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Incontro con Garibaldi La Maddalena Caprera Il sabato santo

 

Incontro con Garibaldi

Caprera

 

Questo testo è stato tratto dal libro "Incontro con Garibaldi" di Franco Mistrali, scritto nel 1861.

Ci racconta la vita nella casa di Garibaldi alla metà del 1800.

Revisione a cura di Augusto Zedda

 

Caprera

 

E' sorto il ventinovesimo giorno di marzo.

La comune impazienza si traduce in un concorde domandare: "Caprera! Caprera!" così come i crociati chiedevano Gerusalemme.

Due cose ci trattengono brev'ora alla Maddalena. La lettura e l'approvazione dell'indirizzo collettivo e la colazione.

Compiuta la discussione dal primo punto, il mio amico Tanari, il maggiore dei bersaglieri e rappresentante i volontari di Parma, assume la parte di copista.

Noi intanto eleggiamo il maggiore Bernieri a leggere dinanzi al le nostre parole e a compiere quindi la presentazione individuale di tutti noi secondo le categorie seguenti:

- Rappresentanti di associazioni d'operai.

- Volontari dell'esercito meridionale.

- Privati che si sono aggiunti individualmente alla spedizione.

In quest'ultima categoria erano compresi i rappresentanti di società non operaie, come la Unitaria italiana di Milano, la accademia fisico-medico-statistica, la società degli insegnanti ecc.

Esaurito questo, rimaneva la colazione, che si preparava in fretta dalla mamma aiutata dai suoi sette figli.

Tanari aveva esso pure compiuto il suo lavoro e reclamava la propria parte a tavola.

L'impazienza comune ci fece mangiare in pidi, e quando le barche furono pronte, fu un evviva generale a Garibaldi, quegli che fra breve dovevamo ammirare nella solitudine.

Ci dividemmo quindici per barca e colla doppia forza della vela e dei remi ci spingemmo verso Caprera.

La coreografia dell'isola è presto fatta.

Giacente lungo il lato di levante della Maddalena, e dal borgo di questo nome distante circa il tragitto di un'ora.

Percorrendo però a piedi il litorale della Maddalena, verso oriente, si raggiunge un piccolo stretto che chiamano della Moneta e che non è più largo di un trar di fucile.

La Caprera a primo tratto rassomiglia a un vasto cratere di uno spento vulcano.

Le cintura guglie e scogli innumerevoli di granito, contro cui si rompe l'onda incessante, che ricade e vola in una pioggia di gemme scintillanti al sole di primavera.

Lunga e stretta, veduta di cima al monte Teialone, che è la più alta vetta di Caprera, essa presenta la figura di una lucertola gigantesca.

Da qusta cima si ha l'aspetto incantevole di un mirabile panorama.

Tutta quanta la Sardegna, la Corsica e nell'estremo orizzonte Montecristo, la Capraia, La Gorgona, e l'Elba.

E dattorno a quella corona di sette gemme che formano l'Arcipelago sardo, e pur bello vedere distendersi come un'immensa cintura d'azzurro il nostro Tirreno, che dal golfo profumato di Nizza, scende a baciare sulla marina di Marsala gli aranci e gli oliveti eterni onde l'Italia è bella e ricca fra tutte le terre.

La storia dell'isola non è più lunga della sua coreografia.

Sin dal secolo scorso Caprera non ebbe più stabili abitatori e prese il nome forse da alcuni branchi di capre erranti e inselvatichite.

In quel torno, un bandito corso, perseguitato nella sua terra come una fiera, si gitta colla moglie e co' figlioli in uno schifo e scampa nella deserta isola.

Come vivesse un secolo e mezzo fa questa famiglia proscritta nessuno lo sa: certo è che non ne sopravvive che l'ultimo, Giambattista Ferracciuolo, che tuttora ci vive come un secondo Robinson in una povera capanna.

Circa trent'anni or sono il governo mise in vendita le isolette deserte dell'arcipelago sardo per incoraggiarne la coltura.

