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La coltura della vite


Le culture specializzate e orticole avevano nell’Isola un posto secondario e un carattere, a dir poco, complementare ed accessorio, se non di puro passatempo. Ciò era dovuto al fatto che gli isolani, pur essendo marinai, avevano un cuore ‘terragno’; sposati con il mare, vivevano in perpetuo adulterio ideologico con la terra.
C’era in loro un forte anelito alla quies, alla calma e alla semplice vita agreste.
Tra queste attività, diciamo così, marginali, essi prediligevano la cura della vite per spillarne la piacevole bevanda che gli Elleni chiamavano pausislipes ‘tregua delle cure’: il vino. Questo ci ricorda l’austera eroica allocuzione di Teucro ai compagni di pericoli e di viaggio: ‘O uomini forti, che spesso con me avete sopportato mali maggiori, scacciate ora nel vino i pensieri. Domani risolcheremo il gran pelago’.
Doveva suonare fastidioso e assurdo l’inascoltato monito di Pindaro, ‘ottima cosa è l’acqua’, se nell’Isola l’acqua non fu mai buona, a differenza del vino. La loro innata vocazione alle sentenze, li portò a condensare questo fatto in sagaci e garbati detti - certamente antipindarici - come: l’acqua fa i vermi, l’acqua fa i ranocchi, l’acqua e bona solu pe lavassi a faccia, binidittu sia Nuè, chi ha trapiantatu a vigna dopu u diluviu.
La cultura della vite nell’Arcipelago non è anteriore alla prima metà del XIX secolo. La vite ha trovato qui condizioni ideali per prosperare, favorita dal clima e dalle proprietà chimico-fisiche dei terreni: sciolti, asciutti, caldi, ventilati, moderatamente argillosi e silicei da disfacimento granitico. Si sa che il terreno argilloso, in contenute proporzioni, può contribuire a dare vini coloriti, robusti e generosi, e quello prevalentemente siliceo vini di buon profumo e, in parte, immuni dagli attacchi della fillossera.
I vitigni presenti nell’Isola rappresentavano soltanto una parte di quelli tipici della Corsica e della Gallura. Quelli a bacca bianca erano: Brustiana, Virmintinu, Muscateddu e Muscateddò; quelli a bacca rossa: Girò, Carcagghjolu o Bunifazinu, Muristeddu, e Cardarellu.

Le vigne dell’Arcipelago
Per l’insufficienza dei dati a nostra disposizione, ci è difficile dire in quale percentuale questi vitigni erano presenti nei nostri vigneti. Da informazioni raccolte sembrerebbe che le uve nere fossero prevalenti rispetto alle bianche. Né siamo in grado di stimare la percentuale di superficie utilizzata per la cultura della vite.
Possiamo affermare però che le vigne dell’Arcipelago non erano poche, anche se di modesta estensione, e io stesso ne ho conosciute tante quando ero ragazzo: quella degli Ornano a Patogghja, quelle di Suareddu, (una era dell’appuntato Chipudda, un originale personaggio che i lettori più anziani certamente ricorderanno), quella dei Berretta a Gambinu, quella dell’Ortu du Magu, di Macchja di Mezzu, di Mongiardinu, di Terraluggiana, di Vigna Grandi, di Punta Villa, a Vigna du Vicariu, quelle di Moriani e del professor Branca a Cardaiesa, quella dei Berretta a Spargi, impreziosita da un meraviglioso frutteto. Poi quelle che ci ha tramandato la tradizione:la vigna degli Albini a quarantena (Flat house) curata dal vicario Mamia, quella dei Des Geneys, quelle dei Belledonne (situata ai piedi della collina di l’Alivi, arrivava quasi alla piazza Principe Tommaso), a vigna du Ghjudiziu nei pressi dell’Istituto San Vincenzo e della Rinedda, quella di Scianchetta (Sirvé Zonza) e di Mecu, l’inseparabile compare.
Ma da un quadro generale dei terreni del 1843 si rileva che nei pressi dell’Isuleddu vi erano le vigne di Giuseppe Ornano, Pietro Culiolo, Andrea Zicavo, Francesco Sabatini, Gio Batta Millelire; confinante con il Chiuso dei Stagnali del Napolitano c’era la vigna di Domenico Peretti; alla bocca dell’Isuleddu e di Ciacaraggio la vigna di Laura Culiolo Leandri, e verso il mare quella di un non bene identificato Talalà.
Al Capocciolo di Porto Camicia c’erano le vigne di Nicolò Susini, Giovanni Serra, Domenico Peraldi, Domenico Varriani; da Moneta a Cala Chiesa si trovavano le vigne di Paolo Comiti, Antonio Zicavo, Giuseppe Susini, Domenico Baffigo, Pasquale Barrabò e di un certo Canzonetta; ai Puzzoni la vigna di La Fleur; a Mongiardino le vigne di Giovanni Zicavo, Caterina Millelire ved. Panzano, Pasquale Serra, Tommaso Zonza la Fedeltà.
Allo Stagno di Piticchia la vigna di Zenoglio; al Cantone di Barabò la vigna di Francesco Susini; a tramontana dei Puzzoni le vigne di Giorgio Mamberti e di Bartolomeo Tosto; da Vigna Grande fino alla Vadina di Punta della Gatta, verso lo Spalmatore, le vigne di Gio Marco Zonza, Bartolomeo Tosto e Pasquale Antonio Zicavo; a Punta delle Capre la vigna di Luciano Canarello.
A Bocca Alta la vigna degli eredi Zenoglio e di Barbara Culiolo Pittaluga; all’Abbeveratoio di Pietra Bianca la vigna di Pietro Azara Buccheri; alla Bocca del Tavvone la vigna di Antonio Casabianca; alla Fonte e Taglio di Villa Maggiore le vigne del notaio Sini e di Santa Varriani Millelire.

