| DOMENICA, 23 NOVEMBRE 2003 |
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«Scorie e base
Usa, un unico problema» |
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Folla all’Olbia Expò per il convegno
promosso dal comitato gallurese |
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Raccolta di firme per impedire
l’ingresso dei rifiuti tossici |
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OLBIA.
Applausi, i più caldi, di un pomeriggio dedicato alla comprensione del
problema scorie nucleari: il primo alla gente di Scanzano Jonico che
non vuole diventare un immondezzaio radioattivo, il secondo quando un
medico ricorda il pericolo dei sommergibili nucleari di Santo Stefano,
il terzo quando viene annunciata la raccolta di firme per l’abolizione
della legge regionale che consente l’ingresso in Sardegna di rifiuti
tossici. Tre applausi spontanei della gente che ieri pomeriggio ha
riempito la sala conferenze dell’Olbia Expo.
Ora che il governo Berlusconi ha deciso di portare in Basilicata
i rifiuti radioattivi si potrebbe immaginare che la Sardegna si è
tranquillizzata, che non ci sono più le condizioni della grande
mobilitazione che la scorsa primavera ha mosso molte migliaia di sardi
a firmare il no all’ipotesi dell’isola ricettacolo nazionale delle
scorie. Non è così, l’attenzione è ancora alta e ne è un esempio la
notevole partecipazione al convegno promosso dal Comitato gallurese
“No scorie”. C’entra, in questa ipersensibilità, la base Usa della
Maddalena. L’incidente al sommergibile Hartford, andato a sbattere
contro uno scoglio a pelo d’acqua a est di Caprera, dimostra che il
disastro ambientale e sanitario non è l’evento impossibile evocato dai
soliti catastrofisti immaginari ma un pericolo concreto. Così, quando
Vincenzo Migaleddu, primario radiologo, ha inframmezzato la sua
corposa relazione con la richiesta ai politici sardi di chiarire che
cosa è accaduto al sommergibile d’attacco la reazione è stata
immediata. Applausi. La gente ha paura.
Peccato che ad ascoltare di politici ce ne fossero pochi: il
consigliere regionale Gianni Giovannelli, il coordinatore provinciale
della Margherita Gian Piero Scanu, il sindaco di Santa Teresa Nino
Nicoli, unico tra i sindaci galluresi, tutti regolarmente invitati. Ha
partecipato comunque anche la Diocesi di Tempio, che ha portato il suo
saluto attraverso don Gian Franco Saba.
Migaleddu è stato uno dei quattro relatori chiamati a Olbia
dall’associazionismo gallurese. Ha parlato degli effetti della
radioattività sull’uomo.
Il convegno ha avuto un taglio molto tecnico. Qualche eccesso non ne
ha limitato l’efficacia. Eliminati slogan e semplificazioni, la
questione nucleare diventa anche più pesante di quello che sembra.
Sergio Vacca, docente di pedologia e geologia ambientale
dell’Università di Sassari, ha spiegato le dimensioni del problema
italiano: 80mila metri cubi di scorie ad attività media e alta, ovvero
con tempi di caduta della radioattività a limiti tollerabili per
l’uomo che vanno da decine a milioni di anni. Ha anche messo in
evidenza un fatto importante per i sardi: «L’isola non ha le
condizioni geologiche richieste per i depositi di scorie radioattive».
La constatazione dovrebbe tranquillizzare se non fosse per un paragone
fatto dallo stesso studioso: «Ottanta geologi Usa studiano da vent’anni
il sito che ospiterà il deposito nazionale di scorie nazionali, un
sito che comunque comincerà a funzionare solo dopo il 2030». Ovvero
gli Usa ci vanno con i piedi di piombo mentre il governo italiano ha
risolto lo stesso problema in un anno o poco più, e ancora decide e
non decide, cambiando continuamente idea.
L’elenco dei relatori intervenuti ieri comprende l’ambasciatore
emerito dell’Unione Europea Antonio Marongiu, che ha illustrato la
legislazione comunitaria sull’argomento. L’antropologo Bachisio
Bandinu, infine, ha espresso il suo pessimismo: «Stiamo perdendo
l’identità del territorio visto ormai solo come strumento economico».
Dunque, attenzione: sulle scorie saranno i soldi a decidere. (a.se.)
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