| La Nuova Sardegna |
| MARTEDÌ, 25 NOVEMBRE 2003 |
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Nei «santuari»
nascosti dell’Us Navy |
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Sulla Emory Land e nei labirinti di
Santo Stefano con molte domande |
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SANTO STEFANO. L’appuntamento è a Palau.
Pioviggina. Francesco Palopoli, comandante della base della Marina
italiana, attende Elettra Deiana, deputato di Rifondazione Comunista,
Paolo Cento e Mauro Bulgarelli, dei Verdi. I tre parlamentari arrivano
insieme a Gabriella Mulas, segretaria della federazione gallurese di
Rifondazione, e ad Agostino Bifulco, del comitato paritetico per le
servitù militari. Ci sono anche due accompagnatori che salgono sulla
motobarca messa a disposizione dalla Marina insieme ai tre deputati e
a Bifulco.
Non capita spesso che un civile sia autorizzato a andare
sull’isola trasformata in deposito d’armi e in punto di approdo per
macchine da guerra ad armamento nucleare come i sommergibili Usa. Il
viaggio, dal lato sud di Santo Stefano, dura dieci minuti. Allo
sbarco, davanti alla caserma italiana, c’è un gruppo di marinai in
mimetica e basco amaranto, perfettamente allineati. Due ufficiali,
molto cortesi, aiutano Elettra Deiana a sbarcare sulla banchina che la
pioggia rende viscida e infida. Davanti alla palazzina, altri
ufficiali, tra i quali Ruggero Meneghello, il colonnello del Genio
militare destinato a occuparsi della ristrutturazione della base Usa.
Ci sono anche gli americani: Eddie J. Gardiner, il comandante della
Naval support activity, la base logistica della Maddalena, e due
giovani donne, anch’esse in divisa, il numero due della Nsa e
l’ingegnere del progetto Santo Stefano.
Non è una visita di cortesia. È un’ispezione parlamentare che segue
quelle a Camp Darby (Pisa) e a Ederle (Vicenza). Lo precisa Paolo
Cento, a un certo punto, quando le domande si fanno più stringenti e
Francesco Palopoli oppone diversi no. Quello principale riguarda i
documenti che regolano i rapporti tra Us Navy e Marina italiana.
Il colloquio avviene in una sala conferenza spoglia ed essenziale, al
margine di una grande tavolo. Pietro Bartolozzi, l’ufficiale dirigente
della base logistica italiana, illustra gli impianti militari di Santo
Stefano con una planimetria davanti. Sono poco più di 17 ettari. A sud
la base logistica italiana, in mezzo le officine dove si maneggiano le
munizioni conservate nelle gallerie scavate nel granito, a nord la
base Usa con la banchina dove attracca la nave appoggio per i
sommergibili militari.
Cento va al sodo. Ecco uno stralcio: «Militari non italiani hanno
accesso ai depositi?». Palopoli: «Negativo, non c’è neppure una
pallottola americana. È tutto nazionale, la sicurezza è nazionale».
Anche quella relativa a emissioni radioattive? Risposta: «Ci sono tre
reti di rilevamento: dell’Asl, della Marina, dei vigili del fuoco.
Mensilmente i nostri sub fanno prelievi sul fondale che vengono
mandati a Pisa». Elettra Deiana e Mauro Bulgarelli chiedono se nei
sommergibili Usa ci sono armi nucleari. Risposta: «Non lo sappiamo».
Potete salire sulla nave: «È extraterritoriale». Cento: «Vogliamo
capire fin dove arriva l’esproprio del territorio nazionale, chiediamo
di vedere i protocolli esecutivi per sapere come vi regolate con i
militari Usa». Risposta negativa. E negativa è anche la risposta alla
domanda se le gallerie di Santo Stefano sono state utilizzate per lo
stoccaggio straordinario di armi nucleari.
I tre parlamentari fanno domande anche a Gardner. Cento: come vi
regolate giuridicamente in territorio italiano? Risposta: «Prima di
muovere qualcosa, chiediamo l’autorizzazione. Tutto è formale,
scritto». Ci sono armi nucleari stoccate a terra? «No, solo supporto
convenzionale: olio, combustibile, parti meccaniche». E sui
sommergibili? «I don’t know, non lo so, ci occupiamo di logistica».
