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Il commercio clandestino Una testimonianza inedita del XIX secolo sul contrabbando nelle Bocche di Bonifacio Di Mattia Sorba
E' possibile, oggi delineare - sulla scorta di documenti d'archivio - una storia del commercio clandestino tra la Sardegna e la Corsica nei secoli passati. Storia intessuta di minuziose disposizioni di legge, volte a regolare il commercio interno e l'esportazione e a reprimere il contrabbando, ma anche di memorabili episodi, di cui furono protagonisti - in lotta fra loro - impavidi contrabbandieri e devoti servitori dello Stato. E se nel passare in rassegna fatti e situazioni legati al fenomeno del contrabbando, si riceve inizialmente l'impressione di un discorso marginale e di corto respiro, si deve poi riconoscere che tale discorso, per la sua peculiarità, getta luce su talune scelte di politica - non soltanto economica - fatte da uno Stato, quello Sardo, che, negli anni a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, visse una delle pagine più delicate della sua storia. Per tale motivo, prima di parlare del fenomeno del contrabbando, sarà bene ricordare - sia pure velocemente - in quale ambito politico, in quegli anni lontani, si muovevano gli interessi di Francia, Inghilterra e Sardegna, interessi che - nel Mediterraneo - mostravano un punto di frizione in quel mare delle Bocche di Bonifacio che bagna le opposte sponde della Sardegna e della Corsica. Quando sul finire del XVIII secolo, si diffuse in Europa - tra speranze e timori - il nuovo credo politico nato dal sangue della Rivoluzione Francese, la sorte di molti Stati apparve subito segnata. Dopo la campagna napoleonica in Italia il re Carlo Emanuele IV si vide costretto - nonostante il trattato concluso con la Francia nel 1797 - ad abbandonare il Piemonte e a riparare prima in toscana e poi nel 1799, in Sardegna. L'Isola, in seguito alle ostilità tra la Francia e Inghilterra (della quale ultima divenne alleata, ricevendone in cambio un consistente compenso annuo), assunse nello scacchiere del Mediterraneo un ruolo strategico di notevole importanza. Il blocco continentale, messo in atto da Napoleone per colpire - paralizzando i traffici marittimi - l'economia inglese in Europa, rilanciò economicamente la Sardegna, per la quale mostrarono un rinnovato interesse mercanti di varie nazionalità, operanti prevalentemente sotto bandiera francese. La successiva neutralità dell'Isola (già decretata dal Governo Sardo nel 1804, ma riconfermata nel 1806) diede un ulteriore impulso ai traffici commerciali. Tuttavia, i prodotti agricoli, caseari e zootecnici dell'Isola - come vedremo più avanti indicandone le ragioni - si commerciarono assai spesso clandestinamente. Il contrabbando e le sue cause. La situazione nella seconda metà del Settecento In Sardegna il fenomeno del contrabbando è antico e interessa un po' tutte le coste. Ma si sviluppa maggiormente - e dura più a lungo - in quella parte settentrionale dell'Isola, la Gallura, che, per la relativa distanza con la Corsica, è favorita nei contatti con gli abitanti di Bonifacio e dei sobborghi vicini. Grano,
formaggio, lardo, carni salate, pelli, bestiami, sono i prodotti esportati
clandestinamente, prodotti sui quali il Governo Regio, per chi voglia
seguire le normali vie commerciali, pone pesanti balzelli. Tutta la fascia costiera compresa tra Castelsardo e Posada è aperta al contrabbando, ma il settore a più alto rischio e quello che guarda direttamente verso la Corsica e verso Bonifacio, con due sole torri in buona posizione strategica. quelle di Vignola (Marina di Aggius) e Longosardo. Tante piccole cale di non facile accesso incidono il litorale della Gallura, cale isolate, lontane dai centri abitati e,perciò, idonee allo sbarco clandestino di uomini e merci. Monte Rosso, Cala Falza, Cala d'Angioli, La Crocetta sembrano essere - per il traffico che vi si svolge - le preferite dei contrabbandieri. Qui, eludendo la sorveglianza degli apparati di difesa o, in casi estremi, affrontando spavaldamente il fuoco delle torri e delle navi guardacoste, approdano le gondole bonifacine. Qui accadono episodi clamorosi, rimasti a lungo nella memoria popolare. Abbiamo accennato, più