|
Gli americani a Santo Stefano
L'isola
della Maddalena, così come molte altre località della Sardegna,
incarna in maniera quasi didascalica il rapporto che da mezzo secolo a
questa parte lega il nostro paese agli Stati uniti. Un rapporto fatto di
sudditanza, di espropri e asservimento al monarca d'oltreoceano.
Se è vero che l'intero nostro territorio è disseminato di basi Usa e Nato
- Camp Darby, Ghedi, Sigonella, Aviano,
Pisignano - all'interno delle quali sono stoccati armamenti nucleari
di cui non si conosce né la quantità, né i criteri di sicurezza adottati
per la sicurezza delle popolazione civile, in nessun'altra regione, più
della Sardegna, la concentrazione di strutture militari raggiunge livelli
paragonabili. Santo Stefano, Decimomannu, Salto di Quirra,
Capo Teulada, Capo Frasca sono solo alcuni punti - quelli
conosciuti - della ragnatela che gli Usa hanno costruito sull'isola, sulla
quale grava il 66% delle installazioni militari italiane-Nato. Come se non
bastasse, questa presenza asfissiante è in continua crescita: un nuovo
centro logistico e un nuovo molo Nato a Cagliari, ulteriori, massicci,
investimenti a Capo Teulada e Quirra, la gigantesca torre-spia
statunitense spuntata nel mare del Parco Naturale Sinis-Malu Bentu. Per la
costruzione di questi presidi sono stati investiti negli anni somme
gigantesche di danaro, non solo dagli Usa ma dalle maggiori aziende
produttrici di sistemi d'arma - Alenia, Fiat, Aerospatiale, Thomson - così
da trasformare la Sardegna in un vero e proprio paradiso per i mercanti di
morte.
L'isola della Maddalena è recentemente tornata agli onori delle cronache
in seguito all'incidente che il 25 ottobre 2003 è occorso al
sottomarino nucleare Hartford,
incagliatosi nella Secca dei Monaci, riportando gravi danni. L'incidente
fu tenuto irresponsabilmente celato all'opinione pubblica dalle nostre
autorità e di esso si è venuto a sapere soltanto in seguito alle misure
disciplinari adottate dalla marina statunitense nei confronti del
comandante e di altri otto membri dell'equipaggio del sommergibile. Non è
certo neppure che esso si sia verificato il 25 ottobre o, invece, qualche
giorno prima - il 20 ottobre -, quando gli abitanti dell'isola udirono un
forte boato che fece tremare i vetri delle abitazioni, ma di cui non si è
mai risaliti alla causa. I controlli effettuati dai carabinieri della
locale stazione non appurarono la fonte del rumore e tra le ipotesi fatte
vi fu quella che il boato fosse da addebitare al bang supersonico di un
aereo militare decollato da una base in Corsica…
Nulla si sa anche delle movimentazioni degli armamenti nucleari, che pure
entrano - e sono periodicamente spostati - da un sito all'altro della
complessa rete logistica militare che innerva il territorio sardo. Grazie
a una serie di accordi segreti stipulati negli anni fra i governi
italiani, l'amministrazione Usa e la Nato - accordi che operano al di
fuori del controllo del parlamento -, sulla gestione dell'arsenale
nucleare vige infatti il silenzio assoluto. Eppure incidenti dalle
conseguenze catastrofiche possono verificarsi in qualsiasi momento. Basti
pensare a quanto accadde a Camp Darby, nel 2000, quando i militari furono
costretti ad evacuare frettolosamente un enorme quantitativo di munizioni
- non si sa se anche di tipo nucleare - per il pericolo di cedimento
strutturale di uno dei bunker ove erano custodite. Il tutto nella più
totale segretezza, senza che la popolazione né le autorità locali fossero
messe in guardia degli enormi rischi che tale trasferimento comportava.
Nel porto di Santo Stefano, i sommergibili a propulsione e
armamento nucleare - veri e propri "mostri" di 110 metri di lunghezza e
quasi 7000 tonnellate di stazza, affiorano placidi dalle acque del molo di
attracco della base accanto alla nave-balia Uss Emory S.Land,
ospitante ben 34 missili a testata nucleare Cruise Tomahawk in
condizioni di massimo rischio; le autorità militari Usa evitano infatti di
stoccarli nei depositi scavati nella roccia e gestiti dalla Nato perché
così facendo il controllo delle armi passerebbe al paese ospitante.
Il risultato è che in poche centinaia di metri di fascia costiera
stazionano decine di ordigni nucleari in prossimità di due impianti dove
abitualmente vengono movimentati esplosivi e carburanti!
Il dato inquietante è che il nostro governo ha
sempre ufficialmente smentito la presenza di armamenti atomici presso la
base della Maddalena nonostante essa fosse confermata dal Congresso Usa e
dall'Assemblea Atlantica.
Fin dall'inizio degli anni cinquanta il Governo italiano ha infatti
autorizzato quello americano a disporre pienamente di una serie di
installazioni militari, di cui non si conosce neppure l'esatta ubicazione
e l'attività, in virtù dell'esecuzione di alcuni "promemoria di intesa" di
cui è ignoto il contenuto. Sappiamo, però, che il Bilateral
Infrastructure Agreement regola segretamente le prerogative assegnate
agli Usa sul nostro territorio, in violazione degli articoli 80 e 87 della
Costituzione, che ne prevedrebbero la conoscenza e la ratifica da parte
del Parlamento e del Presidente della Repubblica. Forti di tale statu quo,
gli americani non sono tenuti a rivelare i dati sulla radioattività
ambientale nelle acque della Maddalena, a informare i cittadini dei rischi
per la salute connessi all'attività della base e a rendere noti quali
siano le misure predisposte a tutela della popolazione civile in caso di
incidente nucleare.
Ciò li autorizza a opporre un impenetrabile silenzio sulle modalità di
stoccaggio degli armamenti atomici e sulle procedure per lo smaltimento
dei rifiuti radioattivi. Domanda più che giustificata, soprattutto se
teniamo conto che nel corso degli anni nella provincia di Sassari - e in
particolar modo alla Maddalena - si è registrato un aumento continuo
dell'incidenza di focomelia, rachischisi e tumori ipofisari e, più in
generale, delle neoplasie maligne.
Del resto, il nesso tra l'incremento anomalo di tumori e la presenza di
siti nucleari militari in Sardegna è purtroppo testimoniata da altri casi
eclatanti: si pensi, ad esempio, a quello del poligono di Salto di Quirra,
un insediamento che occupa una superficie di circa 12 mila ettari,
estendendosi su tutta la zona del Salto di Quirra e arrivando quasi ai
margini della baia di Capo San Lorenzo.
Bene, da molti anni la popolazione del luogo, forze politiche di vario
orientamento, associazioni e organi di stampa hanno denunciato l'uso di
materiali radioattivi all'interno del poligono, circostanza smentita a più
riprese dal Ministero della Difesa nonostante sulla rete metallica posta a
protezione delle carcasse di carri-bersaglio impiegati nelle esercitazioni
chiunque potesse leggere la scritta "Pericolo-Residui radioattivi sparsi
sul terreno"! Tale attività ha da sempre destato forti timori nella
popolazione, preoccupazione accresciutasi a dismisura negli ultimi anni in
relazione alla crescita esponenziale, e apparentemente ingiustificabile,
di casi di tumori al sistema emolinfatico (lo stesso tipo di patologia che
ha colpito numerosi militari italiani in missione in Bosnia) nel piccolo
villaggio di Quirra, nelle immediate vicinanze della base militare, dove
su una popolazione di 150 persone si sono registrati 13 casi mortali di
linfoma nel corso degli ultimi 5 anni, percentuale assolutamente anomala e
non riscontrabile in nessuna altra zona d'Italia.