Vite e vino a Santo Stefano

Un discorso a parte merita la vigna di Pasqualì Guarré (Pasquale Serra) situata a Santo Stefano. Fu impiantata su un terreno spianato con le mine verso la fine dell’800 e contava 20.000 piedi di vite. Produceva un vino di elevata qualità, frutto del lavoro paziente, tenace e creativo di questo appassionato ed eclettico marinaio-agricoltore, sempre alla ricerca di nuove iniziative e nuove sperimentazioni. La sua scelta decisa verso una produzione di qualità lo aveva portato a competere con i più esperti produttori della Bassa Gallura e di Santa Teresa, e a raccogliere anche importanti riconoscimenti specialmente per il suo vermentino. Oltre che nella particolare natura del terreno, il pregio del vino di Santo Stefano stava certamente nell’assicurare lo stesso livello qualitativo indipendentemente dalle annate, segno di un attento e razionale lavoro di vigna e di selezione vendemmiale, favorita forse dalle quantità non eccessive. Dalla cura della vigna alla scelta delle uve, dalla accurata potatura alla maturazione, dalla ricerca alla dotazione di strutture di vinificazione innovative e di qualità, era un susseguirsi di regole e gesti dettati dall’esperienza. Indubbiamente - diceva mio padre - il vino di Santo Stefano esprimeva la personalità di chi lo produceva
Scrive Enrico Bavarelli in ‘Cronache della vecchia Gallura’ (Ed. Sarda Fossataro, 1971), pp. 48-49: “Un giorno la gita a La Maddalena subì una piccola variante. Una sosta nell’isolotto di S. Stefano per visitare un amico del padre che aveva trasformato, con intelligente fatica e molto denaro, quelle rocce in un ubertoso ridente giardino con fiori, frutta e vigna. E che vigna ! Il padre, l’amico e gli altri di casa chiacchierarono a lungo e bevvero un vinello prodotto sul posto, color della granata, razzente e profumato, che il padrone di casa, il signor Pasquale Serra, giudicava, senza sicumera e con palese soddisfazione, la “gioia dell’Arcipelago”.
‘In vino veritas’, o ‘in vino salus’? Quando J. Wolfgang Goethe affermava che ‘il vino allieta il cuore dell’uomo ...’ alludeva di certo allo spirito più che al nostro organo pulsante, ma il dottor Regnoli, bolognese, vecchio medico degli isolani, alludeva proprio a quest’ultimo quando consigliava ai suoi pazienti di bere il vino rosso di Santo Stefano ‘tonico e ricostituente’.
Bere e offrire il vino della propria vigna era un piacere ineguagliabile e motivo di grande soddisfazione. Gl’isolani non erano incomposti tracannatori, ma bevitori sapienti e parchi. E se di tanto in tanto, specie nei giorni di festa, qualcuno prendeva una cardalina, beh, non c’era niente di male: era un semplice peccato veniale.

 

 

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