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L'Artigianato
Sardo
di
Augusto Zedda
Il complesso
patrimonio dell’artigianato sardo incorpora ed esprime una stratificata
densità storica. Risalire alle sue origini significa percorrere un lungo e
avventuroso viaggio andando indietro nel tempo sino alla preistoria. E nel
corso di questo viaggio è possibile ravvisare influenze dei periodi
preneolitico, neolitico, romano, bizantino. Ma al di là di queste
ispirazioni e delle radici culturali, l’arte popolare sarda ha saputo
caratterizzarsi in senso regionale, con elementi talmente chiari che la
distinguono da ogni altra. I suoi caratteri peculiari sono l’originalità e
la semplicità espresse in forme essenziali, scaturiti da una ricca
tradizione locale che compendia storia, costume, arte e vita. Ecco perché
l’artigianato sardo può essere definito vera e autentica arte popolare,
espressione culturale, cioè, di tutto un popolo. Anche la continuità delle
tecniche tradizionali è stata salvaguardata nel corso dei secoli: il
tappeto sardo, ad esempio, ha una sua fisionomia caratteristica locale che
un occhio esperto può individuare fra cento di altri paesi; non solo, ma
la particolare tecnica, struttura, tessuto, disegno motivi e colori (per
cui si differenzia notevolmente anche da paese a paese) ne rendono agevole
l’identificazione dell’origine.

Stesso discorso
vale per le espressioni dell’arte dell’intreccio, la cestineria, tra le
più caratteristiche e variate espressioni della cultura decorativa sarda;
così come per la ceramica, espressione di una tecnica fantasiosa e
perfezionata nel tempo. L’universo artigiano sardo è ancora oggi tangibile
nella quotidianità nonostante l’affermazione di un nuovo modello di vita
consumistico, estraneo alle radici della cultura dell’isola. Una cultura
che, comunque, ha saputo difendere nei secoli la sua singolare specificità
e, insieme, ogni individuale, distintivo carattere. Anzi, proprio le
specificità e le differenze sono segni della perfezione del mondo
artigiano Gli arazzi, i tappeti, la filigrana, i cesti, sono soltanto
alcune delle espressioni dell’artigianato sardo che si contraddistingue
per varietà, ricchezza e peculiarità dei suoi prodotti.
Uscito
dalle umili case dei centri rurali, l’artigianato sardo porta per il mondo
il sapore rustico delle cose genuine. Inoltre, negli ultimi decenni,
grazie al sostegno della Regione sarda che ha favorito il recupero delle
attività artigianali, prima attraverso incentivazioni finanziarie e poi
attraverso la costituzione, nel 1957, di un apposito ente strumentale, L’I.S.O.L.A.
(Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), l’artigianato tipico e
artistico ha fatto registrare una notevole espansione. Per merito di
artisti come Eugenio Tavolara ed Ubaldo Badas, è stato anche possibile
instaurare un metodo di lavoro basato sulla collaborazione tra l’artigiano
e l’artista che, pur aderendo al ceppo della tradizione, ha rinnovato i
modelli e gli schemi compositivi, favorendo una graduale evoluzione e un
intelligente aggiornamento.
La
tessitura è una delle attività ancora più diffuse in Sardegna.
Vi sono piccole località dell’ interno che devono la loro notorietà
proprio ai classici tappeti o agli arazzi, creati dalle abili mani di
esperte tessitrici, rinomati in Italia e all’estero.
I tessuti, realizzati sempre a mano, con telai verticali, tipici della
Barbagia, o con telai orizzontali in legno, diffusi in tutta l’isola,
assumono di volta in volta diverse funzioni.
Le materie
prime adoperate sono la lana sarda che è particolarmente resistente, il
cotone grezzo, candido o colorato e il lino.
Il tappeto sardo nasce come elemento decorativo dell’austera cassapanca,
depositaria principalmente del corredo della sposa.
Ecco perché generalmente si presenta con una sezione centrale con figure
o disegni ricorrenti, geometrici, e con due falde laterali che servono da
ornamento.
Successivamente sono seguiti gli altri utilizzi come coperta, arazzo o
tappeto vero e propri.
Come detto,
la produzione tessile attuale si è arricchita di altri oggetti destinati
all’arredamento della casa, come tende, strisce, cuscini, stoffe,
asciugamani e tovaglie, nella cui decorazione si legge una lenta, moderna
evoluzione, pur in presenza di una costante ispirazione ad elementi
figurativi tradizionali.