In seguito alla denuncia inoltrata dal sindaco e a numerose interrogazioni
parlamentari, il ministero della Difesa è stato costretto a "manifestare
la volontà del governo ad occuparsi della vicenda" ma, invece di
avviare un'inchiesta ufficiale, ha organizzato nel marzo dell'anno scorso
un'inqualificabile pagliacciata, affidando ad un singolo esperto, il Dott.
Francesco Riccobono, docente di Geochimica ambientale all'università di
Siena, il compito di effettuare prelievi nella zona che si presumeva
contaminata. Quest'ultimo, nel corso di una sorta di "manifestazione
pubblica" organizzata dal sottosegretario alla difesa e alla presenza di
telecamere e giornalisti, prelevava tre piccoli campioni di terreno -
all'interno della base missilistica di San Lorenzo, sulla spiaggia dove
vengono lanciati missili hawks contro radiobersagli, e nelle zone di
montagna dove i vecchi carri armati vengono colpiti da proiettili speciali
("penetratori cinetici") durante le esercitazioni - riservandosi di far
conoscere in un non meglio precisato "futuro" i risultati delle analisi!
Ma ad essere veramente insultante fu il comportamento delle autorità
militari della base le quali da una parte continuarono a negare l'uso di
materiali radioattivi, e, dall'altra, rimossero o ritoccarono goffamente i
cartelli posti sulle recinzioni - ora riportanti la scritta "residui
ATTIVI sul terreno".
Un'ennesima dimostrazione del senso di assoluta impunità di cui si sentono
depositari i vertici militari americani e italiani in virtù del vincolo
della segretezza che copre le loro attività. Viene il sospetto che
questi protocolli segreti assicurino in realtà qualunque tipo di
operazione sul nostro territorio e, in caso di incidente, tutelino a
priori i militari che ne siano responsabili. Solo a disastro avvenuto noi
veniamo a conoscenza che essi, in virtù di accordi sconosciuti al
parlamento, non sono processabili.
E' il caso, ad esempio, della strage del Cermis: una commissione
parlamentare italiana aveva condannato per strage i tre piloti Usa che il
3 febbraio del 1998, a bordo di due aerei, alla velocità di oltre 1.000 km
orari e a soli 108 metri dal suolo, dopo aver compiuto una serie di
irresponsabili acrobazie, tranciarono i cavi della funivia. Ebbene, solo
in quella circostanza venimmo a sapere che il trattato fondativo della
Nato conteneva delle clausole segrete che conferivano l'immunità
diplomatica a qualunque soldato semplice (private) americano
all'estero. I piloti americani non solo non vennero neppure processati
dalle autorità statunitensi per quell'orribile strage ma, nel settembre
scorso, uno di loro, il capitano dei marines Chandler P. Seagraves,
ottenne addirittura una promozione!
La Sardegna si mobilita - 2003/2004
Sta per
arrivare un megacondono sulla base statunitense della Maddalena, nata 31
anni fa con un accordo bilaterale tra Italia e Stati uniti rimasto sempre
segreto e mai ratificato dal Parlamento.
Dopo le proteste che avevano seguito l'annuncio dell'edificazione di più
di 50 mila metri cubi di cemento dentro l'avamposto militare da cui
partirono i sottomarini nucleari alla volta dell'Iraq l'amministrazione
Usa ha fatto sapere che tirerà fuori 33 milioni di dollari per la
trasformazione delle strutture da "volanti" [baracche in lamierato e
chiatta mobile] in "permanenti": da base di appoggio a sito permanente
attraverso un intervento viene definito, non di "allargamento" ma di
"riqualificazione".
Non solo: il ministero della difesa si è impegnato a far propri, nella
ristrutturazione, i suggerimenti della Regione per il rispetto del
paesaggio, visto che essendo la Maddalena una delle zone della Costa
Smeralda non possiamo certo non tutelarla": ha spiegato Italo Masala,
presidente della Regione di An il 14 gennaio, quando ha firmato ha fatto
sapere di autorizzare i lavori. A patto che "venga interamente
salvaguardato il patrimonio ambientale dell'area, inserita nel Parco
nazionale della Maddalena".
Ma proprio il giorno dopo l'annuncio dell'accordo tra il ministero della
difesa e il presidente della Regione, l'istituto di ricerca indipendente
francese Criiad ha rilevato la presenza di un'altissima concentrazione di
Torio 234, un componente del combustibile nucleare, nelle acque
dell'arcipelago della Maddalena all'indomani del l'incidente che aveva
coinvolto il sommergibile nucleare
Hartford, vicino all'isola di Caprera. L'incidente era
avvenuto il 25 ottobre del 2003, ma le autorità italiane lo avevano
reso pubblico solo diciotto giorni dopo, quando un piccolo giornale
statunitense, il London Day, aveva affondato il segreto imposto dalla
marina Usa.
Il Torio 238 è un elemento della catena dell'uranio impoverito, la sua
presenza potrebbe quindi essere legata anche a esercitazioni militari.
Perché agli esperti di cose militari pare strano che un sottomarino
all'avanguardia sia andato a sbattere contro gli scogli come capita a un
imbarcazione comune: secondo la rivista militare Alfabravocharlie, l'Hartford
stava sperimentando mezzi o procedure "all'avanguardia", e forse al limite
della legalità, o si apprestava a effettuare attività che dovevano restare
sconosciute a tutti i costi.
Già
quindici anni fa, del resto, Giorgio Cortellessa, che ha ricoperto per
anni alti incarichi all'Istituto superiore di sanità e al Cnr, aveva
trovato nelle acuqe dell'arcipelago il cobalto 60, una sostanza
radioattiva prodotta dai reattori nucleari. Sindaco, presidente della
Regione, prefetto e presidente del parco della Maddalena, minimizzano e
dicono che i dati in loro possesso [rilevati dall'Asl] non hanno rivelato
"niente di anormale". Ma è accaduto che la destra si è spaccata, e il
consiglio regionale ha votato un ordine del giorno che chiede lo
smantellamento della base e il monitoraggio delle acque da parte di un
istituto indipendente. La mobilitazione in Sardegna e alla Maddalena sta
coivolgendo cittadini e associazioni, l'allarme è alto, la stanchezza
altrettanto.
Lo strappo fra la Regione e il governo centrale è un segnale
significativo, un passaggio che formalmente non mette in discussione
l'accordo Stato-ragione [che sarà firmato il 24 febbraio 04], ma che segna
un risultato politico importante, cui è seguita la richiesta di dimissioni
del ministro della difesa, il berlusconiano Martino. Ora la palla passa ai
comitati contro la base, che hanno annunciato la raccolta di firme per un
referendum consultivo, ed una grande mobilitazione per la fine del mese di
febbraio.
