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Vai a: Le donne La vita a Caprera Spesso nulla spiega meglio l'ambiente di un uomo, delle testimonianze "a caldo" di coloro che lo visitarono. Così ho scelto, tra le innumerevoli, la testimonianza del grande pensatore rivoluzionario russo Bakunin che, scrivendo alla contessa Elisabeth Salhias de Tournemire, descrive l'ambiente di Casa Garibaldi e il suo incontro col Generale nel corso della visita che gli fece insieme alla moglie, dal 19 al 23 gennaio 1864: " ...Garibaldi ci ha accolto molto amichevolmente ed ha prodotto su noi due un'impressione profonda. E' guarito del tutto, e benchè zoppichi un poco e forte come un leone e sta in piedi dalla mattina alla sera. Lavora nel suo giardino, il quale anche se non è bellissimo e straordinariamente interessante, perché è tutto seminato dalle sue mani sulla roccia e tra la roccia. La vista è triste e bellissima. Non c'è che una casa in pietra, bianca, pomposamente chiamata "Palazzo di Garibaldi", un'altra piccola di ferro ed una terza, ancor più piccola, di legno. Nel giardino ha giovani alberi e piante, aranci, limoni, mandorli, viti, fichi, le palmier aux dattes, ecc. ecc. e molti fiori. Erano fioriti del resto soltanto i mandorli e la bellissima rosa bianca. "A Caprera c'era quella che in Russia chiamano estate. Siamo rimasti tre giorni e tutti e tre furono sereni. Anche le sere e le notti erano calde. Da Garibaldi abbiamo trovato un giovane segretario politico, Guerzoni, che funge ora da anello nella nuova unione tra mazzini e Garibaldi, Basso, militare e marinaio, compagno americano di Garibaldi e i due figli di questi, Menotti e Ricciotti, oltre ad alcuni soldati e marinai garibaldini, in tutto una dozzina di persone. E' una vera repubblica democratica e sociale. Non conoscono la proprietà: tutto appartiene a tutti. Non conoscono neppure gli abiti da toilette, tutti portano delle giacche di grossa tela con i colletti aperti, le camicie rosse e le braccia nude, tutti sono neri dal sole, tutti lavorano fraternamente e tutti cantano. In alto sulla roccia sta un piccolo mulino a vapore e quando funziona è una festa per tutti. Tutti se ne occupano, gli uni portano l'acqua, gli altri mettono sotto il fornello degli arbusti e delle radici di cui è ricca Caprera, altri stanno stesi sulle roccie in pose pittoresche, parlano di politica, delle passate e future imprese, e cantano. In genere questa piccola adunata a Caprera di ragazzi sani, forti e gloriosi, di cui ognuno s'è già reso famoso per qualche gesta di coraggio, mi ha rammentato le prime pagine del "Corsaro" di Byron. "Ma tra loro sta Garibaldi, grandioso, calmo, appena sorridente, l'unico lavato e l'unico bianco in questa folla d'uomini neri e magari alquanto trasandati. Egli è infinitamente buono e la sua bontà s'allarga non soltanto agli uomini ma a tutte le creature. Ama i suoi due tori, le sue vacche, i suoi vitelli, i suoi montoni e tutti lo conoscono e non appena egli appare tutti si rivolgono a lui ed egli accarezza ognuno o ad ognuno dice una parola buona. Mi ha raccontato che un giorno incontrò un'agnello che si era perduto e che stava cercando sua madre. Lo prese nelle sue braccia, lo portò con se, mise del fieno sotto il suo letto, ordinò che si portasse del latte ed una spugna e rimase steso tutta la notte con un braccio abbassato, tenendo la spugna che l'agnello succhiava. Il giorno dopo si alzò presto e passeggiò con l'agnello tra le braccia un'ora o due, fin quando non trovò la madre. Così pure ad un ragazzo che rompeva dei rami senza alcuna necessità disse "Percè fai così? bisoga aver rispetto di ciò che è vivo". La sua religione è la vostra, crede in Dio e nel destino storico dell'umanità. "Oltre a ciò io non credo a nulla" dice. Vi ho detto che ho notato in lui un dolore profondo e nascosto. Tale dovette essere il dolore di Cristo quando disse: "Il raccolto e maturo e pochi sono gli operai". Questo è il dolore di quest'uomo ormai anziano dopo aver dedicato tutta la vita alla liberazione e all'umanizzazione dell'umanità. E così anche i più grandi e fortunati uomini non raggiungono il loro scopo. Eppure bisogna sforzarsi e tirarsi dietro il mondo. In mezzo ad una lunga conversazione Garibaldi mi ha detto: "In questi ultimi tempi la vita m'è venuta a noia, io mi separerei volentieri da lei, ma vorrei morire in modo utile alla patria e alla libertà di tutti i popoli. Intendevo partire per la Polonia, ma i polacchi mi fecero dire che io sarei stato inutile là e che il mio arrivo avrebbe causato più danno che giovamento. Perciò ho rinunciato. Del resto io stesso ammetto che sarò più utile a loro quì che non là. Se faremo qualcosa in Italia, ciò sarà profiquo anche per la Polonia, che ora, come sempre, ha tutta la mia simpatia". "E' chiaro che egli, con tutto il partito del movimento si prepara all'azione in primavera: in che cosa consisterà nell'azione è ancora difficile dire, gli ostacoli sono immensi. La guerra, o ciò che sarebbe meglio, la rivoluzione in Germania, potrebbero influire enormemente su tutto ciò... "E' stato straordinariamente caro e gentile con mia moglie