Un misantropo inglese comperò tutta la Caprera e vi fabbricò una casa sulla punta verso la Sardegna.

Egli è morto nella solitudine, e sua moglie vi dimora anche di presente.

Garibaldi dieci anni or sono cominciò a comperare dall'inglese alcuni lotti del suo possedimento attuale.

Ora l'isola è divisa fra tre proprietari,.

La vedova inglese, che ne possiede più della metà. Giuseppe Garibaldi ne possiede il resto.

Il figlio del bandito, che non possiede nulla, ma aspetta di morire tranquillamente dov'è morto suo padre.

Ecco gli attuali abitatori della solinga isoletta del mar Tirreno.

La traversata aveva durato meno di un'ora, e noi, festanti, ponevamo il piede sull'arida gleba di Caprera.

Vorrei essere poeta, vorrei avere nell'anima gli sdegni di Alighieri, l'immaginosa ispirazione di Lodovico Ariosto per dirvi, o lettori, il senso indefinibile che ci strinse il cuore toccando la sospirata meta.

A duecentodieci miglia dal continente italiano, sulla più selvaggia e sterile roccia del nostro mare, ci attendeva lo spettacolo del grand'uomo.

Fra brev'ora noi ci saremmo inchinati dinanzi alla maestà del popolo, che egli si incarna sì bene nella robusta persona.

Fra breve ci sarebbe dato stringere quella destra vittoriosa che aveva stretto la spada di cento battaglie. Incallita nell'opera della marra e della vanga.

Sono tre i porti, o meglio i piccoli seni di Caprera. Uno solo ha nome, il più grande dalla parte opposta a quella dove noi eravamo approdati: Lo chiamano Porto Palmas.

L'occhio, dalla riva che ci raccolse, abbracciava tutta la costiera sulla quale sorge la bianca dimora del generale.

Nudo e brullo paese.

Avvicendamento strano di moli di granito su cui poco e rada verdura si stende.

Poche salvie di bosco, grandi cespi di timo fragrante, un'erba sterile e arsiccia in mezzo a cui brillano lunghi steli di gigli selvaggi e di piccole viole, e qua e la fitte brughiere di eriche e di varie specie di spino e di ginepro, chinati e contorti dall'impetuoso correre dei venti sulle pendici.

Ecco la vegetazione e la flora di Caprera.

Raccolsi con pio pensiero qualche fiore, qualche ramoscello di timo, e quelle poche pianticelle mi saranno lungamente memoria viva di quel giorno avventuroso.

Strade non ci hanno a Caprera.

conviene arrampicarsi, come l'agile animale da cui ha nome, su per le balze che gli scogli vanno formando a scaglioni sovrapposti.

Dove erano i giardini, dove erano gli incantevoli viali, dove le ombrose piante?

Una sassaia di pietre rozzamente ammonticchiate a foggia di muraglia ci erano guida verso la casa che ci si parava dinanzi, occupazione gradita del primo cittadino d'Italia.

Egli solo ne ha costruito colle sue mani duemila e cinquecento metri correnti, rozzo confine della sua proprietà.

Alla fine ci si para di fianco la casetta bianca. Conviene sapere che alla vecchia fabbrica l'ex-dittatore sta aggiungendone una nuova. Il colonnello Deideri ha portato da Genova il piano della appendice che abbiam veduto in via di eseguimento e che raddoppierà circa la capacità della abitazione antica.

E poi ci si dirà che Garibaldi non si accorda con un lusso smoderato!

Niente meno che fabbrica delle case.

Certamente egli non ha mai pronunciato la solenne frase di voler morir povero.

Ma, ad ogni modo, ha la reputazione di esserlo. E la nuova fabbrica è la grande occupazione degli abitanti dell'isola.

Il generale le concede tutte le ore di riposo. Quando siam giunti, lo abbiamo veduto sul muro che si va elevando sopravegliare ai manovali e aiutare colle mani l'opera degli operai.