L'incidente al sottomarino Hartford
In seguito
all'incidente la marina Usa ha rimosso il comandante del sommergibile e
adottato provvedimenti contro otto membri dell'equipaggio, dimostrazione
implicita che si è sfiorata una catastrofe dalle dimensioni
inimmaginabili. Il fatto che essa non si sia verificata non esclude, però,
che possa essersi determinato un rilascio di sostanze radioattive. La
autorità civili e militari hanno reso noto nei giorni scorsi che i
rilevamenti effettuati non hanno riscontrato tracce di radioattività
"sopra la norma" ma si trattava di indagini di routine, la cui
attendibilità è tutta da verificare. Sarebbe auspicabile, dunque,
continuare ad esercitare la massima pressione per ottenere che vengano
effettuati rilevamenti approfonditi sul livello di radioattività presente
nelle acque e soprattutto far sì che tali rilevamenti siano effettuati -
oltre che dai Vigili del Fuoco, dalla Marina militare e
dalla Ausl di Sassari, enti istituzionalmente deputati a farle -
anche da parte di esperti e organismi indipendenti, in stretta
collaborazione con le autorità locali e le associazioni per la difesa
ambientale del territorio. Ma il problema è molto più complesso e riguarda
la possibilità di esercitare un controllo costante sulla presenza di
ordigni nucleari nel nostro paese che, ricordiamolo, ha ripudiato a
grandissima maggioranza, attraverso un referendum popolare, la presenza di
centrali atomiche.
Sotto questo profilo è estremamente esemplificativo proprio il caso della
base di Santo Stefano. Le procedure di controllo e i dispositivi di
sicurezza sono affidati a personale italiano ma le navi e i sottomarini
americani - sui quali, come abbiamo detto, sono situati gli armamenti
nucleari - godono di extraterritorialità e non è permesso a nessuno,
nemmeno ai militari italiani, di salirvi a bordo. Quando, nel corso
dell'ispezione effettuata il 24 novembre da deputati verdi e di
rifondazione comunista alla base di Santo Stefano, è stato chiesto al
comandante italiano come avrebbe potuto garantire la sicurezza ambientale
senza essere a conoscenza del tipo di armamenti in dotazione alla Marina
Usa la risposta di quest'ultimo è stata surreale: "Non dobbiamo e non
vogliamo sapere se ci sono armi nucleari a bordo delle navi e dei
sommergibili americani". Il militare, in effetti, non poteva
rispondere altrimenti: un meccanismo assurdo di espropriazione della
nostra sovranità nazionale gli impedisce di esercitare, anche se lo
volesse, qualsiasi funzione di controllo e di prevenzione. Questo diritto
negato si traduce immediatamente in una condizione di inaccettabile
subalternità del nostro paese nei confronti degli Stati Uniti che possono
disporre a piacimento non solo del nostro territorio ma anche del
coinvolgimento bellico dell'Italia in un eventuale conflitto nucleare. In
molte basi, come quella di Aviano e di Ghedi, sono presenti armamenti
nucleari che il documento ufficiale National Security Strategy, del
1997, definisce "forze nucleari strategiche che costituiscono
un'assicurazione vitale per un futuro dalle prospettive incerte, una
garanzia dei nostri impegni per la sicurezza degli alleati ed un
deterrente per coloro che contemplino l'acquisizione o lo sviluppo di loro
arsenali atomici"; la "Direttiva 60" promulgata dal Presidente Clinton,
prevede che le armi nucleari sub-strategiche dislocate in Italia e in
Europa possono essere impiegate "contro soggetti o gruppi non presenti
al livello istituzionale di Stato, contro i loro centri operativi che
dispongano di mezzi atomici di distruzione di massa". Anche tale
direttiva è stata integrata nella precedente strategia dell'Alleanza senza
essere sottoposta all'approvazione dei Parlamenti dei paesi alleati e ciò
pone un enorme problema interpretativo rispetto all'applicazione
dell'istituto della cosiddetta "co-decisione".
Nella base di Ghedi, ad esempio, sono dislocati aerei di tipo
Tornado, i cui piloti vengono addestrati all'impiego dei missili a testata
nucleare custoditi nei Weapons storage and security sistems (WS3)
della base, rispetto all'utilizzo dei quali non è chiara la catena di
comando chiamata a decidere;
secondo le decisioni prese a Glenneagles dal Nuclear Planning Group
della NATO "una particolare considerazione verrà estesa bilateralmente
dagli Stati Uniti ai Governi eventualmente coinvolti nell'impiego di armi
atomiche"; tuttavia, a parere di alcuni esperti militari, rimarrebbe
tuttora in vigore la direttiva enunciata nel 1964 dal Consigliere per la
Sicurezza Nazionale Charles E. Johnson che recita: "Conseguentemente
all'impegno NATO su modalità nucleari della difesa comune, gli alleati non
nucleari dell'alleanza in caso di guerra assumono a tutti gli effetti il
ruolo di potenze nucleari". Se così fosse, in caso di proclamato stato
di emergenza o di guerra, l'utilizzo di dispositivi nazionali, con gli
aerei Tornado delle basi di Aviano o Ghedi, verrebbe di fatto sottratto ai
poteri decisionali dei rispettivi Governi e spetterebbe viceversa
unicamente ai comandi USA in Europa.
Tornando all'incidente accorso al sottomarino Hartford, ciò che preoccupa
è non solo l'eventualità che esso possa dare luogo, nell'ambito del suo
esercizio in "tempi di pace", a catastrofi ambientali ma anche la
possibilità che esso possa essere utilizzato per operazioni belliche che
prevedano l'impiego di armi nucleari e il coinvolgimento del nostro
territorio in operazioni di ritorsione dello stesso tenore intraprese dal
"nemico" di turno. Tutto ciò senza che il nostro Parlamento possa opporsi
in alcun modo.
Qual è l'entità della flotta Usa che utilizza Santo Stefano?
Nelle acque
della base è ormeggiata la nave-appoggio Uss Emory S.Land insieme ad
alcuni sommergibili allineati al suo fianco, oltre ad altre navi di
supporto. E' difficile determinare la consistenza quantitativa della
flotta Usa di stanza a Santo Stefano; si può solo ipotizzare il suo
utilizzo e, in relazione ad esso, la mole di traffico che può sviluppare.
Vediamo di ricostruire brevemente la storia della base. In origine essa
consisteva in un "punto di approdo" dotato di "infrastrutture
operative, tecniche, logistiche e addestrative per il supporto aeronavale".
In sostanza, si trattava di un deposito munizioni incavernato, denominato
Guardia del Moro" che, in seguito ad accordi segreti dell'agosto 1972,
ospita in una delle sue banchine di servizio "il punto di approdo per
una nave appoggio della U.S. Navy per sommergibili d'attacco (nessuno
basato a terra). Equipaggio della nave 922". La possibilità per la
marina statunitense di utilizzare tale approdo scaturisce da un complesso
sistema di accordi militari segreti che impegnano l'Italia sia
multilateralmente che bilateralmente con gli Stati uniti: il Mutual
Security Act del 1951, l'accordo bilaterale di "mutua sicurezza" del 7
gennaio 1952, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954.
Grazie all'esistenza di tali accordi, nell'agosto del 1972 è stata avviata
la modifica della destinazione originaria dell'installazione, consentendo
la dislocazione della prima nave appoggio. Riguardo alla tipologia dei
sottomarini di stanza a Santo Stefano, essa era in origine quella tipica
del Gruppo Sommergibili della VI Flotta statunitense nel Mediterraneo:
battelli d'attacco della classe Los Angeles (SSN 688) e della classe Los
Angeles migliorata (SSN 6881), oltre a unità della classe Seawolf (SSN 21)
e Sturgeon. Per anni questi sottomarini hanno svolto un continuo
pattugliamento delle acque del mediterraneo con compiti di hunter killer
(operazioni di agguato e attacco di sommergibili avversari, soprattutto
sovietici). A bordo della nave appoggio venne istituito il comando del
Submarine Refit and Trainig Group, "con compiti di assistenza alle
navi e di correzione delle deficienze". Nell'ottobre del 1983 il
Submarine Refit venne sostituito dal Comando della 22a Squadriglia
Sommergibili comprendente "la nave appoggio sommergibili di base a
Santo Stefano e diversi sommergibili di attacco dislocati nel mediterraneo".