e con un'inglese che beveva non poco e aveva il naso rosso. Accompagnandoci la fece sedere su una sua barca ed essa pescò con un lungo bastone dei ricci di mare, e delle specie di frutti di mare. "Il 23 siamo tornati a Genova, il 26 passando per Livorno sono giunto a Firenze e - ve lo dirò in segreto - sono già innamorato dell'Italia e ho dato la mia parola a mia moglie che in un mese parlerò italiano...". Intorno a Garibaldi fioriva dunque "una vera repubblica democratica e sociale". In effetti, il limite tra questa comunità e l'anarchia era rappresentato per tutti quei giovani ardimentosi e avventurosi il principio moderatore delle passioni e l'esempio di una dirittura morale più unica che rara. Vicino a lui gli idealismi venivano incanalati nell'ideale, le animosità in ardire, le istintività elementari si plasmavano in qualità personali, la violenza e la durezza in forza e dedizione. C'era di tutto tra i garibaldini, venivano dalle più svariate provenienze. Non avevano un soldo assicurato: ogni tanto, tra una campagna e l'altra, il Generale riusciva a farli rientrare fra le truppe regolarmente pagate dalle regie casse e allora la paga era assicurata, ma essi non sapevano mai nè quanto nè per quanto tempo. tuttavia a Caprera i soldi non servivano: la comunità viveva secondo una regola evangelica e il frutto della terra e i doni che giungevano spesso dagli ammiratori sfamavano e vestivano tutti. L'unico sempre pulito era Garibaldi; i suoi uomini conoscevano soltanto l'igiene di salutari bagni di mare. Nei locali vari in cui la casa si articolava, dentro e fuori dal nucleo principale, c'era un disordine da accampamento, assolutamente casuale, gagliardo, fuori ordinanza, "garibaldino" insomma. Chi visita oggi il lindo Museo, non può certo farsi un'idea dell'ambiente tra il 60 e il 70. Il tempo passava tra caccia, pesca, periodiche visite a La Maddalena per poter bere un pò di buon vino fuori vista dal generale che era astemio, oppure per un incontro con una bella maddalenina. Ognuno lavorava o non lavorava a seconda delle proprie inclinazioni: la terra era coltivata da Garibaldi e da alcuni contadini pastori; gli altri davano una mano casualmente e comunque sempre per amore del Generale. Ma appena questi chiedeva qualunque cosa che rientrasse nell'aspetto militante di quello strano cernobio, scattava nell'interpellato l'imperativo all'obbedienza ed allora ciascuno era pronto per qualsiasi impresa, anche la più rischiosa o la più scomoda. Da un'attimo all'altro, ciascuno era tranquillamente disposto a saltar su una barca e partire per qualsiasi punto del globo a portare messaggi a un re, a un ministro, o a combattere una guerra di indipendenza per qualunque popolo, o a sfidare una qualsivoglia polizia per fomentare una rivolta o liberare un prigioniero. Quando avevano compiuto la missione, se erano vivi, tornavano, a volte a pezzi. Fu esattamente così che tornò, alla fine del 1860, il Maggior Leggero, dopo 10 anni di lontananza passati a combattere per la libertà dei popoli dell' "altra metà del mondo". Garibaldi se lo vide davanti un giorno appena conclusa la battaglia di Sicilia: senza un braccio e senza due dita della mano superstite, fregiato di ciccatrici sul capo, sul petto, sulle gambe. Lui, così freddo e taciturno, sembrava in preda ad una grande agitazione e si giustificava e chiedeva scusa al suo Generale per non essere giunto in tempo all'appuntamento di Marsala. Si trovava a San Miguel nel Salvador, quando da alcuni marinai seppe dell'impresa di Sicilia; si precipitò dal console sardo Luigi Ansaldo, si fece rilasciare il passaporto per Genova e partì con la prima nave. Ma giunse in ritardo, allora si imbarcò per Caprera e si presentò a Garibaldi per giustificarsi! Da quel momento Leggero riprese il suo posto tra gli intimi del Generale. L'anno dopo, questi lo mandò a Sorrento a comandare la Compagnia Invalidi, che costituì per non tradire l'ardimento di quei suoi che ne erano nella carne una testimonianza vivente. Quì il nostro maddalenino conobbe finalmente l'amore: fu un vero colpo di fulmine, quello tra lui e la graziosa Giuseppina Maresca e i due si sposarono dopo pochi giorni, contro la volontà dei genitori di lei, impressionati dalle mutilazioni dell'uomo. Poco dopo Maggior Leggero fu integrato nell'esercito regolare come capitano e non gli furono neppure riconosciute le campagne combattute con Garibaldi. Il Regio Esercito non era in grado di apprezzare un Garibaldino! Nell'aprile del '62 lo destinarono alla Casa Reale degli Invalidi, ad Asti; era per lui una umiliazione intollerabile. Non sappiamo se per interessamento di Garibaldi, oppure per il suo comportamento, da allora il Maggior Leggero fu praticamente in continua licenza a Caprera e numerose sono le testimonianze dei visitatori che lo videro sempre taciturno, serio, con gli occhi vivacissimi, al fianco del suo Generale. Fu in particolare addetto al trasporto della posta clandestina da e per Caprera e fu tra i protagonisti dei preparativi per la fuga di Garibaldi dall'isola ne 1867. Tra i suoi compiti c'era anche quello della vigilanza sulla persona del Generale. Scrive