Avea sul capo il suo solito cappello sformato di feltro. La storica camicia rossa e un umile abito a sacco sulle spalle e un paio di calzoni di un bigio equivoco sdrusciti e rattoppati sul ginocchio sinistro compievano il suo abbigliamento.

Avea al collo il noto fazzoletto di seta nera e un altro di seta rosso e arancio, buttato sulle spalle alla marinaresca.

Reggeva il braccio destro al collo e aveva fasciato il dito mignolo della sinistra.

Conviene che io vi narri perché.

Il dito della mano sinistra se lo rea pestato alcuni giorni innanzi accumulando le pietre di una sassaia. Quanto al braccio destro, è un altro affare.

Un giorno egli e padre Giovanni stavano sarchiando le fave in un breve tratto di terra a forza di sudore resa meno ingrata e meno sterile.

A un tratto il frate, sospendendo il lavoro, saltò su a dire:

- Che vi pare, generale, se potessimo sarchiare la mala gramigna dalla nostra Italia come facciamo di queste erbacce?...-

Il generale si volse con subito gesto a quelle parole, mentre il suo interlocutore levavasi in collo una cesta pesante, che inavvertitamente gli urtò e gli ferì la mano.

Ecco perché Garibaldi ci si presentava col braccio al collo e cn le dita fasciate.

Vedutici, scese semplicemente dal suo posto sulla muraglia e sorridendo ci invitò a seguirlo nella sua piccola cameretta, che è insieme di riposo e di lavoro.

Prima di parlare con lui diamo un'occhiata al mobiliare che veste quelle bianche pareti.

A destra della porta, appoggiato ai due lati della parete, è il letto.

E' di ferro non verniciato, a quattro colonnine, che sostengono un candidissimo e semplicissimo padiglione di mussolina.

Un esile pagliericcio, un materasso, due guanciali e una coperta di cotone lo completano.

Sotto alla finestra poggia un piccolo tavolino ingombrato di libri e di carte, su cui posa un calamaio di vetro.

Al lato sinistro una scrivania di noce verniciata - il mobile più nuovo e di lusso - e uno scaffale a libreria munito di vetri.

In fondo alla camera e rimpetto alla finestra è un altro piccolo letto da campo, dove dorme qualche volta il colonnello Deideri.

Fra questo letto e la scrivania un altro piccolo tavolo ingombro di carte, di libri e di alcuni mazzi di zigari di nizza.

Pendono dalle pareti diverse armi: pistole. sciabole e carabine.

La sciabola e la carabina del generale sono appese vicino al suo letto sopra un medaglione di ebano coperto da un cristallo convesso, dove sono riposti i capelli della povera Anita.

L'amore eterno di codesto gran cuore.

Oh quante volte nelle notti insonni, lasciato cadere il libro o la carta, egli avrà riposati gli occhi affaticati su quella preziosa reliquia! 

Povera Anita!....

                                                   __________________

 

Chiedemmo allora permissione al generale di visitare la sua proprietà.

Cominceremo, come di ragione, dalla casa. 

E' un edificio quadrato che ha presso a poco la superficie di centocinquanta metri.

Non ha che il piano terra, che sorge dattorno ad una maniera di torre mozza, la qual serve insieme di terrazzo e di belvedere.

Il pavimento è di legno e non ha soffitto, sicché sulle camere scorre il palco di travature inclinate.

A lato alla camera dove il generale ci aveva ricevuti è la sala da pranzo: una tavola zoppicante e alcune scranne, eccone il mobilio.

Vidi pendere alla parete un ritratto di Ugo Bassi dedicato ad un amico.

Appresso è la camera di Menotti, che la divide ordinariamente con Basso. Essa è il museo o meglio l'arsenale della casa. Vi sono appese alle pareti delle magnifiche armi.

La cucina è il luogo più grande e più affezionato da Garibaldi, perché guarda il mare. 

Soventi volte egli vi siede contemplando quell'immenso lago d'azzurro che gli si distende davanti, il Mediterraneo.