In concomitanza con questo avvicendamento di comando i sottomarini di
attacco furono dotati di missili Cruise Tomahawk. A partire dal 1990, dopo
la scomparsa dei sommergibili sovietici dal mediterraneo, si evolve la
mission di quelli Usa: dalle operazioni subacquee si passa a quelle
"contro terra" (rivolte cioè contro ciò che risiede in superficie, città e
insediamenti militari). Nell'ottobre del 1993 viene istituito il Naval
Support Activity (Nsa), che assegna una rilevanza sempre maggiore alla
base di Santo Stefano, modificandone la configurazione operativa ed
esaltando la unilateralità decisionale e operativa della presenza
statunitense. Se, infatti, l'originaria funzione di intercettazione e
contrasto antisommergibile poteva essere motivata dal controllo del comune
avversario sovietico (e dunque presupporre un cointeresse italiano), i
nuovi compiti appaiono avulsi da qualsiasi compartecipazione bilaterale,
rispondendo viceversa all'esclusivo interesse Usa. Un esempio di questo
mutato indirizzo unilaterale è la partecipazione dello Squadron
Submarin 22°, di stanza a Santo Stefano, all'ultimo conflitto in Iraq,
quando, con l'assistenza della nave-appoggio scaricò su Bagdad tutta la
sua dotazione di missili Cruise Tomahawk.
Informazione e tutela delle popolazioni
Alla
Maddalena i controlli della radioattività sono affidati, solo da qualche
anno, a tre reti di rilevamento - quella dei Vigili del Fuoco, dell'Ausl
di Sassari e della Marina Militare - ma le misure di prevenzione e di
emergenza nucleare che la normativa in vigore impone al Prefetto di
predisporre e divulgare sono largamente disattese. Il decreto legislativo
17 marzo 1995 n.230 " Attuazione alle direttive Euratom in materia di
radiazioni ionizzanti", che recepisce la normativa europea, impone infatti
che le popolazioni siano accuratamente informate delle situazioni di
rischio cui sono esposte "senza che le stesse ne debbano fare richiesta".
Stabilisce inoltre che le informazioni debbano essere "accessibili al
pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di
emergenza radiologica" (art.129). L'art.130 recita infine che "
Informazioni dettagliate sono rivolte a particolari gruppi di popolazione
in relazione alla loro attività, funzione e responsabilità nei riguardi
della collettività nonché al ruolo che eventualmente debbano assumere in
caso di emergenza". Dunque la legge impone che la popolazione debba
essere messa in condizioni di conoscere l'entità del rischio e i
comportamenti più idonei per affrontarlo efficacemente, attraverso un
sistema efficiente e affidabile di monitoraggio ambientale e sanitario e
un "Piano di prevenzione e di emergenza" appositamente predisposto.
Sarebbe necessario che i Comuni, la Provincia e la Regione si facessero
carico, oltre al Prefetto, di tale onere, dando vita - come suggerisce
opportunamente il Comitato "Gettiamo le basi" - a un "Polo per la
protezione civile".
Il pericolo maggiore deriva dai reattori nucleari o dagli armamenti?
In entrambi
i casi i pericoli sono enormi. Per quanto concerne i rischi connessi alla
propulsione nucleare, essi sono assimilabili in tutto e per tutto a quelli
delle centrali atomiche di terra. In genere un reattore di un sottomarino
ha una potenza inferiore rispetto a quella di una centrale ma è anche vero
che le misure di sicurezza sono decisamente inferiori. Su un sommergibile,
ad esempio, non è possibile montare schermature in cemento o calcestruzzo
adeguate e, in caso di incidente - che può avvenire in un porto come in
mare aperto -, non è possibile allestire delle procedure di limitazione
del danno. Se si verifica dispersione nel reattore gli effetti sono letali
e immediati per l'equipaggio a bordo e gravi e differiti nel tempo per
l'ambiente circostante, nel quale si disperdono gli isotopi radioattivi
contenuti all'interno del reattore, in genere con un tempo di decadimento
molto lungo (iodio 131 o cesio 137) e in grado di "fissarsi"
negli organismi viventi con danni genetici per molte generazioni. Se nel
reattore è contenuto plutonio i danni sono catastrofici: il tempo di
dimezzamento è di 24.000 anni e la dispersione di un chilo di plutonio
nell'ambiente è potenzialmente in grado di provocare 18 miliardi di cancri
al polmone. Chi pensasse che l'eventualità di un incidente nucleare in
mare sia assolutamente remota andrebbe purtroppo smentito. Nel rapporto
stilato da Greenpeace nel 1994 sono menzionati numerosi incidenti accaduti
negli anni scorsi e alcuni ci riguardano da vicino: nei fondali del
Mediterraneo giacciono, in seguito a un incidente aereo, due capsule
nucleari di cui non si conosce lo stato di conservazione; il 29 agosto
1959 si sfiorò la catastrofe nel porto di Napoli per l'incendio a bordo
del caccia Decour; il 22 settembre 1975 si scontrarono al largo della
Sicilia, nel corso di un'esercitazione, la portaerei J.F.Kennedy e
l'incrociatore Belknap, entrambi dotati di armamenti nucleari e si sfiorò
l'esplosione della santabarbara, tanto che fu lanciato l'allarme broken
arrow, il più grave in assoluto.Il disastro fu inoltre sfiorato il 15
aprile 1968 nel porto di Napoli, quando il sottomarino nucleare Scorpion
si scontrò con una chiatta riportando gravi danni. Rimase per una
settimana nel porto di Napoli per essere ispezionato e poche settimane
dopo, il 22 maggio 1968, esplose nell'Atlantico, al largo delle Azzorre.
Nel luglio del 2000, infine, un sottomarino americano ha avuto un'avaria
nel porto di La Spezia di cui è stata tenuta celata la natura.
Complessivamente, le tre flotte che pattugliano il Mediterraneo (Usa, Gran
Bretagna e Francia) hanno avuto negli ultimi anni rispettivamente 61, 16 e
12 incidenti.
Gli Usa raddoppiano: il progetto d'ampliamento della base di Santo
Stefano
L'11
novembre 2002 è stato sottoposto al parere del Comitato Misto Paritetico
Regionale sulle Servitù Militari (Co.Mi.Pa.) il progetto d'ampliamento
statunitense della base di Santo Stefano, mirante all'installazione di una
nuova base a terra, nella costa a levante di S.Stefano, prospiciente il
molo Nato utilizzato come punto di attracco della U.S. Navy. In questo
documento, per la prima volta, veniva definito "base" il complesso della
presenza statunitense sull'isola. Nella successiva versione del progetto
(23 luglio 2003), tuttavia, il termine "base" spariva, tornando a definire
"area" o "sito" il complesso degli insediamenti statunitensi sull'isola.
Questo occultamento ha una ragione,che consiste nel nascondere l'obiettivo
della costruzione ex novo di una nuova base (con infrastrutture per 52.000
metri cubi di cemento armato), spacciando i lavori in cantiere per
"semplici migliorie" del punto di approdo preesistente. Le motivazioni
ufficiali dei lavori parlano di "più adeguate condizioni abitative e
lavorative del personale di stanza e di passaggio", di "superamento
dell'obsolescenza e del deterioramento delle strutture", di "miglioramento
dell'aspetto esteriore dell'esistente con infrastrutture costruite in
armonia con i canoni estetici indicati dalle leggi urbanistiche della
Regione sardegna.
altremappe - Gennaio 2004
CERCASI POLIGONO... preferibilmente in Sardegna
La Marina di Guerra degli Stati Uniti, espulsa a furor di popolo dal
Porto Rico, ha traslocato a Capo Teulada.