il suo biografo Beseghi che nessuno vide mai Leggero con decorazioni sul petto: "Nè le medaglie delle compagne, ne la croce di cavaliere che egli ebbe tra i primi, subito dopo che Vittorio Emanuele istituì l'Ordine della Corona d'Italia". Morì il 14 gennaio 1871, a 58 anni, per aver mangiato dei funghi velenosi raccolti durante una partita di caccia; lasciò Giuseppina con tre figli e incinta del quarto. Dalla sua bocca non uscì mai una sola parola delle sue eroiche avventure di guerra, se non quelle dette balbettando a Garibaldi per giustificarsi di non aver potuto combattere anche in Sicilia. Tra i più fedeli dei garibaldini sempre presenti a Caprera è da ricordare Giovanni Basso, nizzardo, che fu il segretario prezioso e modesto e mai lasciò il Generale dalla difesa di Roma fino alla morte. Gli fu compagno di navigazione sul Pacifico, fu nei Cacciatori delle Alpi, partecipò alla campagna di Sicilia, gli fu vicino quando venne ferito nell'Aspromonte e durante la Prigionia al Varignano. Aiutante di campo nel '66 e '67, combattè nell'Armata dei Vosgi come capo squadrone; Infine lo abbiamo visto protagonista della fuga da Caprera. Alla Casa Bianca era il factotum: tra l'altro, scrisse migliaia di lettere per il Generale e la sua immedesimazione era tale che ne imitava perfettamente la grafia; solo un esperto può riconoscere la differenza tra le due mani. Basso morì a sessant'anni, due anni dopo il suo grande amico. Giovanni Froscianti, ternano, era uno spiritaccio imparentato col demonio. Fu con Garibaldi in tutte le battaglie a partire dal 1848, fino al 1867; poi visse con lui a Caprera dove fece il segretario in alternanza con Basso. Morì nell'85 a 74 anni. Gusmaroli era stato prete, e aveva gettato la tonaca per seguire gli ideali di indipendenza; fu con Garibaldi in tutte le campagne fino a Caprera. Aveva moglie e due figli e perciò abitava a La Maddalena, dove per mantenere la famiglia si industriava a riparare le reti da pesca, ma trascorreva ogni minuto libero con i compagni della Casa Bianca. Era poverissimo. Il garibaldino Giuseppe Nuvolari scrisse in un suo libretto: "Pochi giorni prima che morisse, io fui al suo capezzale e tutto commosso mi disse: "Mi dispiace, Giuspin, di morire senza averti restituito tutto quello che mi imprestasti". Quando chiuse gli occhi, Garibaldi, che lo amava molto, volle dettarne l'epitaffio per la lapide nel cimitero vecchio di La Maddalena: "Quì giace - il Maggiore Luigi Gusmaroli - dei Mille - egli svestì l'abito di Prete - quando giovane in età di ragione - capì che non doveva essere - della setta degli impostori - e se fè uomo, milite valorosissimo della libertà italiana - pugnò in tutte le Patrie Battaglie - e fu padre e marito onesto e amorosissimo". Giuseppe Nuvolari visse a Caprera per non molto tempo, ma fu l'esperto di agricoltura, prezioso consigliere del Generale, egli era infatti di Mantova, dove si occupava della conduzione di un ricco podere; fu dei Mille, do temperamento coraggioso e battagliero. A la Maddalena aveva spesso da dire con gli uomini del posto che si lamentavano di non avere sufficienti provvidenze governative; scrisse allora il libretto Lettera al Sindaco di Maddalena (1789) per confutare tali lagnanze facendo un parallelo tra le condizioni di vita della popolazione del suo paesello mantovano e quello dell'isola e dimostrando che in continente si stava peggio. Tra l'altro, il garibaldino offre scorci che lasciano intravedere la vita del tempo a La Maddalena; ad esempio, questo: "In un paese di 1.700 abitanti circa, dove il più povero contadino non lavora a meno di £ 4; dove vi sono 20 osterie, 4 macellai e 15 botteghe di ogni genere; col vino e la carne che costano metà prezzo di quanto si paga al continente; col sale che non costa nulla come in tutta la Sardegna; con le donne che vestono sull'ultimo figurino di Parigi e tante altre belle cose, il piangere miseria è una vera ironia!". Assidui di Caprera erano anche Francesco Bideschini, veneziano, cognato di Menotti, e Jacopo Sgarallino, livornese, entrambi combattenti in quasi tutte le campagne garibaldine. Ma se questa era la guardia del corpo permanente del Generale, si contano a decine le "camicie rosse" che lo venivano a trovare trattenendosi per giorni a volte per mesi, nella colorita comunità di Caprera: e penso a Guerzoni, lo storico di Garibaldi, al vecchi, al sacerdote, ai tre chirurghi di tante campagne, Ripàri, Basile e Albanese, e il buon Fazzari, il Colonnello Elia,, Francesco Nullo, Nino Bixio, Timoteo Riboli, Missori e altri. Tra i garibaldini dobbiamo ora menzionare i figli Menotti e Ricciotti e il genero Stefano Canzio, i quali ci introducono così nella numerosa famiglia dell'Uomo di Caprera. Menotti, il primogenito di Anita, nato nelle più romanzesche circostanze d'una fuga durante la ritirata ne Rio Grande do Soul in Brasile, il 22 settembre 1840, fu legato a suo padre da un amore profondissimo, non solo filiale, ma da amico, da sottoposto, da compagno, da confidente fidato. Giunse sedicenne da Nizza a Caprera nel 1856 e seguì Garibaldi in tutte le sue campagne dal '59 al '71: ebbe il battesimo