sopra, alle torri. Il oro numero è certamente inadeguato all'estensione del territorio da controllare. E, come se non bastasse, anche i torrieri si danno a favorire il contrabbando. Il servizio poi delle navi guardacoste , alle quali è demandato il compito di accertare se le barche bonifacine, in rotta per la Sardegna, trasportano merce di contrabbando e passeggeri non autorizzati (pena la confisca della barca con tutto il carico e la condanna alla detenzione per i passeggeri non muniti di regolare permesso), non sortisce sempre l'effetto desiderato. Eppure viene data ai contrabbandieri una caccia spietata, anche perché i comandanti delle navi guardacoste godono di provvigioni commisurate all'entità del bottino catturato. Si giunge anche, in qualche caso, a commettere veri e propri abusi. Sappiamo ad esempio che il comandante del felucone sardo "San Gavino", Francesco Maria Nobili, riesce in pochi anni a catturare oltre 100 gondole bonifacine, ma, per gli eccessi a cui si abbandona viene poi destituito dal servizio e deferito alla corte di Torino. Il contrabbando, dunque, sopravvive ai tentativi di repressione messi in atto dal Governo Regio, anzi si può dire che prosperi ogni qual volta la legge che vuole colpirlo si fa più severa. Ci si domanderà, a questo punto, quali gravi ragioni possono indurre gli abitanti delle opposte sponde della Sardegna e della Corsica a correre tanti rischi, pur di praticare il contrabbando. I pastori e i contadini sardi (non solo della Gallura, ma anche del Logudoro e dell'Anglona), se vogliono esportare i loro prodotti, debbono avviarli ai soli porti abilitati di Torres, Castelsardo, Longosardo, Terranova (oggi Olbia) e Posada, dove gli ufficiali del fisco possono rilasciare - dietro il pagamento dei diritti - i permessi di esportazione. Ma i porti sono lontani dai luoghi di produzione e le vie per raggiungerle non possono dirsi né agevoli né sicure. Inoltre - cosa non trascurabile - la trafila per ottenere il benestare all'esportazione è lunga, e onerosi sono i diritti da pagare. E', quindi, comprensibile che i pastori e i contadini della Sardegna accettino i rischi dell'attività clandestina, trasportando i loro prodotti in quelle cale della costa - ovviamente non abilitate - dove, a un segnale convenuto, giungeranno le gondole contrabbandiere. Quanto ai bonifacini, essi sono spinti a esercitare il contrabbando da una necessità imperiosa e assoluta, giacché le scarse risorse del loro distretto (il più povero della Corsica) e i dispendiosi approvvigionamenti ad Ajaccio e a Bastia, attraverso un territorio montuoso e privo quasi totalmente di vie di comunicazione, li convince - appunto - della necessità di varcare il braccio di mare che li separa dalla Sardegna (tre ore, mediamente fra andata e ritorno), e di cogliere pur con notevoli rischi, i vantaggi offerti dall'attività clandestina. La loro situazione è così tragica, che, se anche venissero minacciati di morte, non rinuncerebbero a frequentare le coste della Gallura, perché "mancano quasi d'ogni sorta di viveri che la Gallura loro provvede e ch'essi traggono frodolosamente". Ma un cenno ci tocca fare anche degli abitanti delle Isole Intermedie. No è da credere, infatti, che in essi, in tutta la faccenda del contrabbando, non abbiano qualche parte di responsabilità. Nelle istruzioni consegnate al Viceré Conte Des Hayes al Maggiore La Rocchetta per l'occupazione delle Isole Intermedie, istruzioni che portano la data del 22 settembre 1767, si parla di "scandaloso clandestino commercio de' grani del Regno solito farsi ...dai pastori abitanti le Isole Intermedie" Ma più forte e incisiva e la denuncia contenuta nel "Promemoria" del Conte Bogino, ministro del Governo Sardo. promemoria stilato il 14 novembre 1767, cioè ad occupazione avvenuta. Eccone uno stralcio "...rintracciate le vere cagioni per cui continua l'infausto tragitto, ed i contrabbandi, si riconobbero procedere anche dalla facilità, che presentavano le suddette Isole, con i suoi abitanti, servendo di scalo, e talvolta anche di deposito di generi e bestiami derubati..." Si potrà obbiettare che i pastori còrsi sorpresi nelle Isole Intermedie dagli eventi militari del 1767, una volta divenuti sudditi del Re di