I centri di produzione sono innumerevoli ed è quasi sempre possibile
visitarli per scoprire con i propri occhi come nascono i differenti
prodotti.
A seconda delle zone dell’isola, l’arte della tessitura si differenzia per
le tecniche utilizzate: la cosiddetta "tessitura liscia" è caratteristica
di centri del nuorese come Gadoni, Nule, Tonara, Sarule, Sedilo, Orune;
quella "a grani" ("pibiones") tipica di Ittiri, Atzara, Bonorva, Busachi,
Paulilatino, Castelsardo, Ploaghe, Pozzomaggiore, Osilo, Sardara,
Santulussurgiu, San Vito; quella "a punto" nella lavorazione più pregiata,
ricca e decorativa degli arazzi di Bonorva, Mogoro, Morgongiori, Santa
Giusta, Ploaghe, Sant’Antioco. Infine quella "un’ in dente" (effetto di
trama) è caratteristica di Aggius, Bolotana, Isili, Samugheo.
Negli anni più recenti a Dorgali, Zeddiani e Nuoro è stata adottata anche
la tecnica "dell’annodato". Anche i vari tipi di decorazione che
coesistono nelle diverse aree possono suddividersi in quattro grandi
gruppi: il primo comprende i motivi geometrici; nel secondo compaiono i
motivi vegetali, con dei fiori, la vite, la ghianda, l’olivo, o la prugna;
nel terzo gruppo si distinguono immagini del mondo animale, come il
cavallo o gli sposi a cavallo o il cavaliere.
Nel quarto
e ultimo gruppo, di carattere composito, possono esserci simboli araldici
ed emblematici, l’aquila bicipite, torri, castelli, leoni, grifoni, figure
mitologiche e astri di notevole fantasia.
Sempre in tema di tessitura, infine, almeno un cenno meritano gli
splendidi scialle in lana, in genere di colore nero, con ricami in seta
variopinti, caratteristici soprattutto di Oliena e Villanovaforru.
La facilità
di reperire la materia prima, in una terra, come la Sardegna, ricca di
erbe e paludi, e la maggior semplicità di lavorazione, hanno fatto sì che
nell’isola il cestino abbia avuto una diffusione enorme come utensile
familiare, sicuramente superiore a quella del vaso che aveva lo svantaggio
della più specialistica lavorazione.
La forma del baratto e dello scambio estesero poi la diffusione del
cestino dall’ambito familiare a quello del commercio.
E i cesti che si possono trovare in vendita sono quelli che, ancora oggi,
vengono utilizzati in molte case per molteplici usi: come contenitori per
la biancheria o per i vasi, come portapane o per i dolci.
Accanto alla commercializzazione primitiva del prodotto troviamo il
tentativo di renderlo più apprezzabile mediante la decorazione che,
comunque, deriva soprattutto dall’amore con cui la donna inventa un
oggetto idoneo alle esigenze della casa e bello davanti ai suoi occhi.
Predominano
i motivi geometrici, anche se non mancano quello floreali e faunistici.
Le forme dei cesti, invece, variano in funzione della materia prima
utilizzata: paglia di grano, asfodelo, rafia, palma nana e vimini.
Proprio in base ai materiali utilizzati è possibile distinguere la
cestineria isolana in quattro grandi gruppi che corrispondono anche a
diverse aree geografiche.
A Sinnai e a San Vero Milis la materia prima è rappresentata dal giunco e
dalla paglia di grano, raccolta dopo la mietitura; la lavorazione
tradizionale ha un andamento a spirale, mentre la decorazione, con
materiali affini o con cotone rosso e nero, viene aggiunta in un secondo
momento, oppure può essere sviluppata insieme alla costruzione del
cestino.
La forma più tipica di questi contenitori è quella a campana rovesciata,
anche se alcuni di questi cesti, con forme diverse, sono invece concepiti
come complementi d’arredo o destinati a decorare le pareti.
Nella Planargia, a Flussio, Montresta e Tinnura, e nella Barbagia di
Ollolai e Olzai, secondo la tradizione più antica, si utilizza ancora
l’asfodelo, la pianta sarda più caratteristica, elastica e tenace.
Essiccato e tagliato a strisce, l’asfodelo è di colore chiaro, ma
diventa più bruno sul retro, fatto questo che permette alle abili mani
delle artigiane di ricavare effetti di decorazione con motivi geometrici
alternando semplicemente le due tinte naturali.