di fuoco tra i Cacciatori delle Alpi, e si distinse in ogni occasione, all'Aspromonte fu anch'egli ferito. Sposò la sorella dell'amico Bideschini e ne ebbe quattro figli; con lei si stabilì presso Roma. Fu deputato di Velletri al parlamento per oltre vent'anni e chiuse la carriera militare col grado di generale. Morì nel 1903. La figura di Menotti è tra le più belle del mondo garibaldino e se poco fu illustrata, lo si deve alla preminenza sempre avuta dal padre e alla sua personale modestia. Nella "guardia del corpo" di Caprera non lo si sarebbe distinto dagli altri, se non perché era soggetto a un maggior lavoro e costantemente chiamato da Garibaldi a qualche incarico particolare. Ricciotti, quarto genito di Anita, era più giovane di Menotti di sette anni e quindi aveva nove anni quando giunse nell'isola; come si è detto, fu mandato per alcuni anni a studiare in Inghilterra ed egli ne fu plasmato tanto che vi si stabilì per lunghi periodi e visse sempre nell'ambito della società britannica. Combatté col padre in tutte le campagne dal '66 al '71, poi in Grecia contro i turchi con un corpo volontario nel '97 e nel 1912, quindi dopo la morte del Generale. Ebbe ben nove figli, che si sparsero per il mondo. Credo fosse di temperamento gioioso, cordiale, estroverso. Stefano Canzio, genovese, aveva sposato Teresita Garibaldi, figlia di Anita, il 25 maggio 1861, entrando così anche ufficialmente nella famiglia; ma di fatto il Generale lo teneva già come un figlio: lo aveva conosciuto ragazzo ventenne e idealista, poi lo ebbe ottimo combattente e ufficiale in tutte le campagne, nessuna esclusa. Canzio e Teresita ebbero dodici figli, parte dei quali nati a Caprera. Fu per accudire a questi bambini che arrivò nell'isola Francesca Armosino, destinata a diventare prima la compagna poi la moglie. Ma di ciò parleremo tra breve. La vita familiare di Garibaldi a Caprera - e solo di tale periodo ci occuperemo - non e comprensibile se non inserita nel suo concetto quasi religioso del rapporto con la donna. "...Sempre la considerai la più perfetta delle creature": Questa affermazione, contenuta nelle Memorie, risponde pienamente alla sua verità. Che fosse popolana o nobile e ricca dama, per Garibaldi la donna fu sempre all'apice della scala dei valori, e in ognuna di quelle che amò, vide l'incarnazione di una qualità ideale, cui il suo sentimento si elevava come offerta votiva: la vide quale trasposizione nel femminismo dell'eroe. Innamorarsi per lui era il riconoscimento folgorante di una "deità" in terra: perciò i suoi furono sempre colpi di fulmine immediati e il bisogno di unione, prepotente come un imperativo categorico, non ammetteva attese ne incertezze. A prescindere da quelle che egli stesso riconobbe e di cui si innamorò, tutte le donne nel loro insieme adoravano Garibaldi e ve ne sono innumerevoli testimonianze nel delirio delle popolazioni ovunque passasse, ma soprattutto nella loro partecipazione costante alle campagne di guerra come infermiere, portaordini, combattenti dietro le barricate, confezionatrici di munizioni, educatrici e stimolatrici alla resistenza e alla lotta". E ciò avveniva proprio in virtù del fatto che la donna si sentiva da lui valorizzata al più alto diapason ideale, individuata come compagna, madre dei figli della nazione, eroica, in perfetta complementarità con il proprio uomo. Anche in amore dunque Garibaldi era un puro, un'innocente, quindi a volte un ingenuo, ma dalle donne fu ripagato, salvo in due occasioni, con la fedeltà spesso portata spesso fino alla sublimazione. Il suo carattere univoco, idealista, modesto e la sua propensione alla vita avventurosa, rude, disagiata, determinarono che soltanto due popolane - Anita e Francesca - gli diedero la continuità del rapporto coniugale e fisico; ma le altre, la raffinata Emma Roberts e la colta e irrequieta e intraprendente Speranza Von Schwartz, gli fecero dono di un'amicizia preziosa vincente su ogni prova e incorruttibile nella buona e nella cattiva sorte. Emma e Speranza si può dire che furono tra i più grandi "Amici" di Garibaldi: Il rapporto con loro superò il fatto erotico - fisico, e si liberò di ogni limitazione sessuale, e fiorì nella più squisita devozione e nell'affetto più concreto e provvido che un uomo possa desiderare. La prima che visitò Caprera fu Emma Roberts, la "fidanzata" inglese: Garibaldi che voleva sposarla, si spaventò ben presto del lussuoso ménage londinese della dama, di tutti quei camerieri e maggiordomi in livrea, dell'etichetta che la posizione sociale di lei imponeva; nel suo candore glielo disse chiaramente e la trovò comprensiva e saggia. Non si parlò più di matrimonio, ma noi già sappiamo che Emma provvide largamente all'educazione di Ricciotti a Londra e fu la promotrice e la principale offerente, insieme con il duca di Sutherland, con Julie Salis Schwabe e con Lady Clarence Paget, della colletta con cui gli amici inglesi acquistarono nel '64 la seconda metà di Caprera per fargliene dono. Al di là di questa tangibile amicizia, la Roberts fu sempre vicina all'Uomo di Caprera con le sue lettere piene di consigli di straordinario acume