Ha una batteria culinaria abbastanza ben fornita, e c'è il lusso di una tromba aspirante per aver l'acqua da bere comodamente a portata.

La camera di Teresita è la più bella. Ci sono due lettini in ferro, un divano, un pianoforte verticale e un armadio. Teresita la divide colla signora Deideri, sua madre adottiva.

Quando Garibaldi partì per la spedizione di Sicilia i coniugi Deideri, che non hanno figli e posseggono una piccola fortuna di circa cinquantamila lire, adottarono legalmente Teresita.

Le altre camerucce, tutte piccolissime, sono un disordine di materassi, vestiti, coperte, armi, libri, giornali e scranne, tutte cose gettate là dentro in una ammirabile confusione.

Questa e presso a poco la casa di Caprera.

Non c'è da far lusso di colori o di discrezione, se si badi alla semplicità patriarcale di quelle mura.

Ci sarebbe da fare un poema se si volesse punto per punto stabilire i confronti fra la grandezza dell'uomo e la povera umiltà dei luoghi. Ma Questo tema fu gia abbastanza esaurito dalla meraviglia del mondo intero.

La casa bianca e dietro cinta da una sassaia che comprende una specie di orto.

Quivi un rozzo aratro tirato da due piccoli buoi di razza selvaggia, dal lungo pelo a macchie bianco-castagne, rompe per la prima volta le aride e vergini glebe scarsamente accumulate su quell'ultimo altipiano.

Tre cavalli sferrati corrono liberamente giù per la china. Sono i cavalli di battaglia del generale, che lo hanno seguito nella sua solitudine. In faccia alla casa, su di una roccia più elevata è un mulino a vento, che veduto dal mare, colle sue braccia, fantastiche rassomiglia ad uno spettro.

liberi di correr l'isola a nostra posta, scendemmo verso il porto maggiore, di cui abbiamo già discorso: Porto Palmas.

Una barca vaporiera Ichnusa, che aveva recato dei legnami da fabbrica al generale, si cullava sul mare. 

Noi, saltati sulle rocce e aiutati da lunghe canne appositamente aperte in cima a foggia di imbuto, ci demmo allegramente alla pesca.

C'è su quella sponda una quantità prodigiosa di ricci di mare. Una palla irta di spine, di un bel colore violetto, della forma presso a poco del riccio di castagno.

Dentro ha cinque spicchi di un colore vario, dal giallo pallido al rosso infuocato, granulosi come le uova di pesce, un sapore dolce e gradevole.

Ne prendemmo qualche centinaia in pochi minuti, mentre i nostri compagni cercavano sulla riva in mezzo alla sabbia quei pezzetti di corallo che il mare porta dalla Sardegna all'Africa.

Preziose reliquie, memorie care di un giorno che non dimenticheremo.

Anche da questo lato l'isola ha l'aspetto di una convulsione vulcanica. Abbiam veduto lungo la riva galleggiare sul mare pezzi di pomice come quelli che lancia l'Etna e il Vesuvio.

Le rocce di granito sorgono una sull'altra con titanico aspetto, interpolate qua e là da bruciata e povera verdura.

Solamente partendo a pochi passi dalla casa trovasi un incominciamento di viale lungo il quale cresce una doppia fila di cipressi piantati a ridosso di una sassaia parallela.

La pioggia ci cacciò dal mare e ci ridusse ancora tutti dattorno alla casa bianca.

Garibaldi, allora, fattosi sulla porta, volle che ci mettessimo al coperto; poi, passato l'acquazzone, ci preparò un'altra sorpresa.

Portarono fuori, sul muretto che cinge la casa, pane salato, formaggio e vino; il generale volle assolutamente che si accettasse la campestre colazione.

Quindi donò egli stesso, un paio di sigari a ciascuno. Notò che era merce ci contrabbando. Erano di Nizza.

Quivi rimanemmo lung'ora divisi a discorso per crocchi.

