|
Garibaldi massone Garibaldi fu forse il
massone italiano dell’Ottocento più noto e autorevole. Dobbiamo considerare
la sua adesione alla massoneria alla stessa stregua di quella che egli fornì
a innumerevoli associazioni politiche o di mutuo soccorso, talvolta di
orientamento assai diverso, di cui accettò la presidenza onoraria? Oppure
essa rappresentò per lui qualcosa di diverso, una scelta più vincolante e
impegnativa, che egli maturò a metà della sua esistenza e mantenne in modo
consapevole fino alla morte? Gli elementi a nostra disposizione ci inducono
a propendere per la seconda ipotesi. Per Garibaldi, specie dopo il 1860, la
massoneria, sfrondata degli orpelli esoterici e rituali che egli dimostrò di
non tenere in grande considerazione, fu un luogo di aggregazione e uno
strumento organizzativo del quale cercò a più riprese di avvalersi per
realizzare i propri progetti politici e culturali. E la massoneria a sua
volta utilizzò Garibaldi, sia prima che dopo la sua morte, come
straordinario testimonial e come veicolo di propaganda dei propri ideali.
Ma procediamo con ordine. Garibaldi venne iniziato alla massoneria nel 1844,
all'età di trentasette anni, nella loggia L'Asil de la Vertud di Montevideo,
una loggia irregolare, emanazione della massoneria brasiliana, non
riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali
erano la Gran Loggia d'Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre
nel corso del 1844 egli regolarizzò tuttavia la sua posizione presso la
loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all'obbedienza del grande
Oriente di Parigi. Al pari di altri influenti massoni italiani egli entrò
quindi in massoneria in età relativamente avanzata (undici anni dopo
l'affiliazione alla Giovine Italia) e durante l'esperienza dell'esilio. Le
logge massoniche, com'è noto, in virtù dell'umanitarismo universalistico che
le animava, offrirono importanti punti di riferimento agli esuli politici
dei paesi europei governati da regimi dispotici e ostili a ogni apertura in
direzione democratica e nazionalistica. Importanti furono anche i contatti
che Garibaldi ebbe durante il secondo esilio, quando frequentò le logge
massoniche di New York e intorno al 1853-54, prima di rientrare nel Regno di
Sardegna, la loggia Philadelphes di Londra: qui si raccoglievano alcuni
esponenti dell’internazionalismo democratico aperti ai contributi del
pensiero socialista e inclini a collocare la massoneria su posizioni
fortemente antipapiste.
Soltanto nel giugno 1860, nella Palermo appena conquistata, Garibaldi venne
elevato al grado di maestro massone. L’impresa dei Mille si stava imponendo
all’attenzione della comunità internazionale e certo poteva giovare che egli
ribadisse la propria militanza massonica, specie in considerazione della
simpatia con cui le organizzazioni liberomuratorie di alcuni paesi, come
l’Inghilterra e gli Stati Uniti, guardavano alla lotta per l’indipendenza
nazionale italiana. Il ricostituito Grande Oriente Italiano, inizialmente
dominato da esponenti vicini a Cavour, affidò però la carica di gran maestro
a Costantino Nigra e conferì a Garibaldi soltanto il titolo onorifico di
«primo libero muratore italiano», gratificandolo di una medaglia
commemorativa di oro massiccio.
Lo spirito apparentemente conciliatorio di questa decisione, con la quale si
intendeva rendere omaggio alle due anime del Risorgimento, quella
dinastico-cavouriana e quella democratico-popolare, non servì a nascondere i
forti dissensi che dividevano i moderati dai democratici e a impedire che
essi combattessero una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia
massonica. Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai
democratici, ma quando Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da gran
maestro e un’assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo
successore, il prescelto risultò Filippo Cordova, già ministro di Cavour,
che prevalse su Garibaldi con 15 voti contro 13. Era il 1° marzo 1862. Pochi
giorni dopo il Supremo Consiglio del Rito Scozzese di Palermo, luogo di
raccolta di massoni italiani di fede repubblicana e radicale, decise di
sottolineare la propria autonomia rispetto a Torino e conferì a Garibaldi,
insignito da Crispi dei gradi scozzesi dal 4° al 33°, il titolo di gran
maestro.
Si stava preparando, in quello scorcio del 1862, la spedizione per la
liberazione di Roma che sarebbe stata interrotta, il 29 agosto, dalle
fucilate di Aspromonte. Garibaldi, accettando la carica offertagli
dall’obbedienza scozzesista siciliana, dimostrò che in quella fase egli
attribuiva evidentemente alla Massoneria una funzione importante quale
strumento organizzativo e di raccordo fra le varie correnti democratiche.