Questo il documento prodotto dal comitato sardo 'GETTIAMO LE BASI' nel
2002, appena la notizia del trasferimento ha iniziato a circolare.
Dal 2003 la US Navy ha invaso anche questo angolo di Sardegna
La potente Marina di Guerra degli Stati Uniti sta per essere
definitivamente cacciata anche dalle sue basi dell'isola di Vieques in
Porto Rico. La popolazione che pacificamente occupa il poligono ponendosi
come scudo umano a protezione dell'isola, impedisce da anni il regolare
svolgimento delle esercitazioni militari. Intimidazioni, arresti di massa,
tentativi di comprare il consenso a suon di dollari sono naufragati.
Secondo stime della Marina i costi per la "protezione del poligono" dalla
disobbedienza civile ammonterebbero a 11 milioni di dollari all'anno, 22
miliardi delle vecchie lire.
La forte lotta di popolo ha portato all'emanazione delle Direttive
Presidenziali del 31/1/ 00, impartite da Clinton e ribadite da Bush, In
base alla valutazione che le relazioni tra militari e popolazione nel
corso degli anni sono divenute sempre più tumultuose al punto da
pregiudicare il futuro per la base, s'impone alla Marina di trovare luoghi
alternativi e avviare immediatamente la smilitarizzazione e la
decontaminazione di Vieques fissando come termine ultimo il maggio 2003
(una parte delle aree è già stata smantellata nei tempi previsti).
Transitoriamente, si stabiliscono varie limitazioni, ad esempio: riduzione
significativa dei giorni di esercitazione; monitoraggio di rumori e
vibrazioni; riduzione del 50% degli esplosivi; divieto di esercitazioni a
fuoco, cioè con munizionamento attivo, esplosivo vero, come quelle che si
svolgono in Sardegna.
La US Navy, costretta negli anni '70 dalla resistenza popolare ad
abbandonare la base della vicina isoletta di Culebra, gioca tutte le sue
carte per evitare il ripetersi dell'umiliante esperienza, non demorde nei
tentativi di aggirare ed eludere le disposizioni della Presidenza e del
Dipartimento della Difesa per permanere in pieno possesso della "base
unica e insostituibile", il gioiello della corona incastonato
nell'arcipelago portoricano, "regione di gran valore strategico". La Nato,
abituale ospite pagante del poligono caraibico, conferma che anche per le
forze armate dell'Europa Vieques "è stata e continua ad essere l'area di
tiro a fuoco vivo di primario utilizzo (...) con un ruolo chiave molto
significativo (..) senza rivali tra tutte le altre facility". Lo studio
del 15/8/1999 commissionato dalla Marina al Centro di Analisi Navale
(CAN), "The national security need for Vieques: a study for the Secretary
of the Navy", noto come rapporto Fallon/Pace, ribadisce che non esiste l
uogo in cui possa effettuarsi il complesso di operazioni svolte a Vieques
se non a costo di un "significativo degrado (..) della preparazione e
della disponibilità combattiva"; prospetta l'ipotesi di scindere l'insieme
delle attività dislocando i vari tipi di esercitazione in una pluralità di
basi militari.
Un secondo rapporto del CAN - agosto 2000, "Alternatives to Vieques, CRM D
0001052.A2" - analizza le opzioni più favorevoli alla Navy e prende in
esame, in funzione del tipo di esercitazione, i diversi poligoni in cui la
Seconda Flotta potrebbe svolgere i suoi svariati giochi di guerra. Tra le
poche alternative individua:
* POLIGONO di CAPO TEULADA, si presta ad essere utilizzato per due tipi di
attività.
1 Esercitazi NSFS (Naval Surface Fire Support) Fuoco Navale di Superficie,
bombardamento mare-terra.
Il poligono scozzese di CAPO WRATH, indicato tra le scelte possibili, è
sconsigliato a causa delle forti azioni di protesta degli ambientalisti di
tutto il Regno Unito.
2 Esercizi SACEX (Supporting Arms Coordination Exercises), assalto anfibio
appoggiato da bombardamenti aerei, navali e terrestri con uso di munizioni
attive.
I due tipi di esercitazione potrebbero svolgersi anche nella base cubana
di GUANTANAMO, però la scelta è sconsigliata dalla ristrettezza fisica
della base e, soprattutto, a causa delle reazioni negative del Governo
cubano che troverebbero l'appoggio di vari governi e dell'opinione
pubblica internazionale.
* BASI del MAR MEDITERRANEO - imprecisate nel rapporto CAN - potrebbero
ospitare i
Joint Task Force Exercises (JTFEX), esercitazioni in grande scala con la
partecipazione di un numerose forze impegnate in operazioni diverse in
diversi "scenari reali di guerra" come, ad esempio, quelli recentemente
costruiti a Capo Teulada. Necessitano di poligoni con disponibilità di
aree di esercitazione diverse nello stesso tempo, vicinanza agli aeroporti
per l'appoggio logistico, ampi spazi aerei e marittimi. Non si può evitare
di notare che Quirra e Teulada sono i poligoni terrestri, aerei e navali
più vasti d'Europa, quasi senza "concorrenza". La base area Decimo-Capo
Frasca non è distante, inoltre, è in progetto la costruzione di un
aeroporto dentro o nell'area adiacente il poligono sulcitano,
"naturalmente" destinato all'intenso andirivieni di residenti e turisti.
Il rapporto raccomanda un utilizzo abituale, anche se non sempre
conveniente, delle basi deI MAR MEDITERRANEO in modo che le popolazioni e
i governi dell'Europa lo percepiscano come qualcosa di "normale" e non
come soluzione di ripiego al problema interno dell'abbandono coatto della
base portoricana.
* BASI MILITARI IN TERRITORIO USA (Costa Est: Florida, Virginia, Nord
Carolina...)
E' indicato come il male minore, il meno peggio. Questa alternativa è
palesemente incompatibile con la scadenza del maggio 2003 come termine
ultimo imposto alla Marina per abbandonare la base di Vieques. Infatti, la
legge statunitense predispone obbligatoriamente una dichiarazione
d'impatto ambientale, tre anni è il tempo medio per l'espletamento della
pratica. Inoltre, una volta ottenuto il nullaosta, sono necessari
ulteriori cinque-sei anni per concludere l'iter di messa in funzione del
poligono.
Il rapporto sottolinea che in qualsiasi luogo in cui si pianifichino
esercitazioni a fuoco si scatenerebbe l'opposizione dei residenti dato
l'impatto negativo per l'ambiente naturale dal punto di vista della
conservazione di flora, fauna ed ecosistemi, inoltre, valuta che nella
Costa Est la difesa della cittadinanza dell'uso del suo territorio per
fini civili e non militari sarebbe particolarmente accentuata, di
conseguenza, sollecita la Marina a cercare attentamente una soluzione al
problema di come convincere la popolazione che l'uso migliore che può
essere fatto dei loro territori sia quello di adibirli ad area di tiro.
Il rapporto raccomanda che nella scelta dei poligoni si tenga conto dei
vari fattori negativi:
- effetti prodotti dalla contaminazione di acqua, aria e suolo e i rischi
per la salute dei residenti e delle future generazioni;
- rumori e vibrazioni causate;
- presenza di siti storico-archeologici o d'importanza culturale.