Nella Romangia, a Sennori e Sorso e nell’Anglona, a Castelsardo e Tergu,
predomina l’uso della palma nana che cresce a ridosso delle dune di sabbia
e della rafia.Il cestino di Castelsardo che è forse il più noto di quelli
prodotti in Sardegna è anche quello che risente maggiormente di una certa
deviazione dai motivi tradizionali, sia per influenze esterne, sia per la
difficoltà crescente di reperire la materia prima.
E proprio questa difficoltà, insieme ai tempi di lavorazione,
particolarmente lunghi, e alla scarsa redditività di questa attività che
deve fare i conti con un mercato che propone sempre più imitazioni e
prodotti non realizzati a mano, stanno facendo si che l’arte di
intrecciare cestini stia pian piano scomparendo insieme alle vecchie
artigiane. Dobbiamo infine ricordare il cesto in vimini,
dotato in genere di manico, confezionato da contadini e pastori e ricavato
dal salice, dall’olivastro e dalla canna che presenta forme diverse in
funzione dell’uso nelle varie località dove ancora si produce: nel
sassarese, nella bassa Gallura, a Bosa, nella valle del Tirso e nel
Campidano.
Come quasi
tutta la produzione artigianale sarda, anche la ceramica affonda le sue
radici nella storia e, nel corso dei secoli, ha mantenuto sempre uno
stretto rapporto con la tradizione e le forme del passato.
Non
occorre visitare il Museo Archeologico di Cagliari per scoprire le origini
nuragiche della ceramica sarda o le analogie con modelli che si
ricollegano alla dominazione romana. Basta infatti visitare le cittadine
dove è prodotta la ceramica più tipica come Assemini o Pabillonis nel
Campidano, ma anche Dorgali, sulla costa orientale dell’isola, e Oristano
(località che vantano la più antica tradizione figulina) per trovare tutta
una serie di brocche, pentole e tegami che ci riportano indietro nel
tempo.
Le forme
antiche di quest’arte ricalcano temi consueti e familiari: recipienti per
olio, acqua e vino, brocche grandi e piccole, dalle decorazioni più
svariate, bicchieri, boccali, fiaschette, stoviglie, contenitori di acqua
calda e anche elementi architettonici e decorativi.
La produzione ceramica isolana spazia dagli oggetti d’uso comune o di
ispirazione religiosa che rivelano un gusto innato e grande capacità
manuale, a figure stilizzate, soprammobili e sculture di raffinata
eleganza.
Oggi come
ieri il tratto caratteristico della terracotta sarda è dato dalla
praticità e dalla classicità della linea. I prodotti più tipici di
terracotta vengono invetriati, con una tonalità giallo-verdognola che si
stempera nel colore bruciato della creta.
E ancora oggi i vasi e le brocche, frutto della sintonia fra le mani
dell’artigiano e la spinta del piede scalzo sul tornio, conservano una
loro rustica semplicità e precisione che li fa sembrare fatti in serie,
mentre in ciascun pezzo c’è tutta la maestria e l’estro dell’artigiano
ceramista.
Si tratta
per lo più di una produzione di oggetti d’uso comune, anche se negli
ultimi decenni si sono via via affermati numerosi artigiani-artisti che
hanno dato un nuovo impulso allo sviluppo della ceramica moderna con
l’adozione anche di nuove tecniche di lavorazione, pur rimanendo sempre
fedeli all’autentica tradizione figulina isolana.
A Cagliari, San Sperate e Selargius, a Oristano, Sassari e Olbia, e, nel
nuorese, a Dorgali e Siniscola operano oggi molti artisti di talento la
cui notorietà ha varcato i confini dell’isola e le cui opere arricchiscono
diverse collezioni private.
La
produzione artigianale sarda, come si è visto, in genere, è dedita da
secoli alla fabbricazione di oggetti d’uso comune creati dall’estro antico
o sbocciati dalla fantasia popolare e divenuti patrimonio culturale di
aree ben determinate dell’isola. Non si differenzia dai settori sin qui
trattati la lavorazione del legno, del metallo e dei gioielli.