Elettra Deiana chiede a Gardiner dell’incidente capitato all’Hartford
il 25 ottobre di cui in Italia si è saputo solo l’11 novembre: quante
ore o giorni sono passati dall’incidente al momento in cui avete
informato la Marina italiana? Risposta: «Una telefonata è stata fatta
subito, dopo un paio d’ore l’informazione è stata completata». Cento a
Palopoli: perché l’avete divulgata così tardi? «Lo Stato Maggiore
Difesa è stato informato». E le autorità locali? «No, non era
necessario».
Bulgarelli chiede conto della foto di un sommergibile con
rimorchiatore a fianco scattata ad agosto. Secondo gli
indipendentisti, c’è stato un altro incidente. Gardiner e Palopoli lo
escludono: «Routine».
Il passo successivo è la visita alle gallerie, il grande deposito
delle munizioni scavato dentro Santo Stefano. Sono diversi chilometri
di tunnel in cemento armato dal quale partono rami ciechi che si
allargano in cameroni destinati a contenere le munizioni. Sono le
riservette, una quarantina, ognuna delle quali può contenere da 50 a
80 tonnellate di munizioni. La delegazione sale su piccoli trattori
elettrici. Il percorso studiato dalla Marina prevede innanzitutto la
visita a uno degli imponenti compressori che tengono costante umidità
e temperatura delle munizioni. Uno di questi, secondo una denuncia
fatta nelle scorse settimane, sarebbe esploso. Seconda tappa: la
riservetta n. 17, 600 metri quadri ai cui lati sono allineate casse di
legno piene di armi.
Cento, Deiana e Bulgarelli chiedono di vedere una riservetta a caso.
Il convoglio di trattori elettrici si sposta nel labirinto sotterraneo
fino alla parte più vecchia. Un interruttore della luce fa storie,
quando si accende mostra una sala vuota. Ci si sposta in un’altra ed
ecco allineati e impilati lungo le pareti, proiettili per cannone.
Dall’altro lato, vecchie bombe della seconda guerra mondiale difficili
da smaltire.
L’ultima tappa è alla base Usa. Gli americani hanno dato l’ok. Sono
le 14, la conferenza stampa inizialmente prevista alle 13 slitta alle
16. Bartolozzi e Meneghello, in precedenza, hanno sostenuto il
progetto di ristrutturazione parlando di baraccopoli. Oltre la rete
che la separa dalla zona italiana, in effetti, si vede una distesa di
container e alcuni prefabbricati di vecchia data. Il primo è una
palestra. Nella sala del body building, ci sono un paio di ragazzoni
enormi che si allenano. Ma per il resto la base brulica di tute blu da
meccanico. Sembra un grande cantiere nautico, malmesso.
L’Emory S.Land, la nave appoggio è attraccata di poppa. Non ci sono
sommergibili. L’Hartford è partito per gli Usa. Deputati e
accompagnatori chiedono di salire a bordo. Non ci sono problemi. In
cima ad alcune rampe di scale si apre un universo in miniatura, pieno
di gente, per lo più giovani. L’esatto contrario della sensazione di
vuoto, da zona disabitata, che si respira sul lato italiano della
base.
Dave Volochino, comandante della nave e commodoro pro tempore del
22esimo squadrone sommergibili, in attesa del sostituto di Greg Parker
(rimosso per l’incidente), fa da guida, cortese e orgoglioso. Il
percorso attraversa una falegnameria, una carpenteria metallica, una
sala con camera iperbarica, un’officina con decine di torni, e giù,
per scale e corridoi, fino a un ospedale, laboratori dentistici, una
cappella dove Volochino si dilunga con Cento e Bulgarelli a spiegare
che l’hanno fatta i marinai. C’è anche una tappa nella plancia di
comando con vista su Caprera e una nell’ufficio del comandante che
mostra le medaglie dell’Emory Land e una lettera con firma autografa
di Harry Truman. Se ci sono sale con tecnologie da guerre stellari e
stive piene di missili, non sono state inserite nella visita.
Foto ricordo, saluti, strette di mano. La delegazione parlamentare
riparte per la Maddalena. Allo sbarco davanti all’Ammiragliato, il
comandante Palopoli riceve al cellulare l’ok per mostrare ai
parlamentari l’accordo del 1995 che disciplina gli accordi tra
l’Italia e le basi Usa. Cento, Bulgarelli e Deiana guardano: «Quello
generico? Ce l’abbiamo già». È altro quello che cercano. (a.se.)
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