politico; molti errori gli evitò grazie alla saggezza dell'amica e la ricambiò con una stima e una fiducia che giunse fino a consentire che nei loro rapporti scorresse il "tu", privilegio assolutamente eccezzionale per Garibaldi che, come già si è detto, lui riservava a pochissimi intimi. Dopo la vacanza trascorsa insieme in Gallura, Emma tornò a Caprera una sola volta nel '65 a visitare quella strana repubblica così diversa e lontana dalle coordinate del suo stile britannico; poi si limitò ad essere la migliore rappresentante della secolare simpatia e amicizia che legò gli inglesi alle terre e agli uomini del sole. Quando Garibaldi ebbe creato condizioni di abitabilità nella sua isola, vi trasferì come si è detto, i figli accompagnati dalla servetta Battistina Ravello, nizzarda, analfabeta, assai modesta anche quanto ad intelligenza. Si era ne '56, la vita a Caprera era più che disagiata, addirittura primitiva, rude, il lavoro spossante. Avvenne che la Battistina, tra tutti quei guerrieri contadini pieni di energie, scelse il suo posto quasi istintivamente vicino al padrone e lo seguì senza porsi problemi anche nel letto. Dopo un anno, nell'ottobre del '57, sbarcò a La Maddalena la scrittrice Speranza Von Schwartz col preciso intento di conoscere l'uomo di cui tutto il mondo parlava. Nata in Inghilterra, e naturalizzata cittadina inglese, Speranza era figlia di un ricco banchiere di Amburgo; sposata una prima volta, rimase vedova a sedici anni; si risposò con il banchiere Schwartz, dal quale divorzio. Attraente, ricca, elegante, intelligentissima, essa conosceva molte lingue europee, compreso il greco, e scriveva indifferentemente in ciascuna di esse; era molto colta, conosceva le letterature e la storia dei vari paesi, ed era una buona intenditrice di arte e di musica. Ma forse ciò che colpì maggiormente Garibaldi fu lo spirito indomito, inquieto e avventuroso di lei, che la spinse a viaggiare senza sosta per l'Europa, la dove più incandescenti si facevano le lotte di indipendenza, dove fervevano il pensiero e l'opera dei molti "profeti" degli ideali di redenzione. Dotata di un coraggio virile, unito alla dolcezza e a una grande sensibilità, amazzone perfetta, signora della conversazione, diplomatica sottile: queste le qualità che forse più di ogni altra fu vicina, dopo Anita, al Garibaldi dell'epoca. L'amore scoccò subito, fin dal primo giorno a Caprera e appena essa lasciò l'isola, in novembre, già partivano le appassionate lettere del Generale; ma Speranza fu tanto intelligente da saper indirizzare quel sentimento dirompente in un profondo legame di solidarietà, quasi come tra compagni d'arme, che piacque a Garibaldi in maggior misura di un rapporto fisico che non vi fu mai. L'amore fu tutto espresso da lui nelle lettere e nell'accettazione riconoscente dei mille servizi e doni che riceverà dall'amica negli anni seguenti; da lei, in una generosità senza limiti. Tra l'altro, Speranza scriverà moltissimo sull'Uomo di Caprera, sia col suo nome sia con lo pseudonimo di Elpis Melena, traduzione in greco di Speranza (Elpis) e Schwartz (= nera = Melena): essa fu tra i massimi divulgatori contemporanei delle idee e delle gesta del Generale. Ma fece assai di più: rischiò alcune volte la vita per recapitare messaggi clandestini di lui e una volta fu anche catturata e chiusa in una squallida prigione da cui evase in modo romanzesco; riuscì ad introdursi con abilità al Varignano quando Garibaldi vi giaceva ferito e prigioniero, isolato da tutti, e lo curò come una sorella. Accorse, mandata da lui, a curare i garibaldini feriti, a tramarne la fuga, a soccorrerli con viveri e mezzi economici. Fu a conoscenza di tutte le debolezze e gli errori del grande amico e seppe contenere le gelosie che egli assai spesso suscitò in lei con la sua disarmante ingenuità, dentro alla calda maturità di quel suo essere donna davvero eccezionale. Tenne infine per lui una mole incredibile di rapporti con diplomatici esteri, col mondo internazionale dei cospiratori, con gli editori della pubblicazione delle Memorie e di altri scritti. Quando Speranza visitò Caprera la prima volta, le bastarono pochi giorni non solo per infiammare l'animo del Generale, ma per conoscere a fondo l'ambiente che lo circondava e la comunità maddalenina: visitò i Roberts, i Collins, Webber, esplorò La Maddalena, il Parau (Palau), parlò con la gente. A Caprera, Speranza aveva compreso benissimo dalle occhiatacce della Battistina il rapporto intercorrente tra questa e il Generale; e ne ebbe conferma quando nell'agosto successivo tornò nell'isola. Garibaldi le propose di sposarlo ad essa, con molto tatto e buona grazia, declinò l'offerta pur lasciando in lui la certezza del profondo sentimento che li univa. Seguirono poi le molte lettere d'amore dell'Uomo di Caprera alla bella inglese: esse iniziavano invariabilmente con: "Speranza amatissima", oppure "Preziosa amica mia" con espressioni come: "Voi dovete considerarmi per l'avvenire come cosa vostra... Mi sento l'uomo più felice della terra dacché vi ho avvicinata...", ecc. le risposte di Speranza iniziavano sempre con "Amico mio, amico