Pure più che le parole ci occupava la vista di quella umile casetta in mezzo all'immensa solitudine del mare.

Pochi mesi or sono, lungo quelle rocce, accadde un fatto pietoso e lagrimevole insieme.

Un giovanetto, spagnolo, figlio di un antico compagno di Garibaldi, venne a Caprera per vedere il generale.

Affascinato, come accade generalmente, dalla grandezza dell'eroe, quel giovane avrebbe voluto vivere e morire vicino all'amico di suo padre.

Non osò esprimere il desiderio e si preparò a partire.

Dopo aver stretto la mano a tutti, brev'ora dopo che lo avevano veduto scendere verso il mare si udì una detonazione.

Il misero straniero giaceva in fondo alla navicella bagnato nel proprio sangue. 

Piuttosto che partire, aveva voluto morire.

Così è delle grandi individualità: suscitare negli umani petti le grandi passioni che conducono all'abnegazione e al sacrificio.

Io non sono un fanatico del sistema di Gall, ma pure ci credo. Credo che in questa nostra macchina umana, e specialmente in quella scatola che chiude il cervello e che si chiama cranio, ci debbano essere delle varietà fisiche le quali influiscano potentemente sulle qualità morali degli individui.

Il dottor Riboli, mio concittadino medico ragguardevolissimo e pur vago della scienza di Gall, andò a Caprera a mezzo gennaio di quest'anno.

Egli ne riportò una persuasione di più in favore della scienza.

Non sarà discaro ai nostri lettori conoscere la risultanza del dottor Riboli sul generale.

Singolare è, secondo l'osservatore, il volume del capo e l'altezza che corre dall'orecchio al vertice, di venti centimetri.

Questa configurazione è per i cultori della frenologia una indicazione a priori di un organismo eccezzionale. Lo sviluppo della parte superiore del cranio, sede del sentimento, accenna la preponderanza delle facoltà sugli istinti.

Il trionfo completo dell'uomo sul bruto.

Guardando al nuovo muro che è in fabbrica per crescere la casa di Caprera, il generale prese la cazzuola e si mise a fare il manovale.

Sopravvenne il capomastro, forse non troppo persuaso dalla perizia muratoria del vincitore di Milazzo. - Lasciate stare, generale, disse senza cerimonie; badate a me, il vostro mestiere e far la guerra...

- Hai ragione per Dio! - Rispose il generale; - Vado a caricar sassi. -

E per più di un'ora Garibaldi si mise a tirar la carriola per condur le pietre appiedi al muro di costruzione.

Alla fine l'ora della partenza si avvicinava.

Avevamo veduto colui che l'Italia aspetta; lo avevamo udito lungamente parlare ed esprimere ampiamente le proprie vedute.

Si era bevuto alla salute della patria; si era corsa l'isola da un capo all'altro in cerca di memorie; e oramai non ci rimaneva che ripigliare il mare per compiere nell'ospitale Maddalena la bella giornata. 

Pel domani invitammo trepidando il generale a dividere con noi il pane.

Pensò: parve esitare: ma poi si scusò, poiché era veramente stanco e mezzo ammalato.

- Ebbene, verrà Menotti.

- Vada per Menotti: beveremo alle prossime battaglie.

Un trar d'arco dalla casa del generale e un misero tugurio.

Una specie di capanna coperta di giunchi e di ramaglie.

Quivi dimorano due dei più vecchi amici di Garibaldi che lo hanno seguito da lunghi anni in tutte le sue battaglie, nel trionfo come nella sventura.

Gusmaroli e Leggero.

Gusmaroli, Mantovano, vecchio venerabile dalla bianca barba scendente sul petto. Ha l'occhio sereno e la fisionomia tranquilla dell'apostolo.

Fu prete un tempo; patì le austriache sevizie; fortunato di aver scampato il capo dalle forche, si fece sacerdote di libertà.