Sardegna, offrono innegabili prove di lealtà e di attaccamento al dovere e che, anche nella repressione del contrabbando, si attengono alle disposizioni regie, se dobbiamo prestar fede alle dichiarazioni contenute in una loro lettera al Viceré del 9 febbraio 1784. Ma e certo che i contrabbandieri possono contare, per la loro attività, su una capillare rete di informazioni che tocca anche le Isole Intermedie, dove sono ancora molto forti i legami degli abitanti con la loro terra d'origine. Lo prova, del resto, un episodio del quale avremmo più avanti occasione di occuparci, episodio che vede il Viceconsole sardo a Bonifacio trasferirsi temporaneamente a La Maddalena con una regia scorridora. Peraltro, l'obbligo imposto dal Governo regio di convogliare nei soli porti abilitati i prodotti destinati all'esportazione, si estende anche agli abitanti delle Isole Intermedie, i quali, se vogliono introdurre - ad esempio - grano o bestiame da una località sarda prossima al loro territorio, non possono farlo direttamente, ma solo transitando - per i prescritti controlli e il pagamento dei diritti - dal porto abilitato di Longosardo, con evidenti perdite di tempo e di denaro. Ciò li induce a riprendere - e lo dichiarano apertamente - il contrabbando. Abbiamo detto, più sopra che il fenomeno del contrabbando riesce a sopravvivere a ogni tentativo di repressione. Aggiungiamo ora, che continuerà - con buona fortuna per tutto il XIX secolo. Noi, dunque di proposito, non seguiremo il suo evolversi in un così lungo arco di tempo: ci limiteremo piuttosto, a gettare uno sguardo dei primi decenni di quel secolo, fatti rimasti finora sconosciuti e dei quali abbiamo notizia certa.
Il perdurare del fenomeno nell'Ottocento. La testimonianza del Viceconsole sardo a Bonifacio, Filippo Martinetti La fonte delle nostre informazioni è il "Giornale delle lettere che si scrivono alle autorità da S.M. Sarda il 1 giugno 1816". Si tratta della corrispondenza inedita - tenuta da Filippo Martinetti, Viceconsole Sardo a Bonifacio, con i titolari di dicasteri, comandi militari, consolati, delegazioni patrimoniali e altri uffici della complessa amministrazione di cui fa parte, esattamente dal 5 giugno 1816 al 16 novembre 1819. L'esame della corrispondenza ci consente di avvertire - per la Sardegna - un clima politico più sereno, dopo l'uscita di scena di Napoleone e il moderato calo di tensione tra Francia e Inghilterra, clima, tuttavia - gravato ancora dalla ricerca di una soluzione agli annosi problemi del banditismo e del contrabbando. All'interno della corrispondenza - vero e proprio "corpus" per continuità e omogeneità - si possono distinguere tre gruppi principali di lettere: un gruppo in cui prevale la preoccupazione di ben applicare le disposizioni emanate dal Governo sardo il 1° giugno 1816, per i bastimenti mercantili sorpresi a viaggiare senza passaporti e patenti.; Un secondo gruppo in cui si denunciano sbarchi di banditi, danneggiamenti, furti, evasioni e altri reati commessi in Corsica; Un terzo gruppo infine in cui ricorre insistente il discorso del contrabbando. E' a quest'ultimo gruppo di lettere che rivolgiamo, preferibilmente la nostra attenzione. Esse coprono il periodo aprile luglio 1818, durante il quale il commercio clandestino appare più intenso rispetto ad altri periodi dell'anno, anche perché favorito dalle buone condizioni meteorologiche. Dalla sede di Bonifacio, che per la sua posizione geografica costituisce un osservatorio privilegiato, il Viceconsole Martinetti fa giungere ai propri superori preziose notizie sul contrabbando, e offre - su questo spinoso problema - spunti e suggerimenti, utili eventualmente per orientare le scelte della Segreteria di Stato. Con uno stile che sa essere fresco e vivace nonostante il ripetuto uso di espressioni di sapore burocratico, egli traccia - della situazione - un quadro di grande immediatezza, del quale l'interlocutore rimane ben presto conquistato. Ma lasciamo giustamente parlare il Martinetti. In una lettera inviata al Comandante di Tempio il 18 aprile 1818, cosi si esprime: "... i contrabbandisti e i loro fautori delle due Isole [Sardegna e Corsica], non cessano mai di portare delle bovine anche di lavoro, cavalli, cavalle, formaggi