Nell’umile casa contadina infatti c’era posto per pochi mobili, arredi
indispensabili e molto modesti, come si conveniva alla povertà
dell’ambiente tradizionale. Con una eccezione però: la cassapanca. Questa
infatti, riccamente intagliata, ha assunto un posto essenziale nella casa,
quello di scrigno e tabernacolo della famiglia, custode del corredo della
sposa. La maggiore o minore ricchezza delle famiglie era riscontrabile
proprio nella decorazione della cassapanca. Il legno utilizzato
maggiormente era il castagno, abbondante nei boschi della Barbagia, ma a
volte anche il noce ed il rovere.
Il pannello
centrale era originariamente liscio o decorato con molta semplicità.
Gli artigiani del legno si ispirano anche loro ad una simbologia fatta di
motivi geometrici o floreali o comunque naturalistici, come uccelli
stilizzati e il sole. Tra i centri più rinomati in queste produzioni
ricordiamo Desulo, Aritzo, Santulussurgiu, Paulilatino, Isili. Oggi si
distinguono tra gli altri artigiani anche alcuni intagliatori di Cagliari,
Buddusò e Sassari.
Una citazione particolare, tra le altre produzioni, meritano le sedie:
eleganti e funzionali quelle impagliate di Assemini, realizzate in legno
chiaro e ingentilite con il disegno rosso e verde del melograno;
pretenziose e spagnoleggianti quelle con gli schienali scolpiti e laccati
in rosso o blu o verde ed oro, di derivazione catalana.
Altra
tipica espressione dell’arte popolare e della lavorazione del legno sono
le maschere carnevalesche, tradizionali soprattutto a Ottana e Mamoiada,
evocatrici, forse, di antiche oppressioni e di magiche suggestioni. Ma la
produzione in questo campo spazia anche agli sgabelli, ai pannelli
decorativi e, ancora, a cucchiai e taglieri, alle pipe di radica sarda, ai
vasi e alle ciotole.
Nella zona più centrale della Sardegna operano, ancor oggi, alcuni fabbri,
rinomati sia nella fabbricazione di speroni e morsi per cavalli (fra i più
noti quelli di Santulussurgiu e Gavoi), sia nel temprare magnifiche lame
d’acciaio, come nei famosi coltelli di Pattada, Dorgali,
Santulussurgiu, Desulo e Guspini, eseguiti con rara perizia e abilità
tanto da renderli agli occhi degli appassionati preziosi oggetti da
collezionare. Accanto a questi elaborati, frutto di perizia antica, si
ritrovano altri ferri battuti, altrettanto rinomati e pratici, come
ringhiere barocche, cancellate, lampadari, spiedi, graticole e alari.
Mentre tra i metalli lavorati si distinguono i rami, sbalzati con rara
maestria dagli artigiani di Isili che distribuiscono i loro manufatti in
tutta la regione, tra cui i campanacci che ricordano la vita tranquilla
dei campi.
La
consumata tecnica espressa in questi manufatti raggiunge livelli altissimi
nella lavorazione dell’argento e dell’oro. La presenza di miniere
argentifere ha stimolato il fiorire di botteghe di argentieri a Iglesias e
ad Oristano, a Cagliari, ad Alghero, a Sassari e, ancora, a Quartu S.Elena,
Sinnai, Nuoro, Oliena, Bosa e Dorgali.
Una posizione di rilievo in questo settore spetta poi ai classici
gioielli in filigrana d’oro e d’argento, famosi in tutto il mondo.
Gioielli che ripetono modelli tramandati da un’antichissima tradizione,
frutto di un’infinita pazienza e compostezza, omaggio alla vanità e
all’eleganza femminile.
Al gioiello in filigrana che adorna il costume sardo si accoppiano
orecchini ed anelli con pietre e perle incastonate, braccialetti e gancere,
fibbie e ciondoli, magari contro il malocchio, pendagli e le lunghissime
collane, ravvivate da pietre, oltre ai grandi e ricchissimi rosari appesi
in cima al letto.
Fra le varie attività artigianali, quella del maestro orafo ha
consentito, più di altre, l’esplicarsi in forme artistiche di fantasia
creativa, di raffinato virtuosismo e di originale perfezione.
Caratteristiche che, pur restando sempre vicino alla tradizione, sono
state integrate da una serie di significative innovazioni che consentono
oggi alla gioielleria artigianale e artistica sarda di essere apprezzata
in tutto il mondo. Nell’arte della gioielleria vantano una meritata
rinomanza gli artigiani di Alghero, Bosa, Cagliari, Dorgali, Iglesias,
Nuoro e Sassari.
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