Leggero è pure un vecchio compagno di Garibaldi. Figlio della Maddalena, cominciò di buon'ora la vita marinaresca sulle navi di Sardegna. Diserto nel 1831 quando una fallita cospirazione cacciava tanti e tanti al patibolo o nell'esilio.

Seguitò Garibaldi in quella prodigiosa legione d'America,, dove i miracoli erano troppi per parere opera di uomini.

Leggero ci raccontò alcuni di quei memorabili fatti di Montevideo, dove egli ebbe parte e divise con Garibaldi pericoli e fortune.

Egli non ha più che quattro dita delle sue dieci. Il braccio destro e il pollice sinistro li ha perduti in america.

Uomo di azione, egli è di quella tempra audace e robusta che fa le rivoluzioni.

E' leggero che raccolse insieme col generale l'ultimo respiro di Annita nella disastrosa ritirata delle Romagne.

- Oh! Egli mi diceva, se sapeste come Garibaldi ha sofferto in quella notte fatale!....

- Ben lo credo io! perdere in un giorno ogni più cara cosa al mondo!

La sua patria e il suo amore. - Annita e l'Italia. Ma l'Italia doveva risorgere un giorno, la povera Annita non si sarebbe destata mai più!

Un torrente di pioggia si rovescia su di noi, e invano cerchiamo riparo dietro la vela sbattuta.

Molli fino alle ossa, dopo una traversata combattuta dal mare e dal vento, approdiamo alla Maddalena.

- Mamma, il pranzo...., mamma, il pranzo, - ecco le prime parole che ponendo i piedi a terra sono pronunciate in coro.

Intanto mettiamo in stato di assedio, l'osteria, dove dopo poco si raduna anche la deputazione napoletana venuta a rappresentare al generale la deplorabile posizione delle province meridionali dopo la sua partita.

La conversazione si fa generale in attesa del pranzo, che finalmente ci si annuncia presto.

Leggero e Gusmaroli sono ospiti nostri.

I brindisi corrono e si incrociano, il vino sardo suscita a mantenere l'allegria; quella giornata deve proprio essere segnata per ciascuno di noi con albo lapillo.

Un'opera buona deve coronare quelle avventurose ventiquattro ore del ventinove di marzo.

Da Zara, quello stesso che il mattino ci aveva procurato una così bella scena presentando una memoria della sua Venezia al generale Garibaldi, pensò a procurarci una nuova e graditissima compacenza.

- Signori, disse, siamo alle feste di Pasqua, e anche alla Maddalena ci sono dei poveri.... circa una ventina. Or bene, io proporrei che la nostra venuta fosse rammentata da questi buoni isolani con una buona azione; facciamo una colletta per i poveri.....

Un Hurrà generale accolse il gentile pensiero, e il signor Da Zara stesso, fattosi collettore, raccogliva novantacinque franchi, i quali, dati al medico del paese per la opportuna distribuzione, ci avranno meritata qualche onesta benedizione.

Il bigliardo e l'osteria ci divisero ancora per questa sera, e il mio amico Franchini col bravo capitano Consolini ci diedero il popolare e democratico spettacolo di una sfida eroica al giuoco nazionale della mora.

Il cavaliere Fantini di Vercelli, venuto a presentare a Garibaldi la dedica di una tragedia, Pietro Micca, nominato per acclamazione poeta della compagnia, improvvisava sonetti e strofe a rime obbligate, secondo il vecchio stile. 

Leggero canterellava una sua canzonetta favorita sull'aria della Donna è mobile.

Gusmaroli faceva conversazione con me parlando di Garibaldi. Il vino sardo, girando copiosamente, manteneva la comune allegria.

Il discorso cadde sulla campagna di Roma.

Ebbi da Leggero altri particolari preziosi su quella gigantesca e memorabile impresa.

- E quando v'imbarcaste a Cesenatico, domandai io, chi c'era con voi?

- Eravamo in pochi, disse: Garibaldi, Ciceruacchio coi suoi due figli, Ugo Bassi e Annita....; tutti morti, - soggiunse, e colla manica del braccio monco il povero Leggero si asciugò gli occhi, dove brillava una lacrima.