con altri bestiami più che in gran numero. Si vedono qua [Bonifacio] pubblicamente e , malgrado l'informazioni da me date al mio capo [il Console Generale sardo a Bastia], non vedo anche emanare qualche misura, per impedire almeno che non possano vendere roba rubata". Facciamo subito notare che il destinatario della lettera è il Comandante di Tempio, cioè di una località della Gallura dove il furto di bestiame non è sconosciuto e dove il banditismo e il malandrinaggio in genere vengono normalmente in aiuto del commercio clandestino. Il Martinetti deve essersi convinto dell'opportunità di scrivere al Comandante di Tempio avendo avuto il sentore che il bestiame clandestinamente introdotto in Corsica proviene da quella zona della Gallura. Ma - cosa più sorprendente - il bestiame, una volta giunto a Bonifacio, si vende pubblicamente, senza che le autorità del luogo facciano un solo gesto per impedirlo. Questo fatto ci richiama alla mente la vecchia relazione del Conte Bogino (17 novembre 1767), in cui si afferma: "... in Bonifacio eravi un pubblico macello detto de' Sardi, per la carne derubata che vi si recava di continuo da quel Regno". Di fronte a queste parole restiamo perplessi e quasi increduli, perché - cinquant'anni dopo - il Martinetti sosterrà la stessa cosa. Il contrabbando, le sue risorse, i suoi metodi non sono evidentemente mutati. La lettera - ora citata - del Martinetti non ottiene il risultato sperato. Cosicché il 30 maggio 1818, ne seguono altre, dirette - come si deduce da un'appunto dello stesso Martinetti - alle autorità di Sassari, Alghero, Tempio e Cagliari, sempre intorno all'introduzione furtiva di bestiame dalla Sardegna. Possiamo dire che quella del Martinetti vuole essere una vera e propria opera di sensibilizzazione, tendente a coinvolgere nel discorso sul contrabbando - che tanto lo preoccupa - i vertici dell'amministrazione della Nurra, dell'Anglona e della Gallura stessa, cioè di quei distretti della Sardegna settentrionale afflitti, forse più di ogni altri, dalla piaga dell'abigeato e dai quali, appunto, proviene il bestiame passato in Corsica. Infine, come in un crescendo musicale, il martinetti - -probabilmente di fronte all'aggravarsi del fenomeno - si rivolge direttamente al Viceré Marchese di Villamarina. Nella lettera scritta tra il giugno e il luglio del 1818, e ovviamente autorizzata - come vuole la prassi - dal Console Generale sardo a Bastia, il nostro Martinetti, illustra brevemente, con uno stile misurato, la grave situazione creata dal contrabbando e quella non meno grave, dovuta alla presenza - tanto in Corsica quanto in Sardegna - di molti malviventi. "Son pure autorizzato - egli scrive - sottoporre all'E.V. li clandestini e frequenti contrabbandi che si commettono sul bestiame dalla Sardegna in Corsica, e specialmente sul litorale di Bonifacio. Vedo con gran dispiacere defraudati i diritti del nostro Sovrano e inosservate le sue reggie proibizioni. Mi crederei ben fortunato, se potessi riuscire ad estirpare un tanto scandaloso traffico e riparare il danno che soffre l'erario di S.M.". A facilitare l'opera dei contrabbandieri concorre, secondo il Martinetti, la scarsa vigilanza che viene effettuata a La Maddalena e in altri porti della Gallura. Inoltre il tortuoso percorso che devono seguire i dispacci non consente, in caso di necessità, un immediato intervento delle navi guardacoste e delle altre forme di vigilanza. Bisogna - Sostiene il Martinetti - assicurare celerità ai dispacci, ciò che si potrebbe ottenere autorizzando le autorità dei vari porti a corrispondere direttamente con la sede viceconsolare di Bonifacio. Penso - scrive testualmente - che se l'incaricati della Maddalena e di altri porti che avvicinano questa città [Bonifacio] fossero più vigilanti potrebbero, se non distruggere, diminuire assai un simile e svantaggioso disordine. Potrebbero parimente (previo il placet dell'E.V.) corrispondere meco direttamente e segnalarci vicendevolmente tutti gli inconvenienti che si praticano sulle due Isole vicine, tanto nei contrabbandi, quanto dai malviventi che si rifugiano scambievolmente nei due Stati, ove trovano l'impunità dei loro commessi misfatti". Che il Martinetti la ritenga una buona