amatissimo" o al massimo, con " amico unico e amatissimo" e si occupavano degli scritti autobiografici di lui, e della sua salute, degli incarichi che egli le affidava, i quali andavano dalla liberazione di un prigioniero, alla ricerca di una donna di servizio. Venne la campagna di Lombardia e, mentre Speranza cercava di aiutarlo in ogni modo, Garibaldi si innamorò follemente della diciottenne marchesina Raimondi, la sposò affrettatamente a Fino Mornasco e la lasciò il giorno stesso delle nozze perché avvertito da una lettera anonima, sulla porta della chiesa, che la moglie era incinta d'un'altro. Speranza verrà a sapere ciò dai giornali. Si aggiunga che, sette mesi prima a Caprera, la servetta Battistina Ravello aveva partorito una bambina, Anita, frutto del suo rapporto col Generale. Il 10 febbraio del '60, un mese dopo lo sconsiderato matrimonio, Garibaldi riprese la corrispondenza con la donna amata come se nulla fosse avvenuto, solo chiedendole "... se posso con sicurezza mandarvi lettere lettere e manoscritti. Vostro sempre". Speranza superò questi colpi con grande dignità, comprendendo che essi erano conseguiti alla stessa natura di tale uomo: fu da questo periodo che il loro rapporto prese l'impronta di una amicizia tra compagni d'armi.. Essa tornò a Caprera nel '61 e poi ancora ne '63 e nel '64 e ogni volta ne ripartì con la certezza che il vero Garibaldi era l'uomo che passava dalle epiche battaglie alla vita dei campi, rozza ed elementare, circondato dagli amici, dai figli e dalle donne che il destino gli mandava; chiedergli una qualsiasi adesione a sentimenti più esclusivi e sottili, sarebbe stato come pretendere da lui che si uniformasse ad etichette e consuetudini formali: impossibile! Battistina Ravello, dopo la nascita di Anita, aveva lasciato Caprera e se n'era tornata al suo paese con la bambina, mettendo il Generale nelle angustie per la sorte di questa; egli ne parlò a Speranza ed essa subito gli offrì di assumerne l'affidamento. Passarono alcuni anni in cui la servetta si oppose a consegnare la piccola al padre ed egli dovette rivolgersi anche al tribunale per poter esercitare la patria potestà. Ecco un'altro aspetto peculiare dell'animo di Garibaldi: nutriva per i figli un amore di tipo patriarcale; che fossero legittimi o meno, egli li voleva per se, come un dono del cielo e gli amava con identico calore. La Schwartz lo comprese fino in fondo e seppe essergli vicina anche in ciò. Quando Anita ebbe nove anni, finalmente egli poté riaverla per intervento del tribunale e dopo un mese, nel luglio 1868, la affidò all'amica perché provvedesse alla sua educazione. La dama inglese si trovò di fronte ad una piccola selvaggia, violenta e vendicativa. Impossibile tenerla con se: era indispensabile metterla in un ottimo collegio ed essa ne scelse uno svizzero costoso e famoso, dove la piccola rimase alcuni anni, sempre a sue spese e seguita nel migliore dei modi. Ma nella sua visita a Caprera, Speranza si avvide anche che la famiglia Garibaldi era cresciuta di un'altra donna e di un'altra figlia: fin dal 1865 infatti vi era giunta Francesca Armosino in qualità di nutrice dei figli di Teresita e di Stefano Canzio. Si trattava di un astigiana, cercata accuratamente dagli amici del Generale perché non potesse con le sue grazie insidiare tutti quegli uomini; e infatti non era affatto bella e neppure graziosa. Ma, a differenza della Battistina, Francesca era intelligente e di piglio energico, sapeva ispirare fiducia o per lo meno la seppe ispirare al capofamiglia, che a poco a poco la lasciò prendere possesso del ménage domestico. In breve tempo la donna divenne la serva - padrona e di lì il passo fu breve perché conquistasse il ruolo di incontrastata compagna del Generale. Il 16 febbraio 1867 nacque Clelia. Il fatto che un anno dopo egli affidasse Anita a Speranza lascia intendere che allontanasse volentieri dalla Casa Bianca un motivo di risentimento della sua donna, risolvendo nel contempo il problema dell'educazione della bambina; e la Schwartz era troppo esperta delle cose della vita per non rendersi conto che in questo momento Garibaldi stava srumentalizzandola in nome di quel gagliardo egoismo che è uno dei tratti caratteristici dei grandi uomini d'azione. Non disse nulla perché in realtà non sarebbe stata intesa dalla perfetta buona fede dell'amico; ma d'ora in poi la sua devozione si espresse soltanto nell'educazione di Anita, dalla quale per altro non ebbe alcuna soddisfazione e compenso morale. Si diradarono anche le visite a Caprera, dove tornò nel 1870 e poi nel '74, quando ormai i figli di Francesca Armosino erano tre. La scrittrice rivolse il suo ardore ideale alla causa della libertà del popolo cretese e si stabilì a Creta per parecchi anni, dedicando tutte le sue energie intellettuali, fisiche ed economiche a quegli infelici patrioti, fino ad ammalarsi e quasi a morirne. Garibaldi la seguiva da lontano sempre con affetto, ma nelle lettere la sua partecipazione pare attenuata per l'età e per i guasti che l'artrite andava producendo nel suo forte fisico. Nel '75 Speranza, che si trovava ad Atene per riprendersi dalla