- Morti, si, ripigliai io, ma vendicati almeno.

- Non tutti però, disse il vecchio, non tutti!.... e se ne andò canterellando la sua solita recita.

In mezzo al fumo del sigaro, che avea ridotta ad una nube l'atmosfera della piccola ostereia, cominciai a lasciarmi andare a quella specie di veglia in cui senza essere affatto addormentati, pure la percezione dei suoni e delle cose esteriori non ci giunge che come attraverso ad un immenso cristallo.

Io rivedevo la bella figura di Garibaldi col suo sorriso pieno di maestà e di confidenza: lo vedevo stringermi la mano e dirmi di quelle parole che non si dimenticano.

Poi, mentre le belle figlie della nostra ostessa mi passavano dinanzi per le faccende del negozio, una indefinibile inspirazione di poesia mi aleggiava dintorno.

- Agata, chiesi alla più bella, quella cui il pittore Zuccoli ha rubato il tipo tanto originale, amate il generale?...

- Il generale? .... rispose la fanciulla mandando lampi dalle nerissime pupille.... oh! e come potete domandar se l'amiamo? Chi è che l'ha veduto una volta senza amarlo per tutta la vita?....

Quella vergine era pur bellissima, era pure inspirata, nel pronunciare queste parole colla voce armoniosa e soave come una musica.

Ho gia detto come nelle donne di quest'isola rifulga un tipo italo - greco il più puro.

Forse che i primi abitatori venuti dalla Corsica siano partiti da quella colonia di greci che fu a Paomia. Venuta dalle terre di sparta sulla fine del seicento. Distrutta un secolo appresso dall'ira dei corsi e riparatasi in quasi tutta Aiaccio.

La presenza dell'Agata e affatto greca, più che in generale non sia nelle sue compaesane, quantunque in tutte apparente.

E' una grata memoria che io porto di te, o solitaria isola del Tirreno, una soave memoria. Prego Iddio che mi conceda, se avvenga nella mia vita tempestosa un giorno di posa, di passarti qualche ora di quella giornata nel tuo grembo, o umile Maddalena.

C'è una fatalità nelle cose, come c'è una predestinazione.

Napoleone Buonaparte nasce in Corsica, un'isola di questo mare.

Fa le sue armi a La Maddalena, un'altra isoletta della stessa marina.

Medita audaci pensieri e li compie dall'Elba, che nell'estremo orizzonte emerge pure dall'azzurro Tirreno.

Muore lontan lontano in mezzo alla solitudine dell'immenso oceano, su una rupe maledetta, sotto la sferza perpendicolare dell'equatore.

Alla Maddalena Giuseppe Garibaldi, prigioniero del governo del Piemonte, dimorava sulla sua parola d'onore ventinove giorni per cortesia del capitano di nave che doveva portarlo a Tunisi.

A Caprera egli domanda alla brezza le aure della sua Nizza, mentre il vento gli reca il sorriso delle fanciulle di Palermo e di Napoli, e il profumo delle colline di Sicilia e di Partenope.

Ma quel vento gli reca pure i gemiti di Venezia e il fremere di Roma.

La sciava flagellata dal ferro dello straniero, la donna condannata all'osceno tripudio dei corrotti leviti.

Gli occhi neri e vellutati di Agata, così nobilmente accesi nell'amore di quell'uomo, che rappresenta l'Italia, mi ricordavano poesie pur sempre perdute, fiori avvizziti che non rinasceranno mai più.

Due grandi nomi che fanno il palpito di ogni giovane vita:

La gloria e l'amore.

- A che cosa pensate? mi domandò la vezzosa fanciulla, le cui parole mi avevano tanto impressionato.

- Penso a Garibaldi, risposi, che tu mi hai fatto così bene comprendere nel tuo semplice linguaggio.

Chi lo ha veduto una volta senza amarlo per tutta la vita?.......

 

 

 

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