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MARTEDÌ, 18 NOVEMBRE 2003
 
L’intervento. L’incidente al sommergibile
«Il piano d’emergenza? Ci daranno un sottoprodotto, ce lo dice l’esperienza»

Riceviamo e pubblichiamo:

  Il Piano d’emergenza per incidente nucleare, atteso almeno da trentanni, starebbe finalmente per essere reso pubblico dopo un suo aggiornamento. Un Piano, quindi, sarebbe già stato elaborato a suo tempo e magari rielaborato altre volte, ma sempre segregato in un cassetto della Prefettura di Sassari competente per legge, ma probabilmente inadempiente per la sua mancata pubblicità o almeno per la sua mancata condivisione istituzionale. Il sindaco giustamente accredita alla sua iniziativa questo risultato, ma dovrebbe essere altresì consapevole che è stata aiutata non poco dalla serie d’incidenti registrati in quest’ultimo anno e che hanno coinvolto direttamente o indirettamente la base statunitense.
 Non sappiamo ancora che tipo di Piano avremo, e non sapremo mai, neppure per la storia, il tipo di piano che sinora abbiamo avuto (se l’abbiamo avuto) per la nostra protezione da quello che l’amministrazione Bush chiama dall’11 settembre “Scenario apocalisse”. La Maddalena per due volte, tra la fine del 2002 e questa fine 2003, ha inconsapevolmente fatto le prove generali di questo scenario, ed entrambe le prove sono andate malissimo. Il sommergibile statunitense Ssn 723 Oklahoma city ha trovato ricovero a Santo Stefano presso la sua nave balia dopo una pesante collisione con una nave cisterna per gas. L’incidente è accaduto il 13 novembre 2002, la notizia è, invece, pervenuta al sindaco di La Maddalena e alla Sardegna tutta da un articolo della “Nuova” del 6 dicembre successivo. Il fratello Ssn 768 Hartford ha strisciato (o impattato?) sulla secca dei Monaci (o alle Bisce?) il 25 ottobre 2003 (o il 17?) e la stessa Sardegna e lo stesso sindaco maddalenino l’hanno saputo il successivo giorno 10 novembre, a partire da una nota Ansa dagli USA.
 In entrambe le circostanze l’informazione è stata casualmente captata da fonti informali, giornalistiche, statunitensi e girate in Italia ed in Sardegna dai media locali e nazionali. Da questa esperienza si evince che, mantenendosi l’attuale condizione di comunicazione tra enti militari statunitensi e italiani e amministrazione italiana non militare, si dovrà attivare nella sede del Gabinetto di crisi un ottimo Pc con il più rapido collegamento Internet in commercio e l’abbonamento al maggior numero possibile di testate on line dei vari home port dei sommergibili della Us Navy.
 Lo scampato (sinora e speriamo sempre) pericolo nucleare ci fa sicuri che ci sono le condizioni di rischio, perché esiste la fonte del rischio: nella fattispecie i sommergibili a propulsione e armamento nucleare. Il Piano di emergenza prossimo venturo non aggiunge niente di più alla certezza oggettiva del rischio incombente, gli dà soltanto una conferma formale. Ora siccome lo dirà anche il Prefetto, finalmente la notizia esisterà anche per chi, come il nostro sindaco, aspetta sempre che glielo dica Sua Eccellenza.
 L’esperienza trentennale di convivenza forzosa con il nucleare militare ci fa temere che potrebbe essere fornito un sottoprodotto di piano d’emergenza, una sorta di edizione minore per il “volgo”. L’unica anticipazione va purtroppo proprio in questa direzione: sarà un piano non coattivo ma volontario, chi non vuole non dovrà evacuare per forza.
 Si tratta di una previsione demenziale che svuota il piano di tutti i contenuti di credibilità. L’evacuazione si attiva perché l’emergenza s’è venuta a determinare a fronte di un qualsiasi evento dannoso che ha trasformato quella situazione di rischio potenziale in situazione di fatto. In tale situazione si attiva un’operazione particolarmente complessa, in cui non si può perdere tempo a verificare la volontà di singoli, magari con moduli di accettazione o di rifiuto e con la formula obbligatoria sulla privacy.
 In anticipo è stato necessario dimensionare il piano su una larga ipotesi del numero di persone da far evacuare con la predisposizione dei mezzi utili per una comunità e i suoi ospiti occasionali che stanno in un’isola.
 In questa situazione, però, andrà bene anche un simil-piano, tanto per incominciare. La comunità scientifica lo potrà finalmente valutare, la gente lo potrà provare e prenderà coscienza della condizione in cui si trova a vivere e potrà decidere se il gioco vale la candela.
 Una cosa tira l’altra e il piano di emergenza si tira dietro una montagna di complicazioni, il più grande dei quali è il segreto militare, che finalmente si dovranno affrontare.
 Certo sarebbe preferibile confrontarsi con altri tipi di complicazioni, magari le stesse che hanno favorito in questi ultimi trentanni lo strepitoso sviluppo socio-economico della costa gallurese e che ha portato il reddito pro-capite dei nostri fratelli palaesi, arzachenesi e teresini a primeggiare nelle statistiche economiche regionali e non solo.
 Sarebbe stato preferibile confrontarsi con gli stessi problemi di crescita demografica che hanno impegnato le Amministrazioni della Riviera di Gallura, ed invece siamo ad arrabattarci sulle questioni di stentata sopravvivenza nucleare.
Salvatore Sanna

 

 

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