malattia, si fece raggiungere da Anita: non si è mai saputo esattamente cosa sia intervenuto tra Garibaldi e lei in quella circostanza. Io propendo a credere che Anita, ora quindicenne, si sia incapricciata di voler raggiungere il famoso genitore - che aveva visto soltanto nell'infanzia - e abbia fatto ricorso a una menzognera messinscena scrivendogli che la Schwartz la maltrattava: la cosa non è incompatibile col carattere sempre dimostrato dalla ragazza. Ma credo anche che la Armosino e i figli maggiori del Generale, che non avevano mai celato la gelosa antipatia per la scrittrice, abbiano dato particolare credito ed enfasi alla lettera di Anita. Menotti fu incaricato di andare ad Atene a prendere la giovane e di accompagnarla a Frascati, dove allora si trovava Garibaldi con la famiglia. Quindi tutti insieme tornarono a Caprera. Quì, Anita poté scatenarsi in tutta la sua naturalità, ma dopo pochi giorni fu assalita da una fortissima febbre e morì, non si sa se per un'infezione intestinale o per un'insolazione. Ben 73 anni dopo, Clelia Garibaldi nel suo libro Mio padre diede una versione iniqua e priva di fondamento sulla intera vicenda di Anita, presentando la Schwartz come "la tedesca innamorata e feroce", colpevole della "pietosa avventura della bimba Anita". Poiché Clelia, all'epoca dei fatti, aveva appena 8 anni, è evidente che il suo racconto è frutto della versione accreditata da Francesca Armosino e poi tramandata nella memoria familiare. Dal canto suo Speranza Von Schwartz, chiuse dentro di sè come in un forziere la conoscenza che ella ebbe fino in fondo delle uniche debolezze del grande Giuseppe Garibaldi: nella sua dignità di donna interruppe ogni rapporto anche epistolare con lui e soltanto finì un suo libro di memorie con una frase emblematica in cui diceva che egli era come un'astro nel cielo e che, come il sole, aveva alcune macchie. A proposito di Francesca Armosino, alcuni autori ne parlano come una sorta di virago, malevola, avida, possessiva e volgare; altri dietro l'onda della più scoperta vena retorica, ne fanno l'ideale compagna dell'eroe, quasi una mitica figura di donna italica. Ben pochi, anzi pochissimi, hanno fatto lo sforzo di penetrare un pò puù e un pò meglio nella mentalità e nella psicologia di questa popolana che assunse l'ingrato compito di vivere vicino a Garibaldi tra le mura domestiche. La provenienza di Francesca era il chiuso paesetto piemontese dell'800, dove agli uomini toccava lavorare la terra efinire ogni giorno della vita all'osteria; alle donne lavorare anch'esse la terra , curare la casa, i polli, il forno e via dicendo. per una ragazza non bella in una famiglia numerosa come la sua l'alternativa era di andare a servizio per pochi centesimi. E quasto le toccò, ancor prima di essere portata a Caprera. Riuscì anche a fare all'amore con un soldato e rimase incinta, quindi disonorata agli occhi dei paesani. L'occasione di andare a servire Garibaldi risolveva d'un colpo tutti i problemi: la bambina che aveva partorito fu lasciata a qualcuno ed essa fu portata di là dal mare, lontano dalle malelingue, anzi, riabilitata dal fatto di andare a servire nella casa di un'uomo importante. Sicuramente quando conobbe l'Uomo di Caprera, Francesca capì con intelligenza che avrebbe potuto ricavarne quel che voleva: Garibaldi stimolò in lei il solo ideale che le si addiceva, quello di realizzare una sostanza utilizzando gli infiniti sprechi che in quella casa si commettevano a causa del disordine imperante e del non attaccamento del Generale alle cose materiali. Col suo fine fiuto contadinesco, la balia comprese che vicino a quell'uomo importante e diverso da ogni altro, avrebbe potuto sistemare non solo se stessa ma tutta la famiglia. Nei primi anni Francesca si sottopose a lui con la naturalezza saggia di un cane e come tale imparò a leggere e a scrivere: è interessante notare che apprese a scrivere per imitazione del suo padrone, tanto che più tardi la sua scrittura era quasi identica a quella di Garibaldi ed essa potè aiutare Basso nella corrispondenza. Quando iniziarono i rapporti intimi, la vita nella casa mutò: Teresita e Canzio furono persuasi as andarsene a Genova con la loro figliolanza e gli ospiti ivitati a restare soltanto dopo aver sentito lei. In casa non si muoveva nulla senza il suo consenso e gradatamente fu posto un limite al disordine. Anche i garibaldini, sia pure per l'amore che portavano al loro Generale, dovettero adeguarsi, alcuni a denti stretti, a quella nuova imprevedibile gerarchia domestica. Ma il capolavoro di Francesca fu di aver saputo rendersi indispensabile a Garibaldi nelle poche cose pratiche a cui egli tenesse e cioè la cura dei suoi figli, la cura della sua igiene personale, la cura dei suoi terribili dolori reumatici. In ciò essa lo servì sempre, fino alla morte di lui, con una devozione esclusiva e selvaggia che è la chiave di volta per comprendere un ménage che per molti fu sempre un mistero. Per anni ed anni lo lavò, lo vestì, lo massaggiò, gli preparò tisane e medicine, lo trasportò in carrozzella, lo sollevò di peso tra le braccia; sempre senza un lamento, con