Non a caso, appena giunto in Sicilia, presenziò all’iniziazione del figlio
Menotti (il 1° luglio) e firmò egli stesso (il 3 luglio) la proposta di
affiliazione dell’intero suo stato maggiore (Pietro Ripari, Giacinto
Bruzzesi, Francesco Nullo, Giuseppe Guerzoni, e gli altri). «A tal fine e
con gli alti poteri a me conferiti gli dispenso dalle solite formalità»:
così dichiarò in tale circostanza, ribadendo ancora una volta il proprio
disinteresse per gli aspetti rituali e ponendo l’accento sul contributo
sostanziale che egli riteneva potesse venire dal coinvolgimento diretto
della massoneria nella lotta per il completamento dell’unità nazionale.
«Fu il fallimento dell’impresa dell’agosto 1862 – ha osservato Aldo
Alessandro Mola – a spingere Garibaldi su posizioni di anticlericalismo
intransigente». In effetti, da quel momento in poi, il generale manifestò
una sempre più convinta adesione alle posizioni della Massoneria, che fu la
principale sostenitrice nella penisola di un laicismo inflessibile e di una
guerra a oltranza contro la Chiesa cattolica. L’obiettivo politico della
liberazione di Roma dal dominio pontificio ben si coniugava evidentemente
con l’obiettivo di dar vita a uno Stato laico e democratico, ove il potere
temporale dei papi fosse soltanto un ricordo. D’altro canto, anche dentro il
Grande Oriente d’Italia, la componente democratica di provenienza
garibaldina cominciava a consolidare la propria presenza e a imporre le
proprie scelte politiche e ideologiche. Non stupisce perciò che la prima
vera Costituente massonica italiana, quella che si tenne a Firenze nel
maggio 1864 con la partecipazione di 72 delegati, riuscisse finalmente a
eleggere Garibaldi, a larghissima maggioranza, come nuovo gran maestro.
Come è noto, egli detenne questa carica solo per pochi mesi. Troppo vivaci
erano gli scontri in atto proprio in quel periodo fra i vari gruppi della
sinistra italiana perché questi potessero riconoscersi nella leadership
unificante di Garibaldi, come era accaduto nel recente passato. Per fare un
solo esempio, Antonio Mordini, che Garibaldi scelse come proprio
plenipotenziario massonico, era in quel momento impegnato con Crispi e
Bargoni nel tentativo di formazione del cosiddetto «terzo partito», un
raggruppamento politico collocato a metà strada fra la sinistra
costituzionale e l’estrema repubblicana, che intendeva utilizzare proprio il
generale e l’organizzazione massonica come strumento per propagandare le
proprie idee e raccogliere su di esse il consenso dei democratici.
Vi erano poi coloro, come il futuro Gran Maestro Lodovico Frapolli, che si
battevano per impiantare anche in Italia una massoneria di modello
anglosassone, estranea alle beghe di partito. «È già una fatalità – scrisse
Frapolli a Mordini, commentando l’elezione di Garibaldi – che le circostanze
ci abbiano forzati a scegliere per l’Italia, a gran maestro, un uomo
politico. Inconveniente che non può essere tollerato, se non ammettendo la
funzione che Garibaldi sia la bandiera del popolo, il mito incarnato
dell’umanitarismo, mentre d’altronde, se quel nome è da tutti accettato,
egli è perché ognuno presume che il generale si contenti di questo rôle
eccezionale e non se ne mescoli altrimenti».
In realtà, Garibaldi non aveva nessuna intenzione di dare alla sua carica
una valenza meramente formale, né pensava che la massoneria dovesse
estraniarsi dalle vicende politiche nazionali. Lo si vide bene nel maggio
1867, allorché egli lanciò un celebre appello a tutti i «fratelli» della
penisola: “Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma, così non
abbiamo Massoneria perché divisi. […] Facciasi in massoneria quel fascio
romano che, ad onta di tanti sforzi, non si è potuto ancora ottenere in
politica. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi
pongano da parte le passioni profane e con la coscienza dell’alta missione
che dalla nobile istituzione massonica gli è affidata, creino l’unità morale
della Nazione. Noi non abbiamo ancora l’unità morale; che la Massoneria
faccia questa, e quella [l’unità della nazione] sarà subito fatta. […]
L’astensione è inerzia, è morte. Urge l’intendersi, e nell’unità degli
intendimenti avremo l’unità di azione”.
La battaglia per completare l’unificazione nazionale e quella per riunire le
varie obbedienze massoniche dovevano dunque andare di pari passo e quasi
sovrapporsi. Per Garibaldi la massoneria, unico organismo che fosse dotato
di una pur labile articolazione su base nazionale, doveva rappresentare lo
strumento di aggregazione di tutte le forze progressiste italiane, per le
quali, in quel momento, l’obiettivo assolutamente prioritario era
rappresentato dalla lotta per la liberazione di Roma. Proprio a sancire
questo suo intento ecumenico e conciliatorio Garibaldi, nel giugno 1867, pur
conservando la carica di gran maestro del Consiglio scozzesista palermitano,
accettò la nomina a gran maestro onorario del Grande Oriente d’Italia che
gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli.
