamento al maggior numero possibile di testate on line dei vari
home port dei sommergibili della Us Navy.
Lo scampato (sinora e speriamo sempre) pericolo nucleare ci fa sicuri
che ci sono le condizioni di rischio, perché esiste la fonte del
rischio: nella fattispecie i sommergibili a propulsione e armamento
nucleare. Il Piano di emergenza prossimo venturo non aggiunge niente
di più alla certezza oggettiva del rischio incombente, gli dà soltanto
una conferma formale. Ora siccome lo dirà anche il Prefetto,
finalmente la notizia esisterà anche per chi, come il nostro sindaco,
aspetta sempre che glielo dica Sua Eccellenza.
L’esperienza trentennale di convivenza forzosa con il nucleare
militare ci fa temere che potrebbe essere fornito un sottoprodotto di
piano d’emergenza, una sorta di edizione minore per il “volgo”.
L’unica anticipazione va purtroppo proprio in questa direzione: sarà
un piano non coattivo ma volontario, chi non vuole non dovrà evacuare
per forza.
Si tratta di una previsione demenziale che svuota il piano di tutti i
contenuti di credibilità. L’evacuazione si attiva perché l’emergenza
s’è venuta a determinare a fronte di un qualsiasi evento dannoso che
ha trasformato quella situazione di rischio potenziale in situazione
di fatto. In tale situazione si attiva un’operazione particolarmente
complessa, in cui non si può perdere tempo a verificare la volontà di
singoli, magari con moduli di accettazione o di rifiuto e con la
formula obbligatoria sulla privacy.
In anticipo è stato necessario dimensionare il piano su una larga
ipotesi del numero di persone da far evacuare con la predisposizione
dei mezzi utili per una comunità e i suoi ospiti occasionali che
stanno in un’isola.
In questa situazione, però, andrà bene anche un simil-piano, tanto
per incominciare. La comunità scientifica lo potrà finalmente
valutare, la gente lo potrà provare e prenderà coscienza della
condizione in cui si trova a vivere e potrà decidere se il gioco vale
la candela.
Una cosa tira l’altra e il piano di emergenza si tira dietro una
montagna di complicazioni, il più grande dei quali è il segreto
militare, che finalmente si dovranno affrontare.
Certo sarebbe preferibile confrontarsi con altri tipi di
complicazioni, magari le stesse che hanno favorito in questi ultimi
trentanni lo strepitoso sviluppo socio-economico della costa gallurese
e che ha portato il reddito pro-capite dei nostri fratelli palaesi,
arzachenesi e teresini a primeggiare nelle statistiche economiche
regionali e non solo.
Sarebbe stato preferibile confrontarsi con gli stessi problemi di
crescita demografica che hanno impegnato le Amministrazioni della
Riviera di Gallura, ed invece siamo ad arrabattarci sulle questioni di
stentata sopravvivenza nucleare.
Salvatore Sanna |