espressione convinta e soddisfatta, quasi come una madre. Sapeva intuire i suoi gusti a tavola, anche i più modesti e ciò non è facile con persone tanto parche e frugali da contenere la scelta in pochissimi cibi. Com'era nella sua indole Garibaldi, Garibaldi individuò perfettamente le qualità donna e queste elogiò ad ogni occasione, dandole in tal modo una propria collocazione esplicita, riconosciuta; anche Francesca come tutti gli altri, vicino a lui sentiva di esser qualcuno, mentre fuori dal rapporto con lui sarebbe stata una nullità. Quando nacquero Clelia, poi Rosita e infine Manlio, essa poté godere anche dell'elezione ideale che il compagno ne fece come madre dei suoi figli. Il sentimento che egli nutriva era di affetto mediato dalla nascita dei figli della sua vecchiaia, che egli amò in modo assoluto e possessivo, più ancora di quelli avuti da Anita. Francesca invece amava Garibaldi con esclusività quasi animalesca e i bambini erano il frutto del suo possesso sul suo compagno e la prova per il mondo della sua vittoriosa rivincita sulla miseria: Sappiamo da Clelia che non lesinava schiaffoni e che in ogni occasione era pronta ad affidarli a qualcuno, pur di non abbandonare neppure un istante il suo idolo. Per lui, negli ultimi anni non esitò ad abbattere muri e porte, ad aggiungere un locale alla Casa Bianca, per rendergli più confortevole la vita, non ammise nessuno al privilegio di spingere la carrozzella dell'infermo e tanto meno di sollevarlo, vestirlo e svestirlo: erano fatiche enormi cui essa si sottoponeva quasi con beatitudine. Quanto più il fisico di Garibaldi decadeva col progredire della malattia, tanto più fioriva quello di Francesca, nella pienezza della sua vittoria. Egli era perfettamente cosciente della irreversibilità del suo male e nel rigore dei suoi principi morali, un unico cruccio lo tormentava: quello di riuscire a sposare Francesca e di poter così dare il proprio nome ai figli. Dal tempo del suo disgraziato matrimonio con la mrchesina Raimondi, nel '60, non aveva mai cessato di sollecitare l'annullamento, ma il desiderio divenne addirittura angoscioso dopo la nascita di Manlio, il prediletto, nel 1873. Tentò ogni via, nel '79 giunse ad umiliarsi fino al punto di inviare una supplica al re in carta bollata da £.1, come un cittadino qualsiasi, e forse fu questa la mossa che sbloccò una causa cui non erano valsi famosi avvocati e l'interessamento dei suoi amici più cari. Infatti l'annullamento fu concesso il 14 gennaio del 1880 e a Caprera fu gran festa. Garibaldi chiese ed ottenne la dispensa dalle pubblicazioni e il 26 dello stesso mese alla Casa Bianca furono celebrate le nozze dal sindaco di La Maddalena Leonardo Bargone, alla presenza della numerosa famiglia dei garibaldini. Se per lui quell'atto rappresentò la pace della coscienza, per Francesca il matrimonio fu il coronamento di una vita di sacrifici, di costanza e di rivalsa sociale: aveva vinto, era la signora Garibaldi, moglie dell'uomo più importante d'Europa! Tra il '75 e l''82 il Generale si ridusse a un povero corpo inerte martoriato dall'artrite deformante ed essa amava comporlo nella sedia a rotelle come un altarino, lindo e ordinato e così mostrarlo al mondo con lei immancabilmente al suo fianco; mai tanti ritratti e fotografie furono fatti a Garibaldi come negli ultimi suoi anni. Poi, utilizzando abilmente la venerazione popolare e la giustificazione di cure termali e cambiamenti d'aria, Francesca facilitò e caldeggiò viaggi in continente sempre più frequenti, esibizioni a volte penose di quello che era stato l'eroe, il Vate d'Italia, di città in città, secondo un rituale molto simile alle processioni delle reliquie. E inevitabilmente v'era una carrozza di lusso, con Garibaldi giacente e lei, Francesca, sempre al suo fianco con Clelia e Manlio bene in vista; in quelle occasioni, poichè non era corretto mostrarsi mentre sollevava di peso il malato, concedeva che fosse Menotti aiutato da uno degli intimi a svolgere l'incombenza. Così accadde fino a pochi giorni prima della morte, quando l'Uomo di Caprera fu portato prima a Napoli poi a Palermo in un'apoteosi di folla delirante quale non si vide mai nel nostro paese. Il vecchio ormai immobile e quasi senza voce, non aveva perduto il suo potere sciamanico sulle masse e queste diedero una dimostrazione sconvolgente di mansuetudine: e facile comprendere l'ovazione, ma è un fatto unico che centinaia di persone entusiaste osservino il più assoluto silenzio al passaggio del loro idolo, , per non dargli una commozione eccessiva, ed erompano nell'urlo osannante soltanto quand'egli entra nella villa che lo ospita; eppure questo accadde nelle due città testimoni della sua più grande impresa. Ma ora Garibaldi sentiva prossima la morte e voleva ad ogni costo tornare a Caprera. Palermo desiderava averlo ancora per qualche giorno, ma egli riprese il possesso del suo destino e fu irremovibile nell'ordinare la partenza, affermando che nella sua isola un sacro dovere lo aspettava.
Parzialmente tratto dal libro "La Maddalena e le isole intermedie" di Gin Racheli
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