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Terra in nome della legge La Riforma Agraria Di Manlio Brigaglia Dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine degli anni Cinquanta la questione agraria è stato uno dei grandi nodi della storia italiana. Questione agraria vuol dire tante cose, prima fra tutte di dare una risposta alla "fame di terra" che saliva dalle campagne di tutto il Paese in cui dominavano i quattro mali storici dell'agricoltura italiana: rapporti sociali e di produzione in molti casi di tipo ancora feudale (non esclusi quelli di mezzadria); vaste plaghe da bonificare, nonostante il gigantesco progetto fascista della "bonifica integrale", rimasto in larghissima parte inattuato; proprietà della terra o divisa fra pochi grandi possessori, spesso nella forma del latifondo(come in Sicilia), o estremamente parcellizzata, sino a non poter assicurare neppure il minimo di sopravvivenza ai contadini che la coltivavano; arcaicità e arretratezza dei sistemi colturali. "La terra a chi lavora" è un grido che è echeggiato spesso nelle campagne italiane. Già all'indomani della Grande Guerra misure come il decreto Visocchi avevano tentato di far fronte a una domanda sempre più pressante, e lo stesso fascismo, attraverso le numerose leggi sulla bonifica integrale, aveva cercato di rianimare il mondo rurale. Ma subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale la richiesta si fece più pressante. Furono soprattutto le regioni più povere del Paese, in particolare la Sicilia, la Calabria, la Sardegna, ma anche l'Alto Lazio e la Maremma toscana e più a nord le zone attorno al delta del Po, a rivendicare una risposta dal Governo. Una sequenza quasi ininterrotta di molti contadini attraversa la storia del Paese sino alla fine degli anni Quaranta.
La Sardegna era, in quel momento, un'isola eminentemente contadina e pastorale. Alla fine del conflitto su due milioni 400 mila ettari che ne costituivano l'intera superficie, il 24,6 per cento era classificato seminativo, 1l 16, 2 terre a pascolo, il 16,8 incolto produttivo. Una caratteristica paradossale della distribuzione della proprietà della terra era rappresentata dal fatto che l'Isola soffriva di due mali principali: da una parte l'eccessiva frammentazione della proprietà in tanti piccoli appezzamenti, dall'altra la presenza di grandi proprietà che qualche volta assumevano l'aspetto dal latifondo. 3.157 proprietari possedevano il 57 per cento dell'intera superficie agrari isolana, che spesso lasciavano totalmente incolta, contentandosi di percepire l'affitto dai pastori. La cifra di 3.157 proprietari sembra molto alta: in essi rappresentavano 1,7 di tutti i proprietari fondiari della Sardegna ma possedevano, appunto, più della metà della terra. La pressione che il mondo delle campagne esercitava sulle decisioni politiche non poteva essere ignorato neppure quando, dopo l'alluvionale successo elettorale del 18 aprile 1948. La Democrazia Cristiana si trovò a guidare il Paese forte della sua maggioranza assoluta. D'altra parte larghi strati del mondo contadino (l'espressione rimanda, del resto, a una realtà fortemente stratificata, cioè divisa fra gruppi in posizione di reddito e di diritti profondamente diverse fra loro) aderivano alla DC attraverso organizzazione come, prima fra tutte, la Coldiretti, trasformata sin dal 1944, sotto la spinta del suo presidente Paolo Bonomi, in una poderosa macchina per la raccolta del consenso elettorale, non meno che per il controllo della protesta sociale delle campagne. Nel 1946, col secondo ministero De Gasperi, Antonio Segni era diventato ministro dell'Agricoltura (sino alla rottura dell'unità antifascita) ebbe come sottosegretario un altro sardo, il comunista Velio Spano) e nel 1948 fu riconfermato nella carica. E per questo che da lui prende nome il complesso di leggi che disegnarono, fra il 1950 e il 1951, un grande progetto di riforma agraria: osteggiato nel suo iter, bisogna dire, non soltanto dai partiti di sinistra che ritenevano troppo "morbide" alcune norme, ma anche da gruppi di pressione democristiai, legati alla grande proprietà fondiaria.
La riforma prevedeva l'espropriazione delle terre incolte, l'esecuzione di vasti e organici piani di colonizzazione e di trasformazione, la creazione di importanti infrastrutture prima di procedere all'assegnazione delle nuove aziende ai contadini. In Sardegna l'Eftas mise a punto 271 piani di trasformazione (e 17 ne progettò l'Ente Autonomo del Flumendosa, creato contemporaneamente all'Etfas). Dei 75.213 ettari inclusi nei piani, 46.313 erano in provincia di Cagliari. 11.928 in provincia di Sassari. 8.340 in provincia di Nuoro. I piani dell'Ente Flumendosa riguardavano 8.908 ettari. Cominciarono così, in diversi punti della Sardegna, colossali lavori di dissodamento e di bonifica della terra. Una importante serie di opere creò nelle zone da assegnare ai contadini una rete di infrastrutture essenziali non soltanto alla coltivazione della terra ma anche alla stessa vita dei contadini che vi avrebbero abitato. Il programma dell'Etfas prevedeva la costruzione di sei villaggi per un totale di 1.600 case, 7.700 case sparse, 13 complessi di servizi pubblici, 900 chilometri di strade di bonifica e 1,200 di strade interpoderali, 31 acquedotti rurali. Fra il 1952 e il 1954 furiono costruite 21 borgate rurali, 68 scuole e 9 scuole professionali e realizzati 811 chlometri di strade di bonica e interpoderali, 452 chilometri di acquedotti e 594 di elettrodotti. Tutta la campagna interessa dall'azione di riforma diventava così un estensione "attrezzata" a abitabile dei tanti paesi dai quali venivano gli assegnatari. I 65.271 ettari bonificati, dissodati e messi a coltura risultavano alla fine della prima fase di interventi, ripartiti fra 27.721 ettari di seminativi asciutti e irrigue (vigneti, oliveti, agrumeti, frutteti, etc.), 617 ettari di colture legnose già esistenti ma che erano state migliorate (in genere olivastri innestati a olivo), 1.683 ettari di piante frangivento, 21. 982 ettari di pascoli migliorati, 2.691 ettari di boschi ad essenze boschive da frutto (sugherete, castagneti). 4.277 ettari erano occupati da borghi, edifici sparsi, strade, insediamenti industriali. Prendeva così l'avvio uno storico progetto di trasformazione della terra e dello stesso mondo delle campagne: quello che fu conosciuto come la "riforma Segni". Sul suo successo, sui suoi influssi sul mondo delle campagne, sulle ricadute nell'economia isolana il dibattito è ancora in corso, come dimostrano i vari convegni tuttora organizzati sul tema. Un fatto è certo: la riforma agraria è un capitolo fondamentale della storia sarda del Novecento. Tratto da L'"Almanacco gallurese 2001-2002
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