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Don Vico Di Claudio Ronchi
Il suo predecessore don Michele Mamia Addis, amico di
Garibaldi, era basso, grassoccio e portava lo schioppo. Don Antonio Vico era
invece piuttosto alto, robusto e sapeva usare, all'occorrenza, le mani. Di lui
abbiamo due autorevoli giudizi, in parte contraddittori. Uno di Padre Manzella
il quale, forse con eccessiva severità, lo definì, "Di carattere
perfettamente inerte anche se buono". L'altro di monsignor Capula che lo
ricorda invece come Uomo di poca cultura ma di grande coraggio".
Considerato il periodo storico de generale anticlericalismo
e la particolare situazione maddalenina, si ha l'impressione che don Vico si sia
trovato a dover affrontare e gestire avvenimenti e situazioni assai complesse,
forse più grandi di lui. Spesso isolato fece onestamente e con impegno la sua
parte. Per il resto si affidò alla Provvidenza: e questa più volte gli venne
in soccorso.
Nato nel 1854 a Calangianus, Antonio Vico fece i pochi studi
a Tempio ove venne ordinato sacerdote dal vescovo Filippo Campus nel 1877. A La
Maddalena "preti Antò" giunse nel marzo del 1881, con l'incarico di
pro parroco in sostituzione di "preti isulanu" Silvestro Zicavo,
deceduto pochi mesi prima. Il parroco cavalier Mamia, già anziano e quasi
cieco, morì pochi anni dopo. L'isola in quegli anni era ancora un villaggio di
mare che non superava le 2.000 anime, abbastanza "devote e timorose di
Dio".
La presenza di alcune navi militari e soprattutto di
Garibaldi a Caprera la vivacizzano un tantino. Nel 1890 don Vico fu denunciato e
processato davanti al pretore di La Maddalena, per "disprezzo delle leggi
dello Stato, per non aver ammesso a fungere da padrino una persona sposata solo
civilmente. Mai però Antonio Vico avrebbe immaginato, in quei primi anni di
permanenza, che di li a poco tempo e quasi improvvisamente, in seguito alla
costituzione della piazzaforte militare (1887), la popolazione si sarebbe
quintuplicata e che si sarebbe trovato a dover fronteggiare non solo i problemi
sociali di una piccola cittadina militare, operaia ed impiegatizia ma anche
quelli derivanti da una forte presenza della massoneria, della chiesa
protestante, di consistenti gruppi anarchici e socialisti.
La storia (o la provvidenza) gli mandò in soccorso
monsignor Parodi, vescovo di Sassari, il già citato padre Manzella, suo Fior e
soprattutto suor Gotteland.
Con la potente loggia massonica costituita da Garibaldi nel
1872, che contava circa 150 iscritti e molti simpatizzanti, don Vico, come il
predecessore, cercò di convivere cercando di arginare gli effetti. Se Mamia
allacciò rapporti con lo stesso Garibaldi, don Vico lo fece con i maggiorenti
del paese, quasi tutti massoni, come il dottor Regnoli, facoltoso farmacista.
Ciononostante le polemiche furono arroventate e duri gli scontri, anche fisici.
Vico che spesso dal pulpito polemizzava duramente e senza mezzi termini, più
volte si trovò la porta di casa imbrattata di sterco.
Avvenne pure che un gruppo di giovinastri un giorno
volessero introdurre in chiesa per scherno, un asinello. Vico sul portone mostrò
i muscoli e questi desistettero. Peggio andò un'altra volta. Venuto a diverbio
per strada reagì con le mani. Era solo e a stento riuscì a fuggire
barricandosi in chiesa.
Notevoli difficoltà incontrò anche nelle cave di granito
di Cala Francese, popolata da alcune centinaia di scalpellini in gran parte
anarchici e socialisti. L'accesso alla cava fu per lui molto difficile e le sue
iniziative e le sue parole si persero spesso nell'indifferenza se non
nell'ostilità. Altro problema furono i Protestanti che già nel 1899 avevano
aperto la chiesa e dai primi del secolo avevano un pastore residente.
Organizzavano conferenze su i più svariati temi, alle quali partecipavano
centinaia di persone, spesso gli stessi sindaci e l'alta ufficialità militare.
Don Vico (cappellano della colonia penale della Disciplina)
si rendeva conto della necessità di una più forte presenza cattolica nel
popoloso quartiere operaio di Moneta. La chiesa fu costruita nel 1908 grazie al
forte interessamento di padre Manzella, al contributo personale dell'Arcivescovo
di Sassari Parodi e alla raccolta di fondi da Vico organizzata. Padre Manzella
venne più volte in missione a La Maddalena e d'accordo con monsignor Parodi,
gettò le basi per una stabile presenza religiosa femminile che coadiuvasse il
parroco nella difficile e non sempre efficace azione pastorale. L'iniziativa fu
assai e lungamente avversata dalla massoneria e dal sindaco Alibertini. Le prime
suore approdarono alla banchina di Cala Gavetta nel 1903. Superiora fu suor
Teresa Fior, figlia di ricchi industriali friulani. A lei succedette suor Maria
Elisa Gotteland, di antica famiglia piemontese, ricca di censo e nobiltà,
imparentata con i Savoia. Donna colta, di forte personalità e con buoni
contatti con gli ambienti che allora contavano, suor Gotteland in pochi anni
trasformò il convento non solo in una rispettata, temuta e socialmente utile
istituzione religiosa ma anche e soprattutto in una poderosa macchina culturale.
Con lei ci fu una svolta quasi epocale della presenza cattolica a La Maddalena.
"Queste suore" -
scrisse nel 1911 il pastore evangelico Clerico - "Con
le loro istituzioni hanno ottenuto un predominio su tutta la popolazione,
liberali e massoni compresi. Sono aiutate da tutte le autorità militari,
marittime e civili...Di recente una figlia di Ricciotti Garibaldi, protestante
come la madre e le sorelle, incominciò a frequentare l'Istituto delle suore per
apprendere la musica.". Don Vico che nel 1894 era stato nominato
cavaliere, nel 1900 parroco perpetuo e poi canonico, non potè sentirsi che
sollevato dalla nuova situazione.
Di buon carattere, con la battuta in gallurese, pronta e
simpatica,"U Vicariu" aveva una bella voce baritonale. Lo accompagnava
all'organo certo Andrea Olivieri, detto Bazzò, custode del cimitero. Aveva come
sagrestano il padovano Antonio Borgognon, venuto anni addietro a La Maddalena
per lavorare nelle batterie militari. Il buon Antonio fungeva da segretario,
attendente, guardia del corpo e coltivava una vignetta che il parroco possedeva
in località "Cardaliò". Colpito da un tumore all'occhio destro che
ne deformò il viso, il canonico Antonio Vico morì in una stanza dell'albergo
Ilva il 23 settembre 1933. Aveva 79 anni. Ad impartirgli l'estrema unzione fu il
giovane vice parroco Salvatore Capula. Sulla sua tomba con effige in marmo si
trova scritto: "Canonico Vico cav. Antonio. Pastore buono vigile e Zelante.
per oltre cinquant'anni prodigò il suo ministero sacerdotale per il bene
religioso e civile di quest'isola.
Tratto dal mensile "Lo Scoglio". ottobre 1988 |
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