soluzione ai mali denunciati è provato dal fatto che, al termine della sua lettera al Viceré, ritorna sulla sua proposta. "Se mi permette, Eccellenza, ardirei proporle ad autorizzarmi stabilire qui un corrispondenza attiva tra me e il comandante di Longon Sardo e della Maddalena, per vieppiù facilitare la celerità e sicurezza dei dispacci che l'onorevole mia carica m'impone di far pervenire all'E.V. per tutto ciò che interessa il regio servizio". Le considerazioni esposte al Marchese di Villamarina, e - in particolare - quelle intorno alla scarsa vigilanza che sul contrabbando si esercita a La Maddalena, trovano, un brevissimo ma significativo, cenno di conferma in un ulteriore lettera, indirizzata questa volta - al nuovo Viceré, Conte Thaon di Revel. E' il 30 ottobre 1819. Il martinetti, di sua iniziativa, si reca con una scorridora a La Maddalena. Il suo scopo è di "Tenere in vista la regia scorridora ... affinché - sono sue parole - i contrabbandisti non abbiano tutto il campo aperto, molto più che tutti sanno che l'altra [scorridora] e corsa verso Cagliari.... . Per intendere bene il senso di questa operazione del Martinetti, bisogna riflettere sul fatto che la simultanea assenza di due scorridore non potrebbe passare inosservata a La Maddalena, do i contrabbandieri hanno sicuramente i loro informatori. Così stando le cose, per non lasciare piena libertà ai contrabbandieri, sarà bene - dice il Martinetti - "tenere in vista" almeno una scorridora, anche a scopo di monito. Ovviamente, anche nell'attività del Martinetti non mancano errori. Ma non si possono non riconoscere la fermezza dell'uomo nella lotta ad ogni forma di criminalità, l'attaccamento al servizio, la puntigliosa esecuzione degli ordini ricevuti. I suoi detrattori - persone colpite da qualche suo provvedimento o soltanto invidiose della sua posizione sociale - cercano di metterlo in cattiva luce nelle alte sfere del potere. Per difendersi, il martinetti ricorda ai suoi superiori la linearità della propria condotta. E' costretto persino, per il regio servizio, a "stare con vigilanza della propria vita.". E questa dichiarazione ci fa capire, da sola, in quale clima talvolta si trovi ad operare il martinetti e sottolinea, anche, la serietà e l'impegno che egli mette nel suo non facile lavoro- Conclusione Il contrabbando - fenomeno di vaste proporzioni e che va ben oltre la logica del semplice profitto - non può essere certo frenato e, tanto meno, sconfitto da un pur volenteroso e zelante viceconsole di frontiera. Dietro questa illecita attività si celano troppi interessi, in cui sono spesso mescolati anche coloro che, per l'ufficio ricoperto, dovrebbero esigere il rispetto della legge. Pensiamo - per il Settecento - ai ministri patrimoniali, ai torrieri addetti alla sorveglianza delle coste, persino a certa parte del clero, uomini e istituzioni che, in Sardegna, sostengono e alimentano il traffico clandestino fino a fargli assumere dimensioni preoccupanti anche sotto il profilo della perdita del pubblico erario. Pensiamo - per l'Ottocento - a certi rappresentanti di potenze straniere, come il Viceconsole inglese a La Maddalena, Brandi, che - giovandosi delle conoscenze che la sua carica gli consente e confidando nell'immunità diplomatica - organizza un imponente traffico clandestino per "rifornire di bestiame le navi britanniche e quelle dei corsari antifrancesi". Per non parlare di altri fatti da lui commessi, come quelli - assai gravi - di pirateria ed estorsione. Anche in Corsica, del resto, negli anni del blocco continentale, il commercio clandestino con la Sardegna è non solo tollerato, ma addirittura incoraggiato e protetto dalle stesse autorità, giacché il blocco continentale ha tolto progressivamente alla Corsica quei prodotti di prima necessità che la Sardegna può ancora offrire. Queste ed altre considerazioni ci fanno apparire - nel confronto - più limpido e coerente l'atteggiamento assunto dal martinetti nella lotta al contrabbando e ci fanno maggiormente apprezzare l'insieme delle sue attività di Viceconsole, solo apparentemente facilitata dal suo legame con Bonifacio e con La Maddalena. Tratto da L'"Almanacco gallurese 2001-2002
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