Il legame con l’istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo, come pure
profonda era l’identificazione con gli ideali e i valori culturali di cui
essa si faceva portavoce. Non valsero a incrinare questo rapporto neppure le
divergenze manifestatesi in occasione dell’Anticoncilio di Napoli del 1869,
a cui egli aderì con grande entusiasmo e dal quale la Massoneria, per volere
di Frapolli, rimase invece sostanzialmente estranea, né il tiepido sostegno
dato dal Grande Oriente d’Italia alle ultime iniziative per la liberazione
di Roma del 1867 e del 1870.
Già nel 1872 Garibaldi rilanciò con estrema chiarezza quello che sarebbe
divenuto il principale progetto politico dei suoi ultimi anni di vita e il
testamento ideale che egli avrebbe lasciato alla sinistra italiana
post-risorgimentale: l’idea cioè di riunire in un fascio comune tutte le
correnti della democrazia, tutte le forze impegnate nella diffusione dei
valori della cultura laica, della libertà, del progresso, di un riformismo
che accettava di muoversi all’interno del quadro istituzionale vigente, pur
non rinunciando alla prospettiva di cambiamenti più radicali in un lontano
futuro. La massoneria doveva farsi promotrice di questo progetto e fornire
il collante ideologico e organizzativo di cui esso necessitava per essere
coronato dal successo. «Perché tutte le associazioni italiane tendenti al
bene – si domandava nel 1873 - non si affratellano e non si pongono per
amore d’indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di
Roma? […] La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la
Massoneria, non darà essa l’esempio di aggregazione al fascio italiano? Le
società operaie, internazionali, artigiane, ecc. non portano esse nel loro
emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Formate il fascio,
adunque, repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma».
Nell’ultimo scorcio della vita la coincidenza fra le sue posizioni e quelle
della Massoneria fu pressoché totale. Basterà ricordare il suo impegno nelle
file del movimento pacifista e la battaglia, che vide ovunque i massoni in
prima fila, per promuovere la costituzione di organismi di arbitrato a
livello internazionale che scongiurassero il ricorso alle guerre. Oppure le
sue battaglie per il suffragio universale, per l’emancipazione femminile,
per la diffusione dell’istruzione obbligatoria, laica e gratuita: tutti temi
che costituivano il patrimonio comune della sinistra democratica italiana di
matrice risorgimentale e che la Massoneria inserì nel proprio programma e
decise di sostenere con le modalità più diverse. Ma si pensi, per avere una
conferma della forte consonanza di vedute che vi fu anche sul versante del
razionalismo positivistico e della militanza anticlericale, all’adesione che
Garibaldi dette al movimento per diffondere in Italia l’idea e la pratica
della cremazione: movimento che fu direttamente promosso dalle logge
massoniche e che ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo
piano della Massoneria. Si ricordi infine nel 1881 la sua mobilitazione,
condivisa da molti democratici e fatta propria dal Grande Oriente d’Italia
anche in virtù delle pressioni da lui esercitate sul Gran Maestro Giuseppe
Petroni, per impedire che dopo il colpo di Tunisi si rompessero i rapporti
con la Francia repubblicana e il governo fosse sospinto verso l’alleanza con
gli Imperi centrali.
Dopo la morte di Garibaldi la Massoneria fu tra le forze politiche e sociali
italiane quella che più di altre si incaricò di conservarne la memoria e di
alimentarne il mito. Nel momento in cui le classi dirigenti del paese
stavano profondendo le maggiori energie per costruire un paradigma
identitario nel quale l’intera nazione potesse riconoscersi, la morte
dell’eroe popolare per eccellenza mise a disposizione un riferimento
simbolico prezioso, capace di affiancare e rafforzare l’ormai insufficiente
e sbiadita immagine dinastica. Specialmente negli anni di Crispi, intorno
alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile
imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all’epoca sotto
la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo notevolissimo nel favorire la
riuscita dell’operazione. Garibaldi fu il nome di gran lunga più diffuso fra
quelli dati alle logge della penisola o alle logge italiane d’oltremare (in
America Latina, in Africa del Nord, ecc.); altre denominazioni, come
Caprera, Luce di Caprera, Leone di Caprera, erano ispirate dalla medesima
volontà di rendere omaggio all’eroe nizzardo. La Massoneria promosse inoltre
innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti
alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu
l’inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne
emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di
Porta Pia, e vide il massone e capo del governo Francesco Crispi enfatizzare
il contributo dato dalle forze laiche e popolari al Risorgimento.
La massoneria, grande sostenitrice della necessità di trasformare il 20
settembre in festa civile della nazione, vide in questa occasione coronata
la sua richiesta. Al tempo stesso, prima che di lì a un anno difficoltà di
varia natura travolgessero i due grandi artefici dell’iniziativa, Francesco
Crispi e Adriano Lemmi, essa poté celebrare, nel nome di Garibaldi, la
propria consacrazione come struttura associativa laica e democratica
depositaria della migliore eredità del Risorgimento e come luogo di coagulo
delle energie più vitali e più moderne del paese. |