********
Appare superfluo notare che i fattori che sconsigliano l'uso di un'aerea
per fini militari meritano di essere presi in considerazione solo per i
poligoni in territorio Usa e hanno rilevanza zero se mettono in
discussione la permanenza militare e gli effetti prodotti in 50 anni di
perenni esercitazioni Usa-Nato a Vieques o in Sardegna. I limiti, imposti
nel territorio statunitense alle devastanti attività delle Forze Armate,
cessano in territorio extrametropolitano.
I vari Governi italiani, sempre smaniosi d'importare e copiare qualsiasi
modello a stelle e strisce, stanno ben attenti ad evitare l'introduzione
nel nostro sistema dell'obbligatorietà della valutazione d'impatto
ambientale delle basi militari. Il monitoraggio ambientale, oggetto di
eterne promesse, non arriva mai. Le indagini sanitarie, strappate dopo
l'emergere dei drammi nella zona del poligono della morte-Salto di Quirra,
si sono tradotte in una farsa oscena, un insulto all'intelligenza del
popolo sardo, un macabro riconoscimento del "diritto" delle Forze Armate
di sterminare una comunità per cancro e alterazioni genetiche.
Comitato sardo GETTIAMO le BASI
2002
La propulsione nucleare navale
Intervento di Francesco Iannuzzelli
francesco@href.org
Associazione PeaceLink
18/11/2000 - Conferenza sul rischio nucleare organizzata dall'Associazione
per la Pace in collaborazione con Peace Boat
L'uso dell'energia nucleare in ambito militare non si è limitato nel corso
degli anni alla produzione di armamenti di potenza devastante, che tuttora
insidiano il mondo; l'energia nucleare è stata utilizzata anche per scopi
meno distruttivi ma comunque notevolmente pericolosi come la propulsione
di navi e sottomarini. Il pericolo consiste nel fatto che, come vedremo,
l'uso dell'energia atomica in ambito militare non viene fatto seguendo i
criteri di sicurezza e precauzione applicati nel campo civile, con
conseguenti gravi rischi per la popolazione e per l'ambiente.
Senza entrare nel merito della validità del nucleare come fonte di
energia, anche i suoi fautori concordano sulla necessità di applicare
tutte le misure necessarie a proteggere quanto più possibile l'ambiente e
le persone.
Nel caso specifico della Marina, l'energia nucleare viene utilizzata come
sistema di propulsione, però solo le navi e i sottomarini militari ne sono
dotati, mentre nel civile questa possibilità è stata utilizzata solo in
rarissimi casi (alcuni rompighiaccio russi e qualche sottomarino a scopo
scientifico/oceanografico).
Quali
sono i vantaggi della propulsione nucleare?
Fondamentalmente una prolungata autonomia e nel caso dei sottomarini la
possibilità di restare per lungo tempo sommersi; ciò era particolarmente
importante ai tempi della guerra fredda, perché i sottomarini nucleari
potevano così garantire una presenza tattica e strategica altrimenti
impossibile con i sottomarini a propulsione convenzionale (diesel).
Gli svantaggi però sono notevoli e spiegano l'assenza di propulsione
nucleare nella marina civile.
Innanzitutto gli alti costi di progettazione e di produzione. Si pensi a
un programma recente, la produzione di 4 sottomarini nucleari balistici
inglesi della classe Vanguard, che sono costati in tutto oltre 40.000 mld
di lire. Poi c'e' il problema della gestione delle scorie e del reattore
una volta decommissionata l'unità. Anche solo sotterrare un reattore (non
è una bella idea ma certo migliore dei russi che ne hanno buttati molti in
mare) costa di suo 30 mld di lire.
Il secondo rilevante svantaggio della propulsione nucleare marina è la
sicurezza, ovvero il garantire che non vi siano rischi ambientali dovuti
all'emissione di radioattività o ad eventuali incidenti.
Purtroppo però ambedue gli svantaggi vengono fortemente ridimensionati in
campo militare, dove non mancano i soldi e dove la sicurezza è subordinata
ad altri interessi.
Per questi motivi dal 1953 sono stati prodotti centinaia di sottomarini
nucleari e oggi ci ritroviamo con circa 150 sottomarini in giro per il
mondo, svariati incidenti avvenuti, catastrofi evitate per un pelo,
inquinamento radioattivo presente nei porti e nei mari dove transitano.
L'insicurezza intrinseca e i possibili incidenti
Per sicurezza intendiamo l'applicazione di tutti quei sistemi tecnologici
in grado di prevenire o rimediare ai possibili problemi che possono
insorgere durante il funzionamento del reattore nucleare e che possono
provocare gravi ripercussioni sulle persone e sull'ambiente.
In campo civile esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza
obbligatori, però su un sottomarino tutto questo non è fisicamente
possibile, per ragioni di spazio e di funzionalità.
Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori nucleari che non
otterrebbero la licenza in nessuno dei paesi che utilizzano l'energia
atomica, circolano invece liberamente nei mari.
Inoltre questi sottomarini affrontano condizioni operative pericolose per
via del loro impiego militare anche in tempo di pace (esercitazioni,
pattugliamento ecc ecc ) che possono comportare altri incidenti
(esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale) dalle conseguenze
catastrofiche per l'impianto nucleare a bordo.
Brevi
cenni sul funzionamento del reattore di un sottomarino
Un reattore nucleare è un sistema notevolmente complesso che si basa sulla
reazione a catena innescata dalla fissione di atomi di uranio in seguito
al bombardamento di neutroni.
L'uranio rompendosi genera altri neutroni che contribuiscono a propagare
la reazione (per l'appunto a catena). Il grande calore che si sviluppa,
sia per la rottura dell'atomo di uranio che per l'urto con i neutroni in
circolo, viene poi convogliato tramite liquido a dei generatori di vapore
a sua volta convertito in corrente elettrica.
Il tutto funziona senza scambio di gas con l'atmosfera, e per questo
possono essere usati sott'acqua.
Nei reattori dei sottomarini il liquido che trasporta il calore è l'acqua
e per questo vengono chiamati reattori ad acqua pressurizzata (PWR).
L'acqua raggiunge temperature altissime (oltre 300 gradi) e per impedirne
l'evaporazione viene mantenuta ad alta pressione (155 bar) da un
pressurizzatore. Il circuito di raffreddamento primario è un anello di
tubature molto resistenti (per via dell'alta pressione) che trasporta
l'acqua dal nocciolo del reattore all'esterno, contribuendo sia alla
trasmissione dell'energia che al raffreddamento del nocciolo del reattore.
La reazione nucleare deve essere controllata altrimenti, essendo a catena,
potrebbe innescare un'esplosione o la fusione del combustibile (il
nocciolo del reattore).
Il controllo avviene mediante l'inserimento di alcune barre di controllo
che catturano i neutroni e impediscono che alimentino ulteriormente la
reazione. L'inserimento totale delle barre porta allo spegnimento del
reattore.
Il combustibile nucleare è uranio arricchito (U235) che viene sostituito
ogni 7-8 anni (invece che 18 mesi come i reattori commerciali).
Rischi
di incidenti
Tutto questo sistema così complesso può subire vari tipi di incidenti.
Il surriscaldamento del nocciolo (dovuto a un errato controllo con le
barre o al mancato funzionamento del circuito di raffreddamento) comporta
un danno del nocciolo che renderà meno efficace il reattore e una
contaminazione dell'acqua di raffreddamento che poi dovrà essere in
qualche modo gestita. Lo stesso reattore diventa poi problematico da
gestire una volta ultimato l'uso, al punto che spesso sono stati scartati
(sottoterra o sottacqua) perché era troppo costoso o rischioso rimuovere
il combustibile dal reattore spento.
Un eccessivo surriscaldamento del nocciolo può portare all'esplosione del
reattore o alla fusione del nocciolo; ambedue questi scenari sono
catastrofici perché comporterebbero la diffusione di alti livelli di
radioattività nell'ambiente circostante.
L'avaria all'impianto di raffreddamento (LOCA Loss of Cooling Accident) è
un incidente pericoloso perché appunto può generare quanto sopra (il
surriscaldamento del reattore) ed è difficile da gestire per via dell'alta
pressione dell'acqua nel circuito primario. Per questo nei reattori
commerciali di norma viene previsto un sistema di raffreddamento di
emergenza (ECCS) che però non può esser implementato nei sottomarini.
Un esempio tra i tanti: il sottomarino nucleare d'attacco britannico HMS
Tireless il 12 maggio scorso, mentre era al largo della Sicilia, ha subito
proprio un LOCA, ha spento il reattore e si è diretto verso Gibilterra
(pare che abbia chiesto di entrare in un porto italiano ma che ciò gli sia
stato negato). Non è stato reso noto nei dettagli quello che è successo,
però il fatto che il Tireless venga mantenuto a Gibilterra, provocando
proteste da parte della popolazione e una mezza crisi diplomatica con la
Spagna, fa pensare che il reattore sia rimasto fortemente danneggiato e
che sia impossibile sia ripararlo in loco che trasportarlo in Gran
Bretagna.
Il LOCA è stimato dal MoD britannico con una probabilità di 1 su 10.000
anni di funzionamento del reattore; sembrerebbe più Luckless che Tireless...
se non fosse che questo difetto è stato riscontrato su tutti i sottomarini
delle calassi Trafalgar e Swiftsure.
Quindi non è questione di sfortuna, è che gli errori di progettazione
sommati alla mancanza di sistemi di emergenza e all'operatività critica,
rendo questi reattori delle potenziali bombe ambientali.
Gli incidenti verificatisi in questi anni sono tanti, se dovessimo
raccontarli tutti facciamo notte... .
Al momento 6 sottomarini nucleari sono in fondo al mare, 2 statunitensi e
4 russi .
Lo statunitense Tresher per cedimento strutturale mentre l'altro (Scorpion)
per motivi ignoti.
Un russo (K219) è affondato per l'esplosione di un siluro, altri 2 (K8 e
K278) per incendi a bordo, l'ultimo russo (K141 Kursk) per motivi ignoti.
Un altro sottomarino nucleare russo (K27) aveva il reattore danneggiato e
impossibile da gestire per cui è stato intenzionalmente affondato nel mare
di Kara.
Ricordiamo che i sottomarini in genere sono progettati per resistere alla
pressione del mare non oltre i 500 metri di profondità, quindi possiamo
immaginare cosa succede se un sottomarino affonda e finisce a profondità
maggiori.
In alcuni casi i sottomarini trasportavano testate nucleari; in tutti i
casi "si dice" che il reattore è stato spento in tempo e fino in fondo
Occorre a onor del vero raccontare che in alcuni incidenti vari marinai
russi hanno sacrificato la propria vita per spingere manualmente le barre
di controllo fino in fondo e assicurare lo stop del reattore
Questi appena elencati sono i casi eclatanti, ma sono molti di più gli
incidenti noti che pur senza provocare l'affondamento del sottomarino
hanno però provocato una diffusione di radioattività.
L'incoscienza militare
Come se ciò non bastasse, la sicurezza operativa delle navi a propulsione
nucleare è secondaria ad altre ragioni, strategiche, di produzione e di
presenza della flotta. Proprio questa secondarietà della sicurezza
rispetto agli interessi militari rappresenta l'aspetto più inquietante e
preoccupante.
Alexander Nikitin è un ex ufficiale della marina militare russa che ha
fornito molte informazioni sulla produzione dei sottomarini nucleari russi
e su come questa fosse condizionata dalle pressanti richieste dei
militari; pur di far fronte ai tempi di consegna non venivano svolti i
necessari controlli, sia al termine della produzione che durante la
manutenzione.
Specifichiamo che tutto questo succedeva ai tempi della guerra fredda e
non solo ora che l'economia russa è in notevole difficoltà e di
conseguenza la marina militare ha subito fortissimi tagli.
Viene da chiedersi perché non dovrebbe essere così anche in occidente.
C'e' forse più consapevolezza dei rischi ambientali nei militari
occidentali che in quelli russi?
Ce lo auguriamo, però la storia sembra indicarci che i militari sono tali
e quali, sia di qua che di là; gli incidenti dovuti a irresponsabilità
(come lo Scorpion i cui problemi erano noti o come il recentissimo
Tireless, della cui classe da tempo si denunciava i possibili problemi al
circuito primario) e gli atti intenzionalmente lesivi dell'ambiente e
delle popolazioni (si pensi all'uso dell'uranio impoverito da parte della
Nato). L'elenco potrebbe diventare lunghissimo se andiamo a vedere tutti i
vari campi di attività militare.
Allora forse il fatto che in Russia siano emerse queste allarmanti verità
sull'uso del nucleare in ambito militare è solo per la particolare
situazione in cui si trova la Russia oggi, allo sbando e con l'apparato
militare che non è (fortunatamente) più in grado di nascondere
l'informazione a riguardo; Nikitin stesso è stato sottoposto a pressioni e
processi, dai quali solo recentemente è stato assolto però è innegabile
che ora in Russia si parla molto di più di questi temi rispetto al
passato.
Qui in occidente probabilmente viviamo gli stessi pericoli, ma la
segretezza militare fa sì che di tutto questo non si sappia niente.
I porti
in Italia
Il Mediterraneo è da sempre luogo di passaggio anche per la navi militari;
negli ultimi anni poi gli eventi nei Balcani hanno ulteriormente aumentato
la presenza della varie marine militari a volte impegnate in vere e
proprie operazioni da guerra
Ogni 6 mesi la flotta atlantica statunitense prevede lo schieramento di un
gruppo di battaglia nel Mediterraneo, comprensivo di una portaerei, due
sottomarini e altre navi da guerra. La portaerei e i sottomarini sono a
propulsione nucleare e molto spesso transitano anche nei porti italiani,
che per posizione e per motivi operativi sono frequentemente visitati.
Inoltre nei mari italiani si svolgono spesso esercitazione che coinvolgono
tutte le navi da guerra della Nato in quel momento nel Mediterraneo.
Non è possibile conoscere con precisione i dettagli dei passaggi delle
navi e dei sottomarini perché coperti da segreto militare; però sfogliando
il sito della US Navy, leggendo i vari bollettini e altre informazioni
tutte disponibili su internet siamo riusciti a ricostruire una parte dei
passaggi che è già di per sé significativa.
L'Italia ha concesso 11 porti per l'ingresso di navi a propulsione
nucleare[1]; di questi i più visitati sono due: La Maddalena e, per
l'appunto, Napoli.
La Maddalena ha particolare importanza in quanto vi è dislocata
permanentemente una nave in grado di effettuare riparazioni e manutenzione
(anche all'impianto nucleare) ai sottomarini USA. Napoli invece sembra
essere molto gradita per l'aspetto turistico.
I piani
di emergenza
Come conseguenza alla concessione dei porti militari per il transito di
navi a propulsione nucleare, sono stati approntati dalla marina militare
italiana dei piani di emergenza che dovrebbero prevedere tutte le modalità
operative nel caso dei vari tipi di incidenti possibile.
Sarebbe opportuno che questi piani venissero diffusi preventivamente alla
popolazione, almeno parzialmente per quanto riguarda le misure
organizzative che non possono certo essere attuate immediatamente, ma
purtroppo questi piani sono stati classificati e così ci si trova nella
palese contraddizione tra la volontà militare di mantenere il segreto su
cosa succede realmente nei porti e nei mari italiani, e la necessità
(stabilita dalla legge) di informazione per la sicurezza della popolazione
e dell'ambiente.
Viene spontaneo chiedersi a che servono i militari .... se, secondo la
Costituzione, la difesa della patria è il loro compito principale e per
patria non si intendono solo i confini ma anche la popolazione che ci vive
dentro, com'è che non diffondono intenzionalmente le informazioni
necessarie a garantire questa difesa della gente e dell'ambiente?
Intanto dalle poche pagine dei piani di emergenza che sono state diffuse,
a La Spezia occasionalmente e a Taranto su richiesta di PeaceLink, siamo
venuti a conoscenza di scenari apocalittici ma sui quali le autorità
competenti non sono informate (e quindi diventano incompetenti) e per di
più alcune misure previste nel piano sembrerebbero inadeguate.
La situazione è quindi parecchio sconfortante: sottostima dei reali
rischi, militari preoccupati solo di nascondere, disinformazione,
violazioni della legge, autorità non competenti.
La
misurazione dell’inquinamento
Per completare il quadro sconfortante restano da valutare gli effetti di
questo andirivieni di sottomarini nucleari. Indipendentemente dai
possibili incidenti, il sistema di propulsione dei sottomarini rilascia
nel mare dei radionuclidi che aumentano col tempo e sono rilevabili sia
nell'acqua che nei sedimenti marini.
Il valore della loro presenza è spesso ritenuto "al di sotto della
soglia". E' però ben difficile stabilire una soglia al di sotto della
quale ci si può ritenere tranquilli ma soprattutto non è la presenza
puntuale di radionuclidi in un ambito che è pericolosa. La complessità
dell'ecosistema marino e costiero, unità alla varietà dell'alimentazione e
della vita umana, rendono molto difficile valutare gli effetti molteplici
che si hanno sulla salute dell'essere umano, sia perché si tratta di un
insieme enormemente complesso sia perché l'ambito temporale è notevole e
purtroppo gioca tutto a favore dell'inquinamento radioattivo (i
radionuclidi hanno tutti tempi molto lunghi di dimezzamento, ovvero di
perdita delle proprietà radioattive). Purtroppo non mancano i casi in
campo militare di clamorose sottovalutazioni degli effetti ambientali
delle operazioni militari, con gravi rischi sia per la popolazione che per
i militari stessi. Si pensi alla sindrome del golfo e a quanto sta
succedendo del Kosovo bombardato con uranio impoverito.
In merito alla misurazione dell'inquinamento, occorre segnalare una grave
carenza metodologica.
L'approccio alla valutazione del rischio ambientale resta fortemente
riduzionista, basandosi solo sulla presenza dei radionuclidi nell'acqua o
nei sedimenti.
In realtà si potrebbe avere una valida analisi della situazione ambientale
utilizzando dei bioindicatori, ovvero organismi presenti in ambito marino
o anche terrestre e che assorbendo i radionuclidi per varie vie possono
rappresentare un valido segnale per comprendere come i radionuclidi
arrivano poi all'organismo umano.
Purtroppo però, nonostante questo aspetto sia stato segnalato da tempo[2],
sembra persistere una volontà di tranquillizzare la popolazione evitando
la diffusione di notizie allarmanti e l'applicazione di metodi efficaci
per valutare l'inquinamento.
La
situazione a Napoli
Napoli come abbiamo detto è un punto di passaggio "turistico" e quindi non
è esposta ai medesimi rischi di porti dove invece vengono effettuate le
operazioni di manutenzione dei sottomarini.
Non può però ritenersi completamente sicura, sia perché gli eventuali
incidenti sono imprevedibili e potrebbero capitare anche a un sottomarino
ormeggiato nel porto di Napoli (è già successo nel 1968 allo Scorpion,
affondato poi dopo pochi giorni), sia perché in ogni caso, di fronte a
situazioni di estrema urgenza, il porto di Napoli potrebbe essere
utilizzato lo stesso anche se non attrezzato per ospitare un sottomarino
in avaria.
L'incidente al Tireless anche in questo caso rappresenta un esempio
eclatante.
La Royal Navy britannica divide i porti in due categorie (X e Z)
rispettivamente quelli per transito e quelli per manutenzione; di fronte
però all'emergenza del Tireless ne ha consentito l'attracco in un porto di
tipo X (Gibilterra ) trovandosi ora nell'impossibilità di operare sul
sottomarino e esponendo a gravi rischi la popolazione locale.
Cio' che e' successo a Gibilterra potrebbe succedere a Napoli o a qualche
altro porto italiano.
Nell'ambito delle rilevazioni dell'inquinamento che dovrebbero esssere
effettuate dagli enti preposti osserviamo una grave carenza. Come
evidenziato nei grafici allegati, a Napoli (o più in genere nel Meridione,
visto che anche Taranto ha una situazione simile) da tempo non vengono
effettuate analisi nonostante i valori fossero significativi e
richiedessero ulteriori approfondimenti.
Che
fare?
Approfittiamo quindi di questa occasione partenopea del convegno sul
nucleare per lanciare qualche proposta pratica.
Così come è stato fatto in altri porti italiani, sarebbe opportuno
presentare anche a Napoli la richiesta di visione del piano di emergenza,
così come previsto dalla legge.
Si tratta di un diritto dei cittadini che viene tuttora ostacolato o
negato dai prefetti di varie città in nome del segreto militare, ma è
importante mantenere alta la pressione sulle istituzioni per spingerle a
chiarire (se necessario in sede parlamentare) questa situazione di cui
abbiamo già mostrato la grave contraddizione.
Un altro diritto dei cittadini napoletani che viene tuttora ignorato
sarebbe quello di essere informati sulla presenza di navi a propulsione
nucleare nel porto.
Si tratta di una misura prevista dai piani di emergenza ma che non viene
attuata in nome di una segretezza contraddittoria e per di più anche fuori
luogo visto che, a quanto ci risulta, non siamo in stato di guerra e non
si vede cosa ci sia di così importante da nascondere.
Allo stesso tempo è assai importante operare i necessari controlli
sull'inquinamento ambientale: indipendentemente dal fatto che transitino
sottomarini nucleari, è fondamentale che la cittadinanza napoletana sappia
lo stato del proprio ambiente.
In tutti queste possibile attività PeaceLink è disponibile a fornire tutto
il supporto necessario sia come informazione che come consulenza tecnica
grazie alla equipe di esperti che si è costituita in occasione di questa
campagna.
L'obiettivo finale è chiaro: arrivare a impedire il permesso di ingresso a
questi sottomarini così pericolosi. Abbiamo un esempio forte, che ci viene
proprio dal Giappone, dalla città di Kobe, che per prima ha sancito il
diritto di negare l'ingresso a navi a propulsione nucleare e a navi
militari che non dichiarino di non trasportare di armamenti atomici.
Non a caso questo esempio ci viene dal paese che ha drammaticamente
sperimentato gli effetti più terrificanti degli armamenti nucleari.
--------------------------------------------------------------------------------
[1]
Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena,
La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto e Trieste (17/2/2000 - Risposta del
Sottosegretario Rivera all'interrogazione parlamentare Bertinotti/Nardini):
secondo altre fonti anche Venezia andrebbe aggiunta a questo elenco.
[2] Si veda
di recente l'articolo del Prof. Cristaldi in "Contro le nuove guerre",
